credo che usare i puntini lasci un’idea parecchio confusa, soprattutto in un sistema tripolare come il nostro attuale.

Hai provato a fare tre cartine distinte, una per polo, lavorando a livello di collegio mettendo l’intensità del colore proporzionale al numero di voti ricevuti? (magari esagerando la cosa, tipo “sotto il 10% bianco, sopra il 50% saturo, nel mezzo lineare). È vero che non confronti direttamente i dati ma hai almeno un raffronto possibile.

Io e la matematica

11:29, Tuesday, 09 2018 January UTC

È vero che non sono un esempio da seguire, ma…

immagine di Fir0002, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mathematics_concept_collage.jpg

Il Carnevale della matematica di gennaio sarà tenuto da Math is in the Air, e il suo tema è “io e la matematica”. Come gli affezionati compulsatori dei Carnevali sanno, il tema è tutto fuorché obbligatorio, e io sono noto per non seguirlo mai; ma stavolta ho pensato che avrei potuto raccontare del mio approccio alla matematica. Sono il primo a riconoscere che esso non è generalmente consigliabile a chiunque; però credo che tra le righe del mio esempio personale si possa scoprire qualcosa valido per tutti.

Reuben Hersh e Philip Davis affermano che il matematico tipico è platonista durante la settimana e formalista nei weekend. Non so se sia vero, e comunque loro lo dicono perché non sono né l’uno né l’altro; però sicuramente io sono nato come un formalista, vale a dire qualcuno che non dà alcuna importanza alla verità o meno della matematica, fintantoché i conti formali tornano. Ancora prima di andare a scuola mi divertivo a fare addizioni e sottrazioni di numeri di sette-otto cifre, semplicemente perché mi piaceva vedere che la struttura dell’operazione funzionava come un meccanismo ad orologeria. A sette anni mio zio mi insegnò a usare le tavole dei logaritmi, di cui naturalmente non mi facevo nulla; ma restavo incantato a vedere come le differenze tra le mantisse si riducessero in modo regolare-ma-non-troppo. Alle medie prendevo un foglio a quadretti e compilavo tavole pitagoriche fino a 35x35: il limite era scelto semplicemente perché scrivevo sì minutamente, ma lo spazio totale era quel che era. Diciamocelo: tutta quella non era matematica né io ero un enfant prodige. I numeri e le loro regolarità erano comunque nel mio DNA, e non è stato un caso che quando nella seconda metà degli anni ’70 uscirono le prime calcolatrici programmabili io mi ci fiondai immediatamente su.

Che io non sia mai stato un genio della matematica lo si può anche intuire dai miei sfortunati tentativi di generalizzare — sempre da un punto di vista formale, mica mi interessava dimostrarlo — le formule che trovavo. Quando alle medie mi insegnarono a estrarre la radice quadrata cercai di vedere se si poteva modificare il metodo per le radici cubiche. Quando al liceo il professore ci mostrò un modo rapido per scrivere la formula della tangente a una conica in geometria analitica ma ci vietò di usarlo a meno che non lo sapessimo dimostrare, mi misi a scrivere equazioni su equazioni a seconda del tipo di conica per mostrare che la formula in effetti funzionava. Con il senno di poi è chiaro che il mio approccio era stupido e non sarebbe mai potuto funzionare; ma quando uno è giovane non si preoccupa certo di simili quisquilie, e pensa che tutto si può fare con sufficiente forza di volontà e un taccuino sufficientemente ampio per fare i conti.

Tra la fine delle medie e l’inizio del liceo feci però una scoperta che a lungo andare cambiò la mia percezione della matematica: i cinque libri Enigmi e giochi matematici pubblicati a quel tempo da Sansoni. Un mio amico ha detto che io sono cresciuto a pane e Martin Gardner: quello che è indubbiamente vero è che dovetti ricomprare alcuni di quei volumetti perché a furia di compulsarli si erano letteralmente sfasciati. Gardner mi fece scoprire l’esistenza di una “matematica da strada”, che partiva da oggetti banali e scopriva relazioni inaspettate; la prima cosa che mi viene in mente al momento è il regolo di Golomb. Utilità pratica? Nessuna. Difficoltà nel trovare una regola generale? Estrema: per trovare regoli ottimali non c’è molto di meglio che testarli tutti. Facilità nel giocarci un po’ su? Tantissima. Capirete che un giocherellone come me non poteva lasciarsi scappare questi esempi, e si beava nel vedere che era possibile parlare di matematica in un libro non di scuola (al tempo non avrei mai immaginato che anch’io avrei scritto libri di matematica ricreativa… come si cambia con gli anni, vero?). I libri di Martin Gardner mi lasciarono anche due eredità: la prima fu la conoscenza dell’enunciato di alcuni teoremi non standard che mi servì al tempo dell’università per sembrare più bravo di quanto in realtà fossi, della seconda vi parlerò dopo.

Durante l’università continuai ad avere un approccio tendenzialmente formalista. Insomma, più che capire perché i teoremi funzionassero mi misi a vedere cosa facevano, partendo da casi pratici che ero in grado di maneggiare. Nel primo biennio la cosa funzionò piuttosto bene: sono rimaste memorabili le sessioni con il mio amico, molto più teorico di me, con il quale risolvevamo gli esercizi trovandoci a metà strada, lui sfruttando i teoremi generali ed io costruendo dal basso. Nel secondo biennio le cose divennero parecchio più problematiche, e non credo di avere mai capito nulla di analisi funzionale (o analisi complessa, se per questo, ma qui almeno ho la scusa che nel mio piano di studi si era persa…) Una volta laureatomi, ho come capita spesso dimenticato tutto, visto che non ho mai avuto la necessità di usare quanto studiato. Ma ecco che entra in gioco la seconda eredità che Martin Gardner mi ha lasciato: la filosofia.

Gardner era un giornalista scientifico (confessò di non aver mai davvero capito l’analisi matematica), ma il suo background era filosofico. Avendo carta bianca nello scegliere gli argomenti per la sua rubrica di giochi matematici sullo Scientific American, trovò naturale inserire di quando in quando temi più filosofici, che io lessi con la stessa avidità di tutto il resto e che cominciarono a germogliare nel mio cervello. I filosofi che mi leggeranno grideranno certamente allo scandalo, e in fin dei conti i miei voti in filosofia al liceo erano man mano scesi a livelli infimi dopo che la linearità dei filosofi greci si era tramutata nel casino di quelli moderni; ma la mia definizione di filosofia è “la scienza che fa domande” (sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto, ovvio). L’importante non sono tanto le risposte quanto le domande, insomma. Con la matematica, non saprei dire di preciso quando esattamente, mi successe proprio questa cosa. Invece che mettermi a seguire regolette formali, cominciai a chiedermi perché i conti funzionavano in questo modo. Guardando le cose da un punto di vista diverso — a matematica, almeno a Pisa, esisteva il corso di “Matematiche elementari da un punto di vista superiore” che al tempo mi sembrava un’idiozia ma di cui ora capisco l’importanza — mi è stato per esempio chiaro perché nell’algoritmo per calcolare la radice quadrata a mano ci sono quei raddoppi del risultato parziale; sono una banale conseguenza del fatto che stiamo in realtà applicando l’uguaglianza (a+b)² = a² + b² + 2ab. Ma la cosa è molto più generale. Quando scrivo di matematica (di base…) ormai mi è naturale cercare un approccio il più possibile diverso da quello standard, non per spocchia ma perché sono intimamente convinto che possa servire ad avere un’idea della realtà della matematica, e del suo essere una scelta naturale per studiare il mondo.

Non che io creda più di tanto all’irragionevole efficacia della matematica, a dire il vero; ma resto comunque un platonista e non seguo l’approccio “umanista” di Hersh quando afferma che la matematica non è altro che un costrutto umano. I numeri primi sono tali per una qualunque civiltà sufficientemente evoluta, e le loro proprietà restano le stesse. In teoria si potrebbe pensare che il concetto di dimostrazione non debba necessariamente essere applicato, ma non credo si possa andare più di tanto avanti a regole ad hoc. Quindi una matematica aliena si potrà sviluppare in modi diversi da noi — chessò, un concetto come quello di numero reale potrebbe essere sostituito da quello di numero computabile, cosa che cambierebbe parecchio l’analisi matematica — ma sarà comunque riconoscibile e conoscibile, partendo dai principî iniziali. Insomma, gli enti matematici esistono, checché se ne voglia dire; persino l’insieme vuoto esiste, con tutte le sue mirabolanti proprietà. Un teorema, una volta dimostrato, è qualcosa di vero; magari inutile, come nella barzelletta dei due tipi in mongolfiera che si sono persi e che alla loro domanda “dove siamo?” si sentono rispondere “in una mongolfiera”, ma comunque vero.

In definitiva, che cos’è per me la matematica? Una cara amica, che a volte mi fa arrabbiare ma che in fin dei conti non mi delude mai e sulla quale so di poter contare (pun not intended). Non riuscirò mai a conoscerla tutta, anzi ne conoscerò molto meno di tanta altra gente: ma è poi così importante? Ciò che conta è stare bene insieme, e questo sicuramente succede tra me e lei :-)

ItWikiCon, un racconto possibile

18:18, Thursday, 23 2017 November UTC

Questo è un personalissimo resoconto dei tre giorni che ho passato alla ItWikiCon, il raduno dei volontari che contribuiscono ai progetti Wikimedia in lingua italiana, che si è tenuto a Trento dal 17 al 19 novembre 2017. Tanti wikipediani tutti insieme non li avevo mai visti. Wikipediani, ma non solo. Perché non di sola Wikipedia è […]

Intervista impossibile a Douglas Adams

15:29, Wednesday, 09 2017 August UTC

Avevo scritto questo testo quattro anni fa su istigazione di Giorgio Giunchi — lo trovate su http://public.it/semantica/html/interviste_fantascienza.html . Magari può farvi piacere (ri)leggerlo…

Douglas Adams. Foto di Diaa_abdelmoneim, https://it.wikipedia.org/wiki/File:Douglas_Adams_San_Francisco.jpg

[Siamo in un pub. Douglas Noël Adams, DNA per gli amici, ha davanti a sé un paio di pinte di birra e una ciotola piena di noccioline: beve e mangia con metodicità, e ogni tanto facendo finta di nulla mette un po’ di noccioline in tasca. In sottofondo, la radio sta trasmettendo Yellow Submarine]

Io: Vedo che sta facendo incetta di noccioline.

DNA: Sì, sono pronto a partire per una vacanza. Come vede ho tutto qua con me [mi mostra il suo asciugamano: alcune delle tante macchie sembrano vivere di vita propria]. Le noccioline sono perfette per fare una scorta di sali prima di essere caricato da qualche astronave. Certo gli orari sono un po’ aleatori: quando finalmente costruiranno quello svincolo di cui si parla da chissà quanto, le cose saranno molto più semplici…

Io: In effetti mi pare di ricordare che lei non è mai stato bravo a districarsi nel traffico.

DNA: Però ho brevettato un sistema a colpo sicuro per togliersi dalle zone a traffico limitato e da tutti quei sensi unici. Basta iniziare ad andare sempre più veloce, finché si raggiunge la velocità di fuga e si esce dal pozzo gravitazionale cittadino. A quel punto ci si ferma, si cerca di capire dove ci si trova, e se proprio non si sa cosa fare il sistema migliore è seguire qualcuno che sembri aver chiaro il da farsi.

Io: E riesce davvero ad arrivare dove voleva?

DNA: No, però di solito scopro di essere arrivato dove dovevo arrivare. D’altra parte tutto è intimamente connesso, e un approccio olistico è il modo migliore per sfruttare tale interconnessione.

Io: Insomma, viviamo in un mondo difficile!

DNA: Macché! È praticamente innocuo!

Io: Buon viaggio, allora, anche se questa nostra conversazione mi sembra così improbabile…

DNA: Improbabile? [si ferma, estrae da una tasca qualcosa che non assomiglia quasi per nulla a una calcolatrice tascabile, guarda il display, gli dà una botta, lo sento mormorare qualcosa all’indirizzo della Sirius Cybernetic Company, finalmente ha un mezzo sorriso, rimette in tasca il dispositivo] Settecentoquarantadue contro uno, con la tendenza a crescere. Direi che ci siamo quasi, la Cuoredoro dovrebbe passare di qua entro qualche secondo…

[a questo punto non so esattamente cosa sia successo: ho starnutito, e quando ho riaperto gli occhi lui non c’era più. Al suo posto un bigliettino: “Addio, e grazie per tutte le birre”. Il barista mi ha guardato molto male, e ho dovuto pagare tutto, anche le noccioline.]

E chi li paga per gli spazi per il self publishing?

21:46, Thursday, 27 2017 April UTC

E chi li paga per gli spazi per il self publishing?

Più in generale, presumo che per gli editori medi e grandi queste fiere e saloni siano semplicemente considerati costi pubblicitari. Se riescono a vendere qualcosa, tanto meglio. Per i piccoli, forse bisognerebbe pensare prima dell’evento a preparare qualcosa. Ma ci vorrebbero tre-quattro cartelle di spiegazione per ciascuno, e poi che ci fai? Un libro? Un sito web? Non è banale.

Quando lessi per la prima volta il Manifesto della comunicazione non ostile ebbi perplessità simili a quelle qui indicate da Benedetto Ponti: dal mio punto di vista era un misto di banalità note a chi in rete ci bazzica da una vita (e questo non sarebbe poi un male, c’è sempre chi ha bisogno di farsi spiegare tante volte le cose) e un tentativo di fare sì che l’opinione pubblica venisse “naturalmente” condotta ad approvare una legge “di tutela” senza accorgersi della sua illiberalità.

Se Antonio Pavolini ha ragione ed era tutto un modo per avere un evento mediatico, per il momento resto più tranquillo.

L’autore, noto su Wikipedia come Nickanc, contribuisce alla scrittura dell’enciclopedia libera dal 2006, frequentemente occupandosi di voci di musica classica e gestendo dei bot per l’enciclopedia; è stato nel tempo piuttosto dedito al fine di migliorare l’organizzazione consensuale della comunità dietro l’enciclopedia. Le opinioni di seguito sono espresse a suo esclusivo titolo personale e non rappresentano Wikipedia, la sua versione in italiano o alcun gruppo di utenti al suo interno.

 

Wikipedia dice con frequenza di non essere una democrazia virtuale nelle sue linee guida, al contempo numerose associazioni online con fini politici dicono di sé stesse di essere le migliori democrazie mai costruite, come i vari partiti pirata e movimenti per la democrazia diretta online. Ma siamo sicuri? Io sono fortemente critico di queste affermazioni.

Consideriamo in particolare Wikipedia in italiano e il Movimento 5 Stelle, forza politica italiana che si autoproclama baluardo della democrazia diretta online ed euroscettico.

Dentro Wikipedia

Come funziona?

Wikipedia ha una organizzazione informale e modificabile, non ha fra i suoi scopi l’equo trattamento dei suoi utenti, ma solo dei suoi contenuti, non vuole crearsi problemi a scegliere per sé una definizione di democrazia e attenersi ad essa, ancor meno ha tempo da perdere nel definire una separazione dei poteri, non ha scopi sociali interni ad essa, non è un esperimento sociale, pertanto ci tiene a precisare che non intende imporsi di essere una democrazia, né questo deve essere particolarmente auspicabile.

A margine, in effetti, scegliere dei criteri da imporsi per definire la propria democraticità sembrerebbe proprio una delle discussioni che su wikipedia sarebbero eterne e ladre di energia che potrebbe essere usata per scrivere l’enciclopedia. Ciononostante, il fatto che non si voglia imporsi di essere democratici o che anzi si sia così umili da non dirsi democratici da soli, non vuol dire che talora non lo si sia veramente.

Infatti, in un senso esteso, adottando il metodo del consenso (si veda la linea guida relativa, eccettuiamo alcuni rari casi di Wikipedia in italiano in cui si vota perché siamo violenti e buzzurri, per mia somma tristezza), si comporta come una forma di democrazia deliberativa, in cui, ritenendo che l’opinione di un singolo o di una maggioranza non siano sufficienti a garantire neutralità ai contenuti, si continua a discutere a oltranza sino a che non si trovi un accordo che abbia la pressoché unanimità (con eventuali AgreeToDisagree ). A quel punto, wikipedia è una struttura informale, non serve votare, riducendo di fatto il solo processo decisionale alla discussione consensuale. Una sorta di moderno conclave online.

Peculiarità del modello e sue ragioni

Questo metodo è peculiare rispetto alla politica negli stati e nelle organizzazioni governative, ma è pressoché il meglio adattato per Wikipedia e molto movimenti dell’open source sia alla natura del volontariato virtuale e opensource sia alla neutralità:

  • la creazione di divisioni tramite il voto stimola o l’abbandono dell’attività volontaria o il fork del progetto, creando strutture sempre meno capaci di realizzare lo scopo di fare una enciclopedia libera. Questo diritto a uscire (RightToLeave e RightToFork rispettivamente) fa anche da contrappeso “democratico” ( come direbbero i costituzionalisti americani, check and balance ) al progetto, che altrimenti fallirebbe se abbandonato;
  • Una maggioranza – soprattutto se semplice, che esiste sempre o a favore o contro – non vuol dire neutralità: data l’aleatorietà con cui le persone si riuniscono su internet, l’autoselezione di eventuali votanti e l’onerosità dei mezzi di identificazione sicuri per proteggere i voti da abusi ( StuffingTheBallotBox l’abuso più comune ), le percentuali e i numeri sono molto meno significativi dei referenda che fanno gli stati.

Viceversa l’accordo unanime tramite discussione tiene insieme il sistema. La relativa trasparenza di wikipedia in quello che fa, poi, rende la comunicazione riguardante l’enciclopedia libera molto accessibile e permette a tutti di verificarne la struttura interna e di partecipare anche senza registrarsi, malgrado non sia sempre immediato capire dove si sia discusso cosa. L’insieme di queste considerazioni rende Wikipedia, come molte wiki e molte comunità dell’open source, scettiche verso l’utilità delle procedure elettorali, almeno ai loro fini, e per Wikipedia le votazioni sono nocive (VotingIsEvil e su meta Le votazioni sono nocive).

Il confronto con i 5 Stelle

Argomento per punti:

  • Come comunità online, il movimento 5 Stelle è articolato attorno a due domini principali, beppegrillo.it e movimento5stelle.it . Entrambi i siti, rispetto a Wikipedia, hanno un enorme oscurantismo verso il lettore di passaggio : non solo la partecipazione a Rousseau – la piattaforma con cui il movimento effettua le votazioni – è possibile solo da registrati, ma anche la consultazione di Rousseau e della parte privata del forum lo sono, rendendo l’affermazione di essere un movimento democratico poco verificabile, o almeno verificabile solo da dentro. Ma se all’interno uno può eventualmente provarne la democrazia, perché da fuori servirebbe la fede nella loro democrazia interna? È poco credibile che i loro sostenitori siano tutti e soli iscritti.
  • Il movimento 5 stelle ha una ingombrante presenza di un singolo che potremmo chiamarne il fondatore, Beppe Grillo, che essenzialmente cura la maggior parte dei contenuti accessibili pubblicamente. Anche Wikipedia ha un fondatore, Jimbo Wales, ma è sempre più marginale. Invece, le pagine del blog di Grillo, essendo le uniche parti pubbliche di rilievo della comunità dei 5 stelle, lo rendono l’attrattore prevalente dei nuovi iscritti alla loro comunità, assicurando quindi che la sua opinione espressa nei blog – assumendola coerente nel tempo – sia sempre meglio rappresentata delle altre all’interno dei 5 stelle;
  • Il voto è top-down: viene chiamato solo da chi gestisce Rousseau, cioè la società di Grillo e Casaleggio. Dato il punto precedente e l’identità di chi chiama i voti, perché votare su cose su cui sembrano concordi gli iscritti? È necessario? Sembrerebbe ci possa essere un barlume di necessità laddove i voti siano richiesti dal basso, dalla comunità, ma se è Grillo stesso a scegliere argomento e quesito della domanda, qual è il senso del voto? Verrebbe da pensare che, come negli stati democratici, i voti popolari chiamati dall’alto, lungi dall’essere mossi dalle forze popolari come i referenda abrogativi italiani o svizzeri, servano a dare legittimità alle azioni che nei governi sarebbero divisive, dalla dissoluzione della Repubblica di Venezia per referendum nel 1797 al Brexit, al referendum costituzionale italiano del 2016. Ha Grillo questo napoleonico bisogno continuo di legittimità, essendo colui che attrae gli utenti al movimento? Sembra eccesso di personalismo. E ancora: è legittimazione quando il campione che vota, per effetto dell’essere Internet, si autoseleziona? La significatività del voto online su siti non istituzionali è molto diversa da quella dei referendum usuali, assomiglia sempre più ai sondaggi fra i lettori dei giornali, tale punto valeva sopra per Wikipedia e vale anche per il movimento 5 stelle; perché non sono così maturi da accorgersene? Verrebbe malevolmente da dire che votare serva a fare pubblicità presso coloro che hanno una visione votazionista e competitiva della democrazia, ma questo non è il contrario degli obiettivi della democrazia online e dello stesso movimento, che si assume partecipativo?
  • Se poi Grillo chiama le votazioni online a suo arbitrio con un quesito a suo arbitrio o quasi, ma gli altri membri del partito non possono formalmente, perché mai dovrebbe essere democratico ed egalitario un sistema del genere? Anche wikipedia dà un po’ di precedenze a chi ha lavorato molto tempo per essa ed è accettato dalla comunità ed è molto più facile per gli utenti di lungo corso che non per i neofiti fare molte cose, ma il sistema è scalabile e in nessun caso qualcuno ha l’esclusiva sul potere di fare domande e iniziare il processo decisionale del consenso.
  • Come si comportano allora i 5 stelle con gli elementi che rendono le votazioni nocive, per esempio lo sviluppo di fazioni interne informali o il rischio di abbandono? Consideriamo l’abbandono. Non sembra un problema enorme per i 5 stelle, in forte crescita elettorale e di partecipanti; troveranno sostituti e, cosa più importante, i 5 Stelle sono un gruppo politico, non devono costruire qualcosa di enorme come un’enciclopedia di tutto lo scibile umano, possono permettersi l’abbandono di membri molto di più di Wikipedia. Ma, se intendono che il loro metodo di democrazia vada esportato agli stati  – e ammettendo che l’organizzazione che funziona per le comunità online vada bene offline, dove il diritto di uscire non è così ovvio come chiudere una finestra del browser -, quale democrazia liberale può trovar facile escludere chi non la pensa come la maggioranza? E quale organizzazione online si permette di sprecare volontari per quanto bassa ne sia la convenienza? È oclocrazia?
  • Consideriamo ora la faziosità che viene introdotta dall’uso sistematico del voto: ossia, a forza di votare su delle cose e di dividersi su dei temi, ci si aspetta che naturalmente all’interno della comunità ne nascano delle fazioni (anche informali) di persone che, pensando spesso allo stesso modo, ambiscano collettivamente a cambiarla o a far andare in un certo modo alcune consultazioni elettorali. Dato l’oscurantismo del sistema, è poco comprensibile se tali gruppi esistano davvero, tuttavia, negli anni del movimento è accaduto più volte che vi fossero divisioni note al pubblico attraverso i giornali e i social network e troppo spesso finite in esplusioni da parte di Grillo verso i dissidenti. Anche Wikipedia può escludere i suoi membri e cacciarli, ma la dinamica è molto più trasparente e ruota attorno agli insulti, manipolazioni o a inserimenti promozionali o illegali nell’enciclopedia, non mi sono noti casi di ostracismo per le idee di un singolo. Questo nell’ottica wikipediana non sarebbe “antidemocratico”, ma proprio puerile, e Wikipedia ricorda a sé stessa spesso di non essere l’asilo. E il movimento 5 stelle: perché affrontare i dissidi interni così?
  • Scarsa obiettività in alcune proposte del movimento: un partito non persegue posizioni neutrali per definizione, pertanto poco si può confrontare con Wikipedia in questo punto. Pur tuttavia si rileva che metodi (più) deliberativi all’interno del partito, potrebbero rendere meno probabile che emergano posizioni antiscientifiche e controfattuali, come l’antivaccinismo e magari far capire a chi discute, insegnargli attraverso la corale maieutica del dialogo di idee che seguire certo antiscientismo è proprio controfattuale. O forse far emergere queste tendenze è l’obiettivo? Non è così vero che tutti i metodi che vadano sotto il nome di democratici portino gli stessi risultati a chi li usa, anche per semplici considerazione di matematica sui sistemi elettorali. Per cui ogniqualvolta qualcuno si erge a “voce della gente” è piuttosto la “voce del sistema decisionale scelto nell’ambito del quale la gente si è espressa” e, a tutti gli effetti, conoscendo con precisione le distribuzioni nei partecipanti di certe opinioni, alcuni metodi decisionali rendono più probabili che alcune emergano e altre no.

Conclusione

Dunque, allora la formalissima democrazia elettorale online dell’ostracismo è migliore della democrazia deliberativa così informale al punto da non reputarsi democrazia? Se il movimento 5 Stelle vuole essere un movimento che si ispira alla democrazia di internet e all’open source, perché non si comporta come tale? Perché Grillo parla e gli altri tacciono sempre? Recentemente attraverso il blog egli dice addirittura che gli eletti dovranno concordare le loro comunicazioni pubbliche con lui.

Non si ritiene né si desidera questo testo così rilevante da influenzare una fiumana di persone a cambiare partito, piuttosto, fin quando il movimento 5 stelle si autoarroga di rappresentare offline la forza della “democrazia” online, sarebbe auspicabile che prendesse il meglio da questa e che i margini di miglioramento che ha rispetto a Wikipedia siano colmati. Il metodo decisionale non è così neutro nello sviluppo di Wikipedia, perché ha tenuto insieme con successo una comunità che, molto più del movimento 5 stelle, ha davvero contribuito a democratizzare la conoscenza, ha davvero permesso alle persone di conoscere cose che non sapevano prima gratuitamente e dato loro il potere di capire il mondo che le circonda e così gli strumenti per attivamente costruirsi il proprio destino.

Il Movimento 5 Stelle è ancora lontano sia da questi successi democratici, sia da queste strutture partecipative e probabilmente anche solo ad ambire di averle, pur essendo per partecipazione migliore di altri partiti ancor più personalisti. Ebbene, vuole avvicinarsi?

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© CEphoto, Uwe Aranas / CC BY-SA 3.0

Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha accusato Virginia Raggi, sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, di aver copiato da Wikipedia la mozione per ritirare il sostegno alla candidatura di Roma per ospitare le Olimpiadi 2024.

L’affermazione ha provocato una discussione al “bar” di Wikipedia. Cosa hanno scoperto i wikipediani?

Innanzitutto, nella mozione leggiamo:

Tenuto conto che fra le città per le quali era stata prospettata l’ipotesi di una candidatura, poi ritirata, vi sono: Dubai-Emirati Arabi Uniti; San Diego/Tijuana – Usa/Messico; Amburgo – Germania (candidatura ritirata a seguito di un referendum popolare); Madrid – Spagna (candidatura ritirata dal sindaco della città); Boston – Usa (candidatura ritirata dal sindaco della città per l’elevato rischio che i costi ricadano sui cittadini); coerentemente con quanto sempre sostenuto dal M5S si ritiene, anche a fronte di una approfondita analisi, che non sussistano le condizioni per proseguire nella candidatura della Città di Roma ai Giochi olimpici e paralimpici del 2024. Tutto ciò premesso l’assemblea di Roma capitale impegna il sindaco e la sua giunta affinché ritirino la candidatura della città ad ospitare le Olimpiadi e le Paralimpiadi del 2024.

Ebbene, l’utente Sesquipedale ha scoperto che in effetti la prima parte del testo proviene da vecchia versione della voce di Wikipedia in italiano “Selezione della città organizzatrice dei Giochi della XXXIII Olimpiade“:

Fra le città per le quali era stata prospettata l’ipotesi di una candidatura, poi ritirata, vi sono:

Nella sua accusa Malagò dice anche che la mozione “parla di città mai state candidate”, ma in realtà Wikipedia (e quindi la mozione) parla di “città per le quali era stata prospettata l’ipotesi di una candidatura” e non di “città candidate”, quindi non ci sembra ci siano errori.

Certo, a parte il fatto che gli autori della mozione avrebbero dovuto citare Wikipedia, speriamo che abbiano verificato la correttezza delle informazioni prima di inserirle in un documento ufficiale e così importante!

Wikipedia, un posto per bibliotecari

18:18, Saturday, 09 2016 January UTC

Tutto quello che i bibliotecari potrebbero fare per fornire un reale, ampio accesso alla conoscenza nei nostri tempi è ottimamente spiegato qui, e consiglio di leggere tutto il post di Virginia Gentilini prima di proseguire con la lettura di questo. Io posso solo aggiungere una riflessione. Non è passato tantissimo tempo da quando la riproduzione di pagine […]

Dove non si parla di libri

13:13, Wednesday, 17 2015 June UTC

I protagonisti di questa storia sono: una biblioteca pubblica, un social network, un cittadino della ex­-Jugoslavia, un centinaio, o forse più, di sconosciuti che hanno scritto una voce su Wikipedia. La storia è molto breve. La biblioteca decide di mettere in mostra dei libri di narrativa di autori dell’area balcanica; espone anche delle mappe che rappresentano le diverse […]

Vorrei, provocatoriamente, partire da qui:

“La missione dei bibliotecari consiste nel migliorare la società facilitando la creazione di conoscenza nelle comunità di riferimento”.

Questa è la missione dei bibliotecari secondo David Lankes, studioso americano che l’ha illustrato le sue tesi nell”Atlante della biblioteconomia moderna“.
Sono stato fra i traduttori del volume (assieme a Enrico Francese, Elena Corradini, Chiara Consonni, Ewelina Melnarowicz, Federica Marangio, sotto la curatela di Anna Maria Tammaro), in una traduzione collaborativa, e le idee di Lankes sono parte importante della mia visione dell’essere bibliotecario.

Ora, ci tengo a precisarlo, non sono un evangelizzatore del verbo di Lankes. C’è un grande dibattito attorno alle sue tesi, e io stesso non sono convinto di tutto quanto. Non trovo nulla di estremamente nuovo od originale nelle sue tesi, e non sono sicuro che la fondazione concettuale del suo pensiero sia senza falle.
Però Lankes ha avuto l’indubbio merito di gettare un sasso nello stagno in un momento di grande crisi delle biblioteche, e il dibattito che ne è scaturito, come tutti i dibattiti non sterili, è sano. Bisogna parlare di futuro delle biblioteche, bisogna rimettere in questione, nel 2015, la biblioteconomia come disciplina e una biblioteconomia come prassi professionale perchè, sempre più spesso, non riescono a tenere il passo con i tempi e, soprattutto, con le sfide che i tempi si portano dietro. Fosse il suo unico merito quello di aver stimolato la discussione, sarebbe abbastanza. Su questo, meglio di me hanno detto Marco Goldin ed Enrico Francese, assieme a Riccardo Ridi e Anna Galluzzi.

Moltissimi bibliotecari, che abbiano letto o meno l’Atlante o meno (“con o senza Lankes”, per citare Angela Munari) stanno mettendo in pratica una visione del loro ruolo che prevede molta più interazione e partecipazione degli utenti (pardon, “membri della comunità”). Stanno sperimentando: chi l’alfabetizzazione del coding, con i Coderdojo, chi quella del making, con FabLab e Makerspace. Pur non sapendo ancora quali risultati porteranno queste esperienze, vorrei ribadire che un plauso va sempre offerto a chi ha il coraggio di tentare e rischiare del proprio. La ricerca dovrebbe essere una costante in ogni ruolo e professione, quindi anche nel nostro mestiere.

In matematica, a volte si dimostrano teoremi partendo da congetture importanti che non sono ancora state risolte. Si ipotizza che siano vere, e da lì si procede di conseguenza, vedendo dove si arriva. Questo intervento va dunque nella direzione di analizzare alcuni valori e pratiche di comunità online (secondo la definizione di Benkler, common base peer production), per informare gli eventuali bibliotecari che vorranno “facilitare la creazione di conoscenza nelle comunità di riferimento“.

Partecipazione

Mi stupisce non poco che il titolo del più grande convegno dedicato alla professione bibliotecaria (questo qui) sia nel 2015 intitolato “Digital library, la biblioteca partecipata. Collezioni, connessioni, comunità“.
Mi stupisce in positivo: ritengo enormemente importante parlare di queste cose. Ma mi lascia anche perplesso: quali sono le biblioteche digitali partecipative, in Italia? Quali sono quelle non partecipative? Cosa si intende per partecipazione?

Trarrò la conclusione che il tema della partecipazione interessi, ai bibliotecari italiani, sia nelle biblioteche fisiche che in quelle digitali. In questo intervento, mi concentrerò solo su quelle digitali.
Proverò a condividere alcuni appunti che ho preso per strada, sia, appunto come bibliotecario digitale (prima all’università di Bologna, poi a MedialibraryOnline) che come volontario (da dieci anni) su Wikipedia e Wikisource.

Spazio digitale e spazio fisico

È importante ricordarsi che negli spazi digitali il tipo di interazione viene limitato e deciso dalla piattaforma, cioè dal “luogo digitale”.
In un sito statico, senza possibilità di commenti, l’utente potrà solo leggere e navigare fra le pagine. Se c’è uno spazio per commenti, l’utente potrà leggere, navigare e commentare. Se inseriamo la possibilità di taggare le risorse, vi sarà un ulteriore grado di libertà, e così via. I designer parlano di affordance, per descrivere lo spazio delle azioni possibili per l’utente, in un determinato ambiente.
Un luogo digitale (come anche un luogo od oggetto fisico) può dunque essere inteso come somma di affordances, cioè modi diversi di interagire con l’utente.
Ma non basta.
Più sono presenti gradi di libertà per l’utente, più queste stesse dimensioni e affordances potranno interagire tra di loro, rendendo il “luogo digitale” sempre più complesso (che non significa necessariamente migliore).
Come accade nelle reti, il valore massimo dell’utenza diventa la moltiplicazione di tutti i suoi gradi di libertà. L’utenza potrà compiere azioni in questo “spazio delle possibilità”: più può compiere azioni, più queste azioni possono interagire fra di loro.
Come in uno spazio fisico l’architetto e il designer cercano di direzionare le azioni delle persone che vivranno questo spazio, così nello spazio digitale il designer del sistema che decide, a monte, quali sono le azioni che può compiere l’utente. Con la grande differenza che può operare un enorme controllo su ognuna di queste singole azioni.
Nelle biblioteche digitali, dunque, siamo noi bibliotecari digitali che (assieme a grafici, informatici, dirigenti, designer, ecc.) dobbiamo decidere cosa potranno fare i nostri lettori come utenti del nostro spazio digitale.

Le domande da farci sono quindi: cosa può fare un utente nella biblioteca digitale? Cosa vogliamo fargli fare? Come può partecipare?
In quelle che conosco personalmente, in realtà, è possibile solo leggere o consultare.
Come nelle biblioteche fisiche, d’altronde.

Co-creazione di conoscenza

La dimensione partecipativa del web (quella che una volta veniva chiamata 2.0) è diventata dominante, quantomeno nella sua parte comunicativa e social.
Ma una cosa è una dimensione social come comunicazione, e un’altra un vero approccio “read/write“, del genere di Wikipedia.
Il primo punto che vorrei affermare è che luoghi di co-creazione di conoscenza, come definiti da Lankes, sono, ad oggi, esclusivamente luoghi che sono creati, gestiti e costruiti da non bibliotecari. Luoghi (virtuali) che però dalle biblioteche e dai bibliotecari prendono moltissimo.
Di converso, se le biblioteche vogliono diventare facilitatori di apprendimento per le loro comunità, ci sono cose che possono imparare.

Progetti come Wikipedia o Wikisource, i siti di domande e risposte come Academia.StackExchange o Quora, la citizen science di Zooniverse, pur nella loro diversità, un discorso

  • comunitario
  • di partecipazione
  • di accesso e produzione di conoscenza

Soprattutto, sono produttori di una conoscenza che forse dovrebbe essere conservata e resa accessibile anche dalle biblioteche, se trovassero il modo e la volontà di documentare non soltanto ciò che viene stampato su carta.
Analizzerò brevemente alcune caratteristiche (tecnologiche e di design di sistema) che facilitano la partecipazione in progetti comunitari.

Gestione comunitaria

I progetti comunitari sono tendenzialmente (e quasi totalmente) gestiti dalla stessa comunità a cui sono indirizzati. Hanno diversi gradi di barriere all’ingresso (una barriera alta condurrà ad una comunità piccola ma specializzata, un’ingresso semplice ad una comunità larga ma eterogenea).
Hanno anche diversi gradi di moderazione: spesso, vengono eletti moderatori alcuni fra gli utenti più esperti della stessa comunità, e non personalità esterne.
Il meccanismo di decisione preferito infatti è quello del consenso: la comunità, da sola, discute su problemi e decisioni da prendere, e in mancanza di disaccordo esplicito non si ricorre a votazioni.
I membri della comunità, a parte rarissime eccezioni, sono dei pari: non esiste chi ha più potere di altri e una dimensione orizzontale è importante per favorire la cooperazione.

Obiettivi del progetto, comunità di interesse

Tutti i progetti comunitari di co-creazione di conoscenza hanno un obiettivo preciso. Wikipedia è un’enciclopedia, Wikisource una biblioteca digitale, StackOverflow un sito di Q&A dedicato ai programmatori, Galaxy Zoo un sito di citizen science dedicato all’astronomia.
Avere un obiettivo preciso e comprensibile definisce i limiti di quello che il progetto è e quello che non è: è un punto importante per avere una comunità dedicata e che sa quali obiettivi raggiungere.
Inoltre, l’obiettivo del progetto è anche il punto di aggregazione e centro di gravità: la comunità si formerà attorno a quell’obiettivo (raramente accade il contrario). Le persone infatti formeranno un gruppo, una “comunità di interesse” o di pratica (secondo la definizione di Etienne Wenger).

Modificabilità

La “modificabilità”, cioè un alto livello di partecipazione e interazione della comunità, è forse il fattore principe dei progetti comunitari che stiamo analizzando.
Fra questi, Wikipedia occupa un posto a sè, per complessità, dimensione e impatto.
Wikipedia, come tutti sanno, è un’enciclopedia libera e collaborativa, scritta e gestita dalla da un comunità di volontari potenzialmente aperta e illimitata.
Chiunque può cliccare “Modifica” su ogni pagina di Wikipedia e modificarla, aggiungendo il proprio contributo, correggendo errori, o cancellando informazioni inutili o dannose. Lo stesso accade in Wikisource, o in StackOverflow: nello spazio digitale possiamo definire il grado di “partecipazione” con il numero di azioni che un utente può compiere all’interno del progetto, e su Wikipedia sono moltissime:
l’utente può lavorare sulle singole voci dell’enciclopedia, ma anche riscrivere le linee guida, rimettere in discussione alcune regole, ridefinire l’aspetto delle pagine. È molto importante tenere a mente che un alto grado di libertà corrisponde anche ad un alto senso di appartenenza da parte della comunità stessa, che sentirà il progetto come proprio (perchè, a tutti gli effetti, è “proprietaria” del progetto).
Un’altro aspetto importante è dato dalla consapevolezza, in tutti i progetti collettivi, che non esiste “la voce perfetta”, ma tutto è perfettibile: e lo sarà soltanto con il contributo di competenze diverse e complementari.

Auto-organizzazione, trasparenza, controllo incrociato

Attraverso il consenso, la comunità si auto-organizza: per esempio, su Wikipedia e Wikisource alcuni utenti fanno le “ronde” per controllare quali pagine vengono modificate, e in che modo.
Il software infatti abilita la comunità nel suo complesso a controllare quello che succede, grazie ad alcuni strumenti di monitoraggio e controllo.
Ogni attività e contributo viene tracciato, e tutto è trasparente: qualsiasi utente può vedere tutto ciò che accade all’interno del progetto. Ogni attività, di chiunque, è visibile e tracciata. E’ una sorta di panopticon, con l’importante differenza che tutti possono controllare tutti quanti.
In questo modo, ogni membro della comunità è abilitato (e responsabilizzato) a controllare e modificare eventuali errori o problemi che può incontrare dentro i progetto (siano essi litigi fra altri utenti o errori all’interno delle pagine).

Resilienza

Ogni pagina di Wikipedia infatti viene salvata incrementalmente, per cui ogni versione dello stesso articolo viene archiviata, cumulativamente, senza cancellare le precedenti. Ogni modifica sull’articolo comporta una nuova versione, e tutte le versioni sono accessibili e ripristinabili, nonchè dotate di firma temporale e dell’utente che le ha salvate.
Di conseguenza, è sempre possibile, tecnicamente, ripercorrere la storia di una voce wikipediana (anche se può essere un lavoro ingrato, su pagine modificate migliaia di volte).
Una delle cose più interessanti è che questo sistema garantisce una grande resilienza: se danneggiato o vandalizzato, un articolo è ripristinabile alla sua versione precedente con un click. In informatica, questo tipo di sistema viene detto version control.

Gamification

Progetti come StackOverflow o Academia.StackExchange sono siti di domande e risposte.
Su StackOverflow (dedicato alla programmazione) e Academia.StackExchange (dedicato alla vita accademica, ed estremamente interessante anche per bibliotecari) chiunque può porre una domanda, chiunque può dare una risposta, e sia domande che risposte vengono votate (in positivo o in negativo) dagli altri utenti. In questo modo, le risposte migliori “galleggiano” e figurano al primo posto, mentre quelle con punteggi minori scivolano in fondo alla pagina.
In base ai voti ricevuti, dunque, tutti gli utenti guadagnano una reputazione (espressa con un numero), e alcuni badge, in base al numero di voti ricevuti.
Questo processo viene definito gamification, e utilizza dinamiche prese dal mondo dei videogiochi per rendere il sito interessante, e incentivare gli utenti a fare domande e dare risposte (l’obiettivo del progetto).

Spazio per la sperimentazione

Questo espediente tecnico è un importante pezzo del design di Wikipedia, perchè agisce direttamente sulla cultura di comunità. Permette infatti di poter sviluppare una cultura dell’audacia: “Be bold!” (Sii audace!) è uno dei motti di Wikipedia, e incita il nuovo utente a fare, piuttosto che chiedere il permesso. Wikipedia non si può rompere, tutto può essere ripristinato, per cui le persone possono prendersi il rischio di sperimentare.
Lasciare questo grado di libertà e di “gioco” è fondamentale per abbassare la barriera all’ingresso, e permettere ad un maggior numero di persone di provare.
I progetti collaborativi sono tutti “learning by doing“, e in questo prendono spunto, per esempio, dai videogiochi, in cui il giocatore impara le proprie azioni e potenzialità giocando (e non leggendo un manuale).

Empowerment degli utenti

I progetti comunitari sono oggetti estremamente complessi, ed è aperti alla partecipazione in ogni direzione. Su Wikisource, per esempio, è possibile contribuire trascrivendo i libri, controllando l’OCR, o curando le categorie e i metadati, o anche dedicandosi alla scrittura delle pagine di aiuto e documentazione. È anche possibile scrivere del software e strumenti informatici capaci di aiutare gli utenti in azioni specifiche. In questo senso, Wikisource (come Wikipedia e tutti i progetti Wikimedia) è open source sia nel software che nei contenuti. C’è un intero e vasto ecosistema di programmi per Wikipedia e per i Wikipediani, talmente vasto che è impossibile tracciarne i confini.
Questo è quello che si dice essere una piattaforma: è proprio in questo senso che David Weinberger consiglia alle biblioteche di diventare piattaforme. I progetti wiki non sono solo una piattaforma tecnologica, ma anche sociale.

Copyright libero

Un parte fondamentale di tutti i progetti comunitari (wiki, ma anche StackOverflow o Academia.StackExchange) è il copyright libero.
La licenza più comunemente utilizzata è la CC-BY-SA, acronimo per Creative Commons – Attribuzione – Condividi allo stesso modo.
Questa licenza presuppone che ogni tutto il contenuto creato dalla comunità sia liberamente:

  • utilizzabile
  • copiabile
  • distribuibile
  • modificabile, a patto che la nuova versione modificata mantenga la stessa licenza.

In questo modo, la comunità costruisce legalmente un bene comune, con un diritto d’autore molto più “elastico”, che incoraggia la condivisione e la costruzione cooperativa di un unico progetto.

Un controesempio: la collaborazione su SBN

La struttura dei grandi progetti collaborativi ci informa anche su alcuni progetti collaborativi già esistenti nel mondo bibliotecario. Alla luce di cosa funziona in Wikipedia, per esempio, possiamo chiederci se la collaborazione gerarchica di SBN sia un vantaggio o uno svantaggio.
SBN non è wiki, cioè non è veloce: se un record viene rimodificato da un livello di autorità superiore ad un certo livello, non posso più modificarlo direttamente.
Non solo, i livelli di autorità non sono a livello di singolo utente, ma a livello di istituzione. Questa collaborazione gerarchica spesso genera fraintendimenti, non aiuta una cooperazione orizzontale.
Un altro aspetto problematico è l’assenza di comunicazione: in Wikipedia o in Wikisource, per esempio, ogni modifica ha un campo oggetto (in cui in poche parole posso descrivere che modifica è stata fatta), ma soprattutto ogni pagina ha una relativa pagina di discussione. È sempre possibile andare a vedere quello che è successo, e avere una discussione (che rimane lì, permanentemente) che racconta le ragioni di una determina scelta evita malintesi e permette di minimizzare l’attrito fra collaboratori.
Ci si prova a spiegare parlando, o se si litiga lo si fa al di fuori dell’oggetto vero della collaborazione, cioè al di fuori delle voci dell’enciclopedia, ma in una pagina apposta. Invece di duplicare i record (generando disordine), si potrebbe cercare di discutere sui record esistenti e cercare un consenso.

È possibile dunque pensare ad alcune modifiche tecniche da apportare alla struttura di SBN, per migliorarne la coollaborazione fra professionisti, e renderla più snella e fluida? Io credo di sì.

Conclusioni

Tutte le caratteristiche analizzate sono importanti per far nascere, nei membri della comunità, la percezione che il progetto (di cui la comunità stessa è parte fondamentale) sia un bene comune.
Il copyright condiviso, l’invito alla partecipazione, sono solo strumenti per facilitare un senso di appartenenza della comunità al progetto.
Se le persone sono contente di essere lì, se si ritengono responsabili nel progetto nel suo complesso, se lo vogliono veder crescere e prosperare, avremo una comunità felice e un progetto di successo.

L'”accesso all’informazione” è uno dei capisaldi della professione bibliotecaria. Noi cataloghiamo il mondo documentale per renderlo accessibile, indicizziamo per far ritrovare.
È la prima legge di Ranganathan: i libri sono fatti per essere usati.
Cioè, i libri in quanto manufatti e portatori di un messaggio sono fatti per consegnare quel messaggio a chi lo può recepire, cioè una cervello leggente e pensante.
Non sarà certo io a entrare nel dibattito accademico: ma sono decenni che la pedagogia va nella direzione della partecipazione, dell’interattività, del dibattito e della discussione. Le persone imparano e rielaborano informazione, trasformandola in conoscenza personale, in modi diversi: parlare, discutere, confrontarsi con gli altri è uno dei modi migliori che conosciamo.
Da qui l’esigenza (lankesiana, ma non solo), di riorganizzare il lavoro di biblioteche e bibliotecari in una direzione che tenga in conto questi nuovi documenti che sono sia le conversazioni, sia le persone stesse (con le loro competenze, bisogni, desideri).
Il bibliotecario si avvicina in questo all’insegnante, diventando un facilitatore di conversazioni, nella sua comunità di riferimento.

Bibliografia e links

  1. David Lankes, Atlante della biblioteconomia moderna, Edizione bibliografica, 2014.
  2. Goldin, Marco. Prevedere il futuro, un giorno alla volta. Pensieri sparsi su David Lankes. 2014. URL: http://angelamunari.tumblr.com/post/102352160890/prevedere-il-futuro-un-giorno-alla-volta
  3. Francese, Enrico. Alcune riflessioni sull’atlante. 2014. URL: http://fraenrico.carcosa.it/?p=1886
  4. Ridi, Riccardo. Mezzi, fini, alfabeti: vecchie e nuove filosofie della biblioteca., 2013. In: I nuovi alfabeti della biblioteca. Viaggio al centro di un’istituzione della conoscenza nell’era dei bit: dal cambiamento di paradigma ai linguaggi del cambiamento, atti del convegno di “Biblioteche oggi”, Milano, 15-16 Marzo 2012. Editrice Bibliografica, pp. 28-53. URL: http://eprints.rclis.org/19165/
  5. Galluzzi, Anna. Una mappa topica per la professione: l’atlante di R. David Lankes, AIB Studi, vol. 52, n° 1, 2012. URL: http://aibstudi.aib.it/article/view/6297/6027
  6. Munari Angela, La biblioteconomia moderna “With or Without Lankes”?. 2014. URL: http://angelamunari.tumblr.com/post/102355116585/la-biblioteconomia-moderna-with-or-without
  7. Benkler, Yochai; Nissenbaum, Helen. Commons-based Peer Production and Virtue. The Journal of Political Philosophy, 2006. 4 (14): 394-419.
  8. Wikipedia, l’enciclopedia libera. URL: http://it.wikipedia.org
  9. Wikisource, la biblioteca libera. URL: http://it.wikisource.org
  10. Academia Stackexchange. URL: http://academia.stackexchange.org
  11. Quora. URL: http://quora.com
  12. Zooniverse. URL: http://zooniverse.org
  13. Wenger, Etienne. Communities of practice: learning, meaning, and identity. Cambridge University Press, 1998. Per una veloce introduzione, URL: http://www.ewenger.com/theory
  14. StackOverflow. URL: http://stackoverflow.org
  15. Weinberger, David. Library as Platform. LibraryJournal, 4 settembre 2012. URL: http://lj.libraryjournal.com/2012/09/future-of-libraries/by-david-weinberger
  16. Licenza Creative Commons – Attribuzione – Condividi allo stesso modo – 4.0. URL: https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/

Symbolum ’77

20:50, Sunday, 16 2014 November UTC

Il ricordo più vivido che ho, legato a Cotton: io che faccio la primadonna as usual “se mi volete all’assemblea dovete venire a prendermi a casa” e lui che passa apposta da Bologna per recuperarmi. (I.: “Certe persone fatichiamo a considerarle come amici, ma se quando ci lasciano stiamo così male, si vede che erano […]

Wikimedia Italia (e Wikipedia!) hanno vinto

10:53, Thursday, 24 2014 July UTC

Ieri sera camminavo per via Rogoredo con gli auricolari nelle orecchie, Por una cabeza a tutto volume, un vento di tempesta addosso e pensavo: “E’ finita. Non mi sembra vero. E’ finita!”.

L’11 luglio del 2009 ero a Firenze per un barcamp, a raccontare di Wikipedia&Wikimedia e dello strano rapporto che avevamo con la città. La sera ero andata a bere un aperitivo con l’allora fidanzato in un bel locale sull’Arno e uscita avevo chiamato i miei per salutarli e sapere se andava tutto bene. Mia madre, cercando di non preoccuparmi troppo, mi aveva detto che avevano consegnato un atto giudiziario per me e alla richiesta di dettagli mi aveva parlato vagamente di una richiesta di risarcimento per 10 milioni di euro.

10 MILIONI DI EURO!

Un colpo al cuore.

Poi, letto l’atto, avevo chiesto al mondo se aveva 20 milioni di euro da prestarmi (mammà era stata buona e aveva tralasciato la seconda richiesta di altrettanti 10 milioni di euro).

Ora vi ringrazio ma non mi servono più (spero!).

Ieri l’avvocato mi ha informata che il giudice ha rigettato la richiesta di risarcimento degli Angelucci e li ha condannati a pagare le spese processuali.

Io ricomincio a respirare: smetterò di svegliarmi nel cuore della notte con quell’idea fissa o a essere preoccupata all’idea di acquistare casa. Nessuno mi ridarà i miei 5 anni di patemi d’animo (e frizzi e lazzi per esorcizzare un po’), ma va bene così.

Wikimedia Italia è salva e ha stabilito il punto: l’estraneità alla gestione di Wikipedia.

Non solo, anche Wikipedia ha stabilito il punto: due settimane fa il giudice si era già pronunciato nella causa che vedeva contrapposti gli Angelucci e Wikimedia Foundation, mostrando di aver colto appieno il funzionamento di Wikipedia e “approvandone” la logica.

“[Wikipedia] offre un servizio basato sulla libertà degli utenti di redigere le varie pagine dell’enciclopedia; è questa libertà che esclude qualsiasi [obbligo di garantire l’assenza di contenuti offensivi dei suoi siti] e che trova il suo equilibrio nella possibilità che chiunque possa modificarne i contenuti e chiederne la rimozione”.

..e così anche il tentativo più eclatante di tappare la bocca a Wikipedia sembra rientrato, con buona pace di chi continua a pensare di poter imbavagliare la libertà di informazione.

Due note finali e poi mi taccio:
– i nostri avvocati sono stati super bravi, sia nel merito che nel coordinamento con gli avvocati di Wikimedia Foundation. Quindi grazie allo Studio Legale Scornajenghi!
– far parlare di questa vicenda offline è stata durissima, anzi praticamente impossibile. Questa è una di quelle cose che non scorderò mai: i giornali “di carta” se ne sono tenuti ben lontani

Siete ancora qui? Sciò, correte a correggere qualche voce di Wikipedia 😉

ps: qui il comunicato stampa di Wikimedia Italia

Perché noi wikipediani, che ci piaccia o no, siamo una comunità. E siamo una comunità globale. Certo, magari con necessità o priorità diverse, ma tutti uniti dalla stessa missione. Per cui trovo bellissimo un sistema interno a Wikipedia che permetta di riconoscerci (e non un grosso social network; anche se riconosco molti meriti a questi siti, […]

Perché i libri di carta devono morire, e moriranno

22:45, Sunday, 24 2013 November UTC

La prima premessa è che di post simili ne esisteranno a pacchi, immagino. La seconda è che qualcosa di simile mi era già capitato in passato, per cui era arrivato il momento di raccontare, appunto, perché i libri non elettronici debbano sparire, e lo faranno. Lo faccio qui perché oggi avevo una missione (ufficiosa) consistente […]

Cose che ho imparato grazie alle scarpe

10:15, Friday, 22 2013 November UTC

Eccoci qui, a Villa Foscarini-Rossi, sede del Museo Rossimoda della calzatura. Ecco quello che stavamo facendo: una editathon, cioè una gara di scrittura di voci su Wikipedia, sul tema della calzatura appunto, ma anche della storia del costume e del territorio della riviera del Brenta. Che io sia lì in quella foto è una sorpresa … Continua a leggere "Cose che ho imparato grazie alle scarpe"

Biblioteche e Wikipedia al Bibliopride 2013

06:49, Wednesday, 02 2013 October UTC

Sabato prossimo, 5 ottobre, si terrà la seconda edizione della Giornata nazionale delle biblioteche, il Bibliopride 2013. Io sarò presente presso la Biblioteca Marucelliana in occasione dell’incontro dedicato a Biblioteche e Wikipedia: condivisione open data e competenze, organizzato dall’Associazione Italiana Biblioteche e da Wikimedia Italia. Il programma della giornata è questo: Frieda Brioschi (Presidente, Wikimedia Italia), … Continua a leggere "Biblioteche e Wikipedia al Bibliopride 2013"

royalbaby

Al momento la voce è disponibile in inglese, francese, tedesco e portoghese.

Dato che non si sa ancora come verrà chiamato, e neppure se sarà maschio o femmina, la voce è titolata Child of the Duke and Duchess of Cambridge (“Figlio del Duca e della Duchessa di Cambridge”).

La voce in italiano non esiste ancora ma è facile prevedere che verrà creata a pochi secondi dall’annuncio della nascita.

A chi serve VisualEditor?

16:30, Friday, 05 2013 July UTC

(parte seconda).

“I’m a medical student who has been using wikipedia for years. I have no time to learn how to edit, and since medical school started (I’m a 4th year now), I have read hundreds and hundreds of articles that I wish I could have edited but didn’t because I either didn’t know how to, or I didn’t know how to include references…. With this new visual editor thing, I edited my first article today! And by editing the article I don’t mean I fixed the spelling mistakes. Thanks for finally realizing that quantity is very different from quality. There are people other than your heavy editors and your "community” that can contribute, and some actually know what they are talking about. Just because someone knows how to edit does not mean they have something meaningful to write. Thanks again" <- Boonshofter@enwiki

Ma a chi serve VisualEditor?

19:29, Sunday, 30 2013 June UTC

Dai feedback su en.wiki, via Erik M.:

“I’m happy to see that you truly are making editing Wikipedia a lot
easier for us who don’t know Wiki codes and who have no time or
interest of learning them. I’ve always wondered why making a minor
editing in Wikipedia is so hard that I rather quit than make any
changes even though I know what to edit. It just has been too
complicated. I learnt to walk and talk 49 years ago, I learnt to write
45 years ago, and I learnt my first English words at age 6, that’s 44
years ago but in 2010 or 2013 I couldn’t make even a minor edit in
Wikipedia because I’m not into codes. You have no idea how many times
I have given up on editing, simply because it has been so difficult
and takes too much time considering what I’m about to edit. This
VisualEditor is so welcome to me. Maybe from now on I don’t have to
walk away from a page even if I see it needs some editing but instead
of that I can do it without sweat, toil and frustration. I can’t wait
to try new VisualEditing. I believe it makes me more active for making
minor editing. And later on I might take bigger editing jobs as well.
Thank you for making my extra hobby a lot easier.” AniaKallio (talk)
07:24, 29 June 2013 (UTC)

Cricca

20:32, Saturday, 29 2013 June UTC

Stavolta l'edit del giorno, realizzato con VisualEditor, è mio.

(VisualEditor è il futuro dell'editing su Wikipedia, ma è già qui. Provalo oggi.)

Art Brut

20:04, Friday, 28 2013 June UTC

“Il concetto di Art brut (in italiano, letteralmente, Arte grezza) è stato inventato nel 1945 dal pittore francese Jean Dubuffet per indicare le produzioni artistiche realizzate da non professionisti o pensionanti dell’ospedale psichiatrico che operano al di fuori delle norme estetiche convenzionali (autodidatti, psicotici, prigionieri, persone completamente digiune di cultura artistica). Egli intendeva, in tal modo, definire un'arte spontanea, senza pretese culturali e senza alcuna riflessione.”

Leggi il resto su http://it.wikipedia.org/wiki/Art_Brut, la voce del giorno editata con VisualEditor da Appo92.

(VisualEditor è il futuro dell'editing su Wikipedia, ma è già qui. Provalo oggi.

Cadaverina

22:00, Thursday, 27 2013 June UTC

La cadaverina, una diammina fetida, è un prodotto di degradazione delle proteine.

Leggi il resto su http://it.wikipedia.org/wiki/Cadaverina, la voce del giorno editata da Jacopo Werther con VisualEditor

(VisualEditor è il futuro dell'editing su Wikipedia, ma è già qui. Provalo oggi.)

Nonna Abelarda

20:45, Wednesday, 26 2013 June UTC

Nonna Abelarda è un fumetto italiano, prodotto dal giugno 1971 all’agosto 1974, con una testata dedicata e con un'uscita di 44 numeri, riproponendo in formato piccolo le storie apparse su Volpetto negli anni cinquanta.”

La voce del giorno editata con VisualEditor, da Lepido.

(VisualEditor è il futuro dell'editing su Wikipedia, ma è già qui. Provalo oggi).

Alacre castoro

19:27, Tuesday, 25 2013 June UTC

it.wikipedia.org/wiki/Alacre_castoro

La voce del giorno, feat. almeno un edit con VisualEditor.

(VisualEditor è il futuro delle modifiche su Wikipedia. Provalo oggi.)

in the sign of stroopwafels

14:14, Saturday, 08 2013 June UTC

Now that Flickr grants everyone 1terabyte of free space, I am uploading all the Wikim/pedia related pictures I have taken so far, many of them only previously posted on Facebook. An example is given below.

image

Non sono nuova a post “elettorali”, nel senso

08:14, Saturday, 08 2013 June UTC

Non sono nuova a post “elettorali”, nel senso che mi piace dire la mia in simili circostanze, e poi ho una lunga esperienza di cui vado orgogliosa nel far imbarazzare wiki(p/m)ediani in senso positivo o negativo. Ancora però non mi era capitata l’occasione di esprimermi in occasione dell’elezione di membri della FDC, ossia la commissione […]

Link

13:16, Wednesday, 17 2013 April UTC

A volte reperire dati aggiornati su Wikipedia & co. si rivela un’impresa. Sono partita da qui, ma come potete vedere, sia questa che le pagine in essa linkate andrebbero aggiornate drammaticamente. Per fortuna, la Wikimedia Report Card, aggiornata automaticamente ogni mese, fornisce un quadro abbastanza comprensibile della situazione attuale e di come si stia evolvendo […]

Traduco un post di Wikimedia Francia. Originale e traduzione sono pubblicati con licenza CC-BY-SA 2.0. C’è anche la versione inglese, che è quella che in realtà ho usato.

***

A inizio marzo, la DCRI (Direction Centrale du Renseignement Intérieur) ha contattato la Wikimedia Foundation, l’organizzazione non a scopo di lucro che gestisce Wikipedia. La DCRI affermava che una voce della Wikipedia in lingua francese su una struttura militare contenesse informazioni riservate, e ne ha chiesto l’immediata cancellazione. La Wikimedia Foundation ha ritenuto di non avere abbastanza informazioni e ha rifiutato di soddisfare la richiesta.
La Wikimedia Foundation ha spesso collaborato con le autorità pubbliche per seguire decisioni legali. Riceve centinaia di richieste per la cancellazione di voci, e ottempera sempre alle richieste chiaramente motivate.

Insoddisfatta dalla risposta della Fondazione, la DCRI ha convocato un volontario di Wikipedia nei suoi uffici il 4 aprile. Questo volontario che è uno di quelli che ha accesso agli strumenti che permettono la cancellazione delle pagine, è stato costretto a cancellare la voce mentre era negli uffici della DCRI, facendogli capire che sarebbe stato tenuto in custodia e processato se non avesse obbedito. Sotto pressione, non ha avuto altra scelta se non di cancellare la voce, nonostante avesse spiegato alla DCRI che non è così che funziona Wikipedia. Ha avvisato gli altri amministratori che se avessero tentato di recuperare l’articolo sarebbero incappati in responsabilità davanti alla legge.

Questo volontario non aveva alcun collegamento con la voce, non l’aveva mai modificata e non sapeva nemmeno della sua esistenza prima di entrare nell’ufficio della DCRI. È stato scelto e convocato perché era facilmente identificabile, dato che promuove regolarmente Wikipedia e i progetti Wikimedia in Francia.

Wikimedia Francia non comprende come prepotenza e metodi coercitivi possano essere usati contro una persona dedicata alla promozione della libertà e della conoscenza. Dato che Wikimedia Francia sostiene la libera conoscenza, è suo dovere denunciare questo atto di censura contro un cittadino francese e contributore di Wikipedia.

Modificare Wikipedia pubblicamente è diventato un comportamento rischioso in Francia? La DCRI non è capace di difendere il segreto militare attraverso mezzi legali e meno brutali?

Lasciateci ricordare che l’articolo è stato disponibile per molti anni senza provocare nessun problema fino a qualche giorno fa.
L’intimidazione non è il modo giusto di far rispettare il segreto militare in Francia, e internet non è un luogo che ha bisogno di essere regolato in un modo così brutale. Noi crediamo che la DCRI abbia altri modi di far rispettare la legge. Speriamo che una indagine indipendente faccia chiarezza sui recenti eventi. La Francia è uno stato di diritto, dove la sicurezza nazionale non deve essere assicurata attraverso queste misure.

***

Aggiornamento. La voce di cui si parla è Station hertzienne militaire de Pierre-sur-Haute. In seguito a questo episodio è stata tradotta in diverse lingue, tra cui italiano e inglese. Un classico esempio di effetto Streisand.

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