Fonti errate in Wikipedia

02:04, Thursday, 16 2018 August UTC

Nonostante nel sito di Wikimedia Italia sia scritto chiaramente che noi non gestiamo Wikipedia in italiano ma ci limitiamo a promuoverla, mi capita sin troppo di frequente che qualcuno mi scriva per chiedermi o più spesso intimarmi di fare qualcosa a riguardo di una o dell’altra voce dell’enciclopedia. Essendo io troppo buono, non uso di solito una risposta precotta ma aggiungo qualcosa di specifico relativo a quella voce, tipo dove si può scrivere per ottenere aiuto da qualcuno più esperto: le mie possono essere spiegazioni generali, ma ogni sottocomunità ha le sue regole e conviene studiarle un po’ se si vogliono fare modifiche sostanziali. (No, non è prevaricazione, ma un tentativo di mantenere un minimo di omogeneità).

La scorsa settimana mi è capitato che una persona si lamentasse per il testo della voce su una sciagura di qualche anno fa, dicendo che quanto scritto era spesso errato, e di eliminare quella pagina (vabbè…). Ho dato una rapida occhiata alla voce, e a prima vista sembrava completa e ricca di citazioni alle fonti primarie, perlopiù articoli di quotidiani nazionali e locali nei giorni immediatamente successivi all’avvenimento. L’ipotesi che io posso fare, da ignorante nel senso letterale del termine, è che i giornali abbiano correttamente riportato le prime notizie frammentarie arrivate loro, ma che la successiva inchiesta abbia poi rilevato che le cause reali erano diverse. Ho quindi spiegato al mio interlocutore che probabilmente la cosa migliore era indicare nella pagina di discussione la nuova fonte più accurata (come link oppure con tutti i dati che permettano di trovarla fuori dalla rete) e chiedere che si rimetta a posto la voce con i nuovi dati, ma lasciando le vecchie informazioni, pur modificate scrivendo per esempio “inizialmente si pensava…”. Come mai?

La spiegazione è un po’ lunga, anche se non realmente complicata. Comincio con lo svelare un segreto di Pulcinella: la comunità di Wikipedia (in italiano, ma penso che la cosa valga anche per altre lingue) è spesso divisa su cosa si può inserire nell’enciclopedia e cosa no. La divisione non è netta, e dipende spesso dalle categorie di voci: in questo caso specifico è sugli avvenimenti di cronaca. Io per esempio ritengo che non se ne dovrebbe parlare su Wikipedia ma scegliere un altro progetto, in questo caso Wikinews, per due ragioni specifiche. La prima è che non si sa se quello che oggi appare importante lo sarà ancora tra qualche anno: in gergo wikipediano si parla di recentismo. La seconda è che trattare un fatto di cronaca come voce enciclopedica fa correre il rischio di dire cose errate, come potrebbe essere avvenuto nel caso in questione, e quindi dare informazioni erronee a chi finisce su Wikipedia fidandosi di essa (cosa che non bisognerebbe mai fare, d’accordo, ma che tanto si fa sempre).

Perché allora non limitarsi a cancellare le informazioni erronee, magari dopo avere aggiunto quelle più aggiornate e corrette? Di nuovo, le ragioni sono due. La prima è che si rischia che qualcuno in perfetta buona fede le riaggiunga, pensando che la cancellazione sia stata fatta per errore o per volontà vandalica. Tra l’altro, per come funzionano i quotidiani, una ricerca fatta oggi troverà come prime fonti gli articoli immediatamente successivi alla sciagura, perché quelli con le risultanze delle indagini tipicamente saranno finiti nelle pagine interne non essendo più “breaking news”. Ma più importante è il fatto che anche un’informazione falsa, se specificata correttamente e indicata chiaramente come erronea, può essere enciclopedica! Prendiamo un esempio quintessenziale, la strage di piazza Fontana. Se andate in emeroteca e cercate i giornali dell’epoca, troverete titoli a nove colonne “Pietro Valpreda è l’autore della strage”. Sappiamo da decenni che ciò non è vero (lo sapete, nevvero?). Però il depistaggio in questione fa parte della storiam e quindi una voce sulla strage non sarebbe completa se non si raccontasse anche della storia di Valpreda. Certo, non si scriverà mai che il ballerino anarchico fu un colpevole; ma si scriverà che è stato ritenuto colpevole. Per la cronaca, ho controllato: in effetti c’è scritto che il Corriere della Sera pubblicò un articolo intitolato “Catturato il mostro”.

Il tutto sembra complicato? Forse un po’ lo è. Ma quello che conta è che il lettore distratto – e ce ne sono tanti, troppi – possa capire al volo cosa è successo, mentre quello più attento abbia a disposizione tutta la cronistoria.

Direttiva europea sul copyright: fatti e opinioni

19:12, Tuesday, 10 2018 July UTC

Smontiamo un po’ di luoghi comuni

Copywrong, di GDJ — https://openclipart.org/detail/219802

Ora è terminato tutto il cancan sulla votazione all’Europarlamento per decidere se la direttiva per il copyright sul mercato unico digitale era a posto così e pronta per il trilogo, oppure sarebbe stato opportuno discuterla in plenaria. È arrivato forse il momento di mettere qualche puntino sulle i, presentando i temi del contendere in modo spero chiaro. Ho scelto esplicitamente di separare la prima parte (i fatti, scritti nel modo più neurto possibile) dalle mie opinioni, che sono personali e non necessariamente condivisibili. In questo modo spero possiate farvi un’idea un po’ più chiara dei temi della contesa.

Cominciamo da una premessa, anzi due. È doveroso che il lavoro creativo sia giustamente rimunerato: nessuno tra coloro che hanno espresso il loro parere contrario alla direttiva afferma che si può copiare liberamente materiale prodotto da altri senza il loro esplicito permesso (ed eventualmente pagando i diritti d’autore: sono due cose distinte). In generale, quando parliamo di copyright ammettiamo implicitamente che ci debba essere stato lavoro creativo. Ricordo però che almeno in Italia gli autori non hanno quasi mai il copyright sulle proprie opere. Se non ci credete, prendete un libro, un disco o un film e vedete cosa c’è scritto vicino alla ©. Naturalmente il titolare dei diritti (quello dopo il ©, appunto) paga l’autore per avere il diritto di pubblicare l’opera: sono le royalties, il compenso per la cessione dei diritti economici d’autore (per la legge italiana, i diritti morali — vale a dire la cosiddetta proprietà intellettuale — è inalienabile). E anche nel caso in cui i diritti siano pagati a forfait una volta per tutte e non in percentuale sugli acquisti, è vero che se l’editore non guadagna abbastanza poi non potrà più pubblicare; quindi in futuro ci perderà anche l’autore. Ricordiamoci però che non è vero che il copyright è degli autori. Ah: ricordiamoci anche che “copyright” è una parola ombrello, e ci sono tantissimi diritti, economici e no, che possono essere gestiti ognuno separatamente. In Italia per esempio il diritto morale — quello che dice “quest’opera è mia” — è inalienabile: la proprietà intellettuale rimane a te e basta. Invece in teoria uno potrebbe cedere a un editore i diritti per la pubblicazione della propria opera in versione cartacea ma non elettronica, oppure tenersi quelli per un’eventuale trasposizione cinematografica o teatrale (tecnicamente “opere derivate”; anche la traduzione lo è, il che significa che non si può tradurre un libro senza che il detentore dei diritti sia d’accordo).

Passando agli articoli della direttiva, notiamo che rispetto alla sua formulazione iniziale è stata rimossa l’eliminazione di un diritto di copyright. Il cosiddetto diritto di panorama dà la possibilità a tutti (e quindi toglie al creatore dell’opera il copyright relativo) di fotografare monumenti e palazzi sulla pubblica via e fare un uso commerciale di queste foto (gli usi personali erane già ammessi). Ora il diritto di panorama è possibile solo in alcune nazioni europee — l’Italia non è uno di questi; inizialmente era stato concesso, nel testo finale non se ne parla piú. L’articolo 11 invece aggiunge un nuovo diritto di copyright (“ancillary copyright”). Lo spirito della direttiva è che un aggregatore di notizie (si prendono titolo e un pezzetto di testo su un certo tema da più fonti) cadrebbe sotto il copyright di chi ha scritto le notizie originali, anche se ciascuno dei vari pezzi può essere usato singolarmente per il diritto di citazione. In informatica esiste già qualcosa di simile, i diritti sulle basi di dati, cioè sul lavoro fatto da chi ha messo insieme un certo numero di informazioni in modo creativo. Ricordo comunque che gli articoli presenti nell’aggregatore non possono già ora contenere il testo originale completo o comunque oltre il diritto di citazione perché in tal caso si violerebbe il copyright, e che il semplice hyperlink — la stringa che comincia con http:// e che una volta cliccata porta al sito remoto — sarebbe rimasto liberamente usabile. Infine l’articolo 13 non modifica la normativa sul copyright: ciò che è lecito o vietato continuerebbe a esserlo allo stesso modo. Quello che cambia è il modo in cui il copyright viene verificato. Ora lo è a posteriori: se io titolare di copyright trovo che tu sito hai un’opera sotto copyright ti ordino di toglierla. Con la direttiva sarebbe stato per default a priori: chi riceve dei contenuti deve verificare preventivamente che non siano sotto copyright, stringendo accordi con i vari detentori di diritti. La regola avrebbe previsto varie eccezioni, tra cui Wikipedia e GitHub, anche se la sua formulazione non era così chiara: Wikipedia è sì un progetto non-for-profit ma permette l’uso commerciale del materiale in essa contenuto, e quindi non è detto che l’eccezione sarebbe stata valida.

Fin qui i fatti. Spero che su di essi possiamo tutti essere d’accordo. Da qui in poi arrivano le mie opinioni, che potete accettare o no ma vi prego di leggere lo stesso. Cominciamo dal fondo, cioè dall’articolo 13. Ho forti dubbi che un controllo a priori funzioni su tutto il materiale sotto copyright, a meno naturalmente che si parli di Google che si memorizza tutto e se lo tiene in pancia. Come è possibile per un piccolo titolare di copyright fare accordi con tutti i siti che accettano file caricati dagli utenti? Consegna il materiale preventivamente, sperando che non vada in giro? (No, non basta avere una firma digitale sui contenuti. Basta sostituire un singolo frame del film oppure aggiungere un decimo di secondo di silenzio o ancora modificare leggermente la copertina per avere una checksum diversa senza modificare in pratica il contenuto). Viene chiesto di fare un controllo sui metadati? Vale la stessa cosa che ho detto qui sopra: semplicemente i motori di ricerca per recuperare i file piratati (ce ne sono, ce ne sono…) mostreranno anche i file che hanno leggere variazioni sul nome. Si chiederà ai piccoli siti di pagare Google per il servizio di controllo copyright? Spero proprio che non si voglia dare loro i soldi per pagare la Google Tax. Resto insomma dell’idea che sarebbe molto meglio far funzionare meglio la regolamentazione attuale a posteriori. Se io con un semplice Google Alert trovo ogni settimana nuovi siti che hanno una copia piratata dei miei libri, che ci vuole a un editore per fare la stessa cosa? Un’ultima cosa: immagino che i nostri giornali elimineranno tutte le foto “prese da Internet” nelle loro gallerie, il che in effetti non sarebbe un male… oppure pagheranno Facebook per il diritto di usare il nostro materiale. Ho controllato le condizioni d’uso: «Quando l’utente condivide, pubblica o carica un contenuto coperto da diritti di proprietà intellettuale (ad es. foto o video) in relazione o in connessione con i nostri Prodotti, ci concede una licenza non esclusiva, trasferibile, conferibile in sottolicenza, non soggetta a royalty e globale per la trasmissione, l’uso, la distribuzione, la modifica, l’esecuzione, la copia, la pubblica esecuzione o la visualizzazione, la traduzione e la creazione di opere derivate dei propri contenuti». Se non lo sapevate, sapevàtelo. (Se volete il mio parere, le frasi in grassetto non dovrebbero esserci. Ma visto che ci sono mi guardo bene dal pubblicare su Facebook qualcosa che valga davvero la pena. Per quanto riguarda questo specifico post, l’ho lasciato apposta con una licenza libera che permette anche l’uso commerciale, quindi non ci sono problemi di sorta.)

Ah già, questa non era la direttiva contro le fake news, quindi un testo come questo non sarebbe comunque stato toccato

Per l’articolo 11, io ritengo idiota che una raccolta automatica di brani di news senza nessuna creatività — è fatta automaticamente, in fin dei conti… — sia considerata un’opera protetta da copyright e quindi si vogliano chiedere soldi a Google News. Presumo che a questo punto Google farebbe come in Spagna e saluterebbe tutti, ma questo non è un mio problema. Detto questo, non ho nulla in contrario a priori al fatto che gli editori cerchino di farsi dare qualche soldo dagli Over The Top per concedere loro il privilegio di mandare traffico verso i loro siti. Sappiamo tutti che lo spirito della direttiva era questo. Bene. Allora scrivete questa direttiva in modo più specifico, e soprattutto indicando specificatamente cos’è un aggregatore di notizie e non dicendo “non si può fare nulla tranne queste nostre benigne eccezioni” (vedi il testo dell’articolo 13). Per quanto mi riguarda un aggregatore (a) contiene qualcosa in più di titolo e catenaccio della notizia stessa — quindi tutti i giornali che vivono di clickbait possono tirare un sospiro di sollievo — e (b) non contiene un testo originale. Quest’ultima parte serve per distinguere una rassegna stampa di approfondimento (per me ok) da una mera raccolta (che è sì fuori copyright, ma per cui gli editori possono chiedere soldi all’aggregatore). Poi resto dell’idea che se Google e amici dessero metadati invece che soldi saremmo tutti più felici, ma questa è un’altra storia.

Resta il punto più spinoso e proprio per quello generalmente messo sotto il tappeto dai media: il diritto di panorama. Io non riesco davvero a capire perché se c’è un edificio pubblico che tutti possono vedere mentre passano per la strada non sia possibile fotografarlo, quindi farne un’immagine a scopo didascalico e non artistico, senza il permesso di chi ha progettato quell’edificio. Come direbbe Magritte, “Ceci n’est pas un palais”, non foss’altro che perché è a due dimensioni e non tre —è qualcosa di diverso da un modellino, tanto per dire, e la foto ha comunque un contesto. Eppure non è così. Bontà loro, i nostri governanti al momento permettono le foto senza fini di lucro, di cui però Wikipedia non se può fare nulla. Altre nazioni sono molto più generose e ammettono il diritto di panorama, anche se a dire il vero l’europarlamentare Jean-Marie Cavada e i suoi amici avevano già tentato nel 2015 di abolirlo ovunque nell’UE, per evitare «che i monopoli americani come Facebook e Wikimedia sfuggano al pagamento dei diritti ai creatori» (lo ha detto lui, al limite potete lamentarvi della mia traduzione fatta ad occhio senza che io parli francese). Detto in altri termini, il concetto di diritto d’autore per queste persone è qualcosa del tipo “se vuoi regalare il tuo lavoro creativo, fa’ pure, non te lo impediamo; ma devi avere la possibilità di impedire qualunque riuso anche indiretto del tuo materiale senza che ti paghino per il disturbo”. Il mio concetto, e credo quello della maggior parte dei wikipediani, è “il lavoro creativo è sacro, ed è giusto che chi lo faccia abbia il diritto di farsi pagare per il riuso; ma la documentazione del lavoro creativo dovrebbe essere libera per chiunque, e se qualcuno riesce a farci dei soldi buon per lui”. (Nota a margine: Arnaldo Pomodoro ha dato a Wikipedia una licenza esplicita per postare immagini di una qualunque sua opera esposta in un ambiente pubblico. Presumo che abbia compreso che è tutta pubblicità). Per la cronaca, il concetto degli Over The Top dovrebbe essere qualcosa tipo “regalaci il tuo materiale: a te non serve, ma noi sappiamo come farci dei soldi su, soldi che ci teniamo tutti noi”.

Se siete arrivati fin qui, dovrebbe esservi chiaro che il problema per me non è il concetto copyright, ma la sua applicazione attuale, che non è più a favore dell’autore salvo in pochi casi eccezionali. Sarebbe per esempio interessante sapere quanti iscritti alla SIAE ricavino più di 13000 euro l’anno (mille al mese più tredicesima, come un operaio specializzato) di royalties. Il guaio è che la narrazione è nelle mani di chi in effetti sul copyright ci guadagna eccome, anche se autore non è, e quindi non vuole che si stia a pensare a cosa succede davvero. Ecco, cercate invece di azionare il cervello.

maoisti forse, seguaci di Di Maio no

15:21, Tuesday, 03 2018 July UTC

Quando uno tra i tanti giornalisti che oggi mi ha telefonato per avere informazioni sull’oscuramento di Wikipedia mi ha detto che c’era chi ci considerava grillini sono caduto dal pero. Poi ho scoperto questo articolo del Foglio (o almeno le prime righe che si possono leggere prima del paywall).

Tanto per essere chiari: Di Maio ha detto di essere contro la link tax, anche se non penso che un qualsivoglia governo potrà andare contro la direttiva quando verrà approvata. Perché l’ha fatto? Non lo so. Tra i contributori a Wikipedia ci sono pentastellati? Immagino di sì, e anche parecchi, non foss’altro che per banali ragioni statistiche. Essere a favore della direttiva così com’è un loro diritto: in fin dei conti il gruppo liberale ALDE la approva, anche se a me pare strano. Ma pensare che Wikipedia assecondi Di Maio (o qualunque altro politico, se per questo) mi sembra davvero incredibie.

D’altra parte potrei sbagliarmi, ma non credo proprio che al Foglio abbiano cercato qualcuno non dico di Wikimedia Italia ma di quelli che hanno discusso sulla possibilità di oscuramento. Non ha quindi molto senso entrare nel merito del loro testo, no?

Il grande giornalismo d’inchiesta

07:42, Tuesday, 08 2018 May UTC

Tutto pur di pubblicare qualcosa di diverso

Ieri Valentino Di Giacomo ha scritto sul Mattino, vale a dire uno tra i principali quotidiani italiani, un articolo il cui incipit è

«Angelino Sempreinpiedi», ministro dei record. Il titolare della Farnesina, Alfano, con 1836 giorni consecutivi alla guida di un dicastero comanda infatti questa particolare classifica nella storia della Repubblica italiana. Mai nessuno ci era riuscito per così tanti giorni.

Come capita spesso nel Belpaese, gli altri giornali si sono affrettati a copiare la notizia, perché vuoi mica rimanere dietro gli altri e perdere preziosi lettori: ecco così Il Giornale, TGCom, Tiscali News, Il Fatto Quotidiano, HuffPost, TodayTPI

Quest’ultimo in realtà non deve fare parte di questa lista della vergogna: è l’unico infatti il cui redattore ha azionato il cervello e ha specificato “della seconda Repubblica”. Vi ricordate del divo Giulio? Andreotti è stato ministro nei seguenti governi (courtesy of Wikipedia, naturalmente):

Totale: 4909 giorni consecutivi (4910 se contiamo anche l’ultimo), di cui 2565 consecutivi allo stesso ministero. (Angelino è passato dagli Interni agli Esteri con Gentiloni).

Tra l’altro, già l’anno scorso Salvo Toscano sul Foglio scriveva

Due certezze in questi anni: Alfano e la sua poltrona. Sempre al governo, ministro più longevo della Repubblica.

La mia domanda a questo punto è molto semplice. Abbiamo un certo numero di italici giornalisti che non è capace di fare quello che sarebbe il suo mestiere, cioè scrivere notizie non dico importanti ma almeno suffragate da dati nemmeno poi difficili da trovare, oppure siamo solo di fronte a un banale caso di piaggeria nei confronti di Angelino Alfano?

P.S.: mi segnalano che già venerdì scorso, su Propaganda Live (trasmissione de La 7) era stato segnalato questo “record”. Ci sarà bene un motivo perché da anni io non mi fido di qualunque cosa venga raccontato dai nostri media: per fortuna non sono un complottista e non credo che sia tutto un diabolico piano per rimbesuire i cittadini. Lo sono già lo stesso.

Se non hai problemi con l’inglese, il testo originale (di Achille) si trova a https://lyrics.az/douglas-hofstadter/godel-escher-bach/sonata-for-unaccompanied-achilles.html . Non ho capito perché sta in un sito di testi di canzoni, ma fa lo stesso :-)

credo che usare i puntini lasci un’idea parecchio confusa, soprattutto in un sistema tripolare come il nostro attuale.

Hai provato a fare tre cartine distinte, una per polo, lavorando a livello di collegio mettendo l’intensità del colore proporzionale al numero di voti ricevuti? (magari esagerando la cosa, tipo “sotto il 10% bianco, sopra il 50% saturo, nel mezzo lineare). È vero che non confronti direttamente i dati ma hai almeno un raffronto possibile.

Io e la matematica

11:29, Tuesday, 09 2018 January UTC

È vero che non sono un esempio da seguire, ma…

immagine di Fir0002, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mathematics_concept_collage.jpg

Il Carnevale della matematica di gennaio sarà tenuto da Math is in the Air, e il suo tema è “io e la matematica”. Come gli affezionati compulsatori dei Carnevali sanno, il tema è tutto fuorché obbligatorio, e io sono noto per non seguirlo mai; ma stavolta ho pensato che avrei potuto raccontare del mio approccio alla matematica. Sono il primo a riconoscere che esso non è generalmente consigliabile a chiunque; però credo che tra le righe del mio esempio personale si possa scoprire qualcosa valido per tutti.

Reuben Hersh e Philip Davis affermano che il matematico tipico è platonista durante la settimana e formalista nei weekend. Non so se sia vero, e comunque loro lo dicono perché non sono né l’uno né l’altro; però sicuramente io sono nato come un formalista, vale a dire qualcuno che non dà alcuna importanza alla verità o meno della matematica, fintantoché i conti formali tornano. Ancora prima di andare a scuola mi divertivo a fare addizioni e sottrazioni di numeri di sette-otto cifre, semplicemente perché mi piaceva vedere che la struttura dell’operazione funzionava come un meccanismo ad orologeria. A sette anni mio zio mi insegnò a usare le tavole dei logaritmi, di cui naturalmente non mi facevo nulla; ma restavo incantato a vedere come le differenze tra le mantisse si riducessero in modo regolare-ma-non-troppo. Alle medie prendevo un foglio a quadretti e compilavo tavole pitagoriche fino a 35x35: il limite era scelto semplicemente perché scrivevo sì minutamente, ma lo spazio totale era quel che era. Diciamocelo: tutta quella non era matematica né io ero un enfant prodige. I numeri e le loro regolarità erano comunque nel mio DNA, e non è stato un caso che quando nella seconda metà degli anni ’70 uscirono le prime calcolatrici programmabili io mi ci fiondai immediatamente su.

Che io non sia mai stato un genio della matematica lo si può anche intuire dai miei sfortunati tentativi di generalizzare — sempre da un punto di vista formale, mica mi interessava dimostrarlo — le formule che trovavo. Quando alle medie mi insegnarono a estrarre la radice quadrata cercai di vedere se si poteva modificare il metodo per le radici cubiche. Quando al liceo il professore ci mostrò un modo rapido per scrivere la formula della tangente a una conica in geometria analitica ma ci vietò di usarlo a meno che non lo sapessimo dimostrare, mi misi a scrivere equazioni su equazioni a seconda del tipo di conica per mostrare che la formula in effetti funzionava. Con il senno di poi è chiaro che il mio approccio era stupido e non sarebbe mai potuto funzionare; ma quando uno è giovane non si preoccupa certo di simili quisquilie, e pensa che tutto si può fare con sufficiente forza di volontà e un taccuino sufficientemente ampio per fare i conti.

Tra la fine delle medie e l’inizio del liceo feci però una scoperta che a lungo andare cambiò la mia percezione della matematica: i cinque libri Enigmi e giochi matematici pubblicati a quel tempo da Sansoni. Un mio amico ha detto che io sono cresciuto a pane e Martin Gardner: quello che è indubbiamente vero è che dovetti ricomprare alcuni di quei volumetti perché a furia di compulsarli si erano letteralmente sfasciati. Gardner mi fece scoprire l’esistenza di una “matematica da strada”, che partiva da oggetti banali e scopriva relazioni inaspettate; la prima cosa che mi viene in mente al momento è il regolo di Golomb. Utilità pratica? Nessuna. Difficoltà nel trovare una regola generale? Estrema: per trovare regoli ottimali non c’è molto di meglio che testarli tutti. Facilità nel giocarci un po’ su? Tantissima. Capirete che un giocherellone come me non poteva lasciarsi scappare questi esempi, e si beava nel vedere che era possibile parlare di matematica in un libro non di scuola (al tempo non avrei mai immaginato che anch’io avrei scritto libri di matematica ricreativa… come si cambia con gli anni, vero?). I libri di Martin Gardner mi lasciarono anche due eredità: la prima fu la conoscenza dell’enunciato di alcuni teoremi non standard che mi servì al tempo dell’università per sembrare più bravo di quanto in realtà fossi, della seconda vi parlerò dopo.

Durante l’università continuai ad avere un approccio tendenzialmente formalista. Insomma, più che capire perché i teoremi funzionassero mi misi a vedere cosa facevano, partendo da casi pratici che ero in grado di maneggiare. Nel primo biennio la cosa funzionò piuttosto bene: sono rimaste memorabili le sessioni con il mio amico, molto più teorico di me, con il quale risolvevamo gli esercizi trovandoci a metà strada, lui sfruttando i teoremi generali ed io costruendo dal basso. Nel secondo biennio le cose divennero parecchio più problematiche, e non credo di avere mai capito nulla di analisi funzionale (o analisi complessa, se per questo, ma qui almeno ho la scusa che nel mio piano di studi si era persa…) Una volta laureatomi, ho come capita spesso dimenticato tutto, visto che non ho mai avuto la necessità di usare quanto studiato. Ma ecco che entra in gioco la seconda eredità che Martin Gardner mi ha lasciato: la filosofia.

Gardner era un giornalista scientifico (confessò di non aver mai davvero capito l’analisi matematica), ma il suo background era filosofico. Avendo carta bianca nello scegliere gli argomenti per la sua rubrica di giochi matematici sullo Scientific American, trovò naturale inserire di quando in quando temi più filosofici, che io lessi con la stessa avidità di tutto il resto e che cominciarono a germogliare nel mio cervello. I filosofi che mi leggeranno grideranno certamente allo scandalo, e in fin dei conti i miei voti in filosofia al liceo erano man mano scesi a livelli infimi dopo che la linearità dei filosofi greci si era tramutata nel casino di quelli moderni; ma la mia definizione di filosofia è “la scienza che fa domande” (sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto, ovvio). L’importante non sono tanto le risposte quanto le domande, insomma. Con la matematica, non saprei dire di preciso quando esattamente, mi successe proprio questa cosa. Invece che mettermi a seguire regolette formali, cominciai a chiedermi perché i conti funzionavano in questo modo. Guardando le cose da un punto di vista diverso — a matematica, almeno a Pisa, esisteva il corso di “Matematiche elementari da un punto di vista superiore” che al tempo mi sembrava un’idiozia ma di cui ora capisco l’importanza — mi è stato per esempio chiaro perché nell’algoritmo per calcolare la radice quadrata a mano ci sono quei raddoppi del risultato parziale; sono una banale conseguenza del fatto che stiamo in realtà applicando l’uguaglianza (a+b)² = a² + b² + 2ab. Ma la cosa è molto più generale. Quando scrivo di matematica (di base…) ormai mi è naturale cercare un approccio il più possibile diverso da quello standard, non per spocchia ma perché sono intimamente convinto che possa servire ad avere un’idea della realtà della matematica, e del suo essere una scelta naturale per studiare il mondo.

Non che io creda più di tanto all’irragionevole efficacia della matematica, a dire il vero; ma resto comunque un platonista e non seguo l’approccio “umanista” di Hersh quando afferma che la matematica non è altro che un costrutto umano. I numeri primi sono tali per una qualunque civiltà sufficientemente evoluta, e le loro proprietà restano le stesse. In teoria si potrebbe pensare che il concetto di dimostrazione non debba necessariamente essere applicato, ma non credo si possa andare più di tanto avanti a regole ad hoc. Quindi una matematica aliena si potrà sviluppare in modi diversi da noi — chessò, un concetto come quello di numero reale potrebbe essere sostituito da quello di numero computabile, cosa che cambierebbe parecchio l’analisi matematica — ma sarà comunque riconoscibile e conoscibile, partendo dai principî iniziali. Insomma, gli enti matematici esistono, checché se ne voglia dire; persino l’insieme vuoto esiste, con tutte le sue mirabolanti proprietà. Un teorema, una volta dimostrato, è qualcosa di vero; magari inutile, come nella barzelletta dei due tipi in mongolfiera che si sono persi e che alla loro domanda “dove siamo?” si sentono rispondere “in una mongolfiera”, ma comunque vero.

In definitiva, che cos’è per me la matematica? Una cara amica, che a volte mi fa arrabbiare ma che in fin dei conti non mi delude mai e sulla quale so di poter contare (pun not intended). Non riuscirò mai a conoscerla tutta, anzi ne conoscerò molto meno di tanta altra gente: ma è poi così importante? Ciò che conta è stare bene insieme, e questo sicuramente succede tra me e lei :-)

ItWikiCon, un racconto possibile

18:18, Thursday, 23 2017 November UTC

Questo è un personalissimo resoconto dei tre giorni che ho passato alla ItWikiCon, il raduno dei volontari che contribuiscono ai progetti Wikimedia in lingua italiana, che si è tenuto a Trento dal 17 al 19 novembre 2017. Tanti wikipediani tutti insieme non li avevo mai visti. Wikipediani, ma non solo. Perché non di sola Wikipedia è […]

Intervista impossibile a Douglas Adams

15:29, Wednesday, 09 2017 August UTC

Avevo scritto questo testo quattro anni fa su istigazione di Giorgio Giunchi — lo trovate su http://public.it/semantica/html/interviste_fantascienza.html . Magari può farvi piacere (ri)leggerlo…

Douglas Adams. Foto di Diaa_abdelmoneim, https://it.wikipedia.org/wiki/File:Douglas_Adams_San_Francisco.jpg

[Siamo in un pub. Douglas Noël Adams, DNA per gli amici, ha davanti a sé un paio di pinte di birra e una ciotola piena di noccioline: beve e mangia con metodicità, e ogni tanto facendo finta di nulla mette un po’ di noccioline in tasca. In sottofondo, la radio sta trasmettendo Yellow Submarine]

Io: Vedo che sta facendo incetta di noccioline.

DNA: Sì, sono pronto a partire per una vacanza. Come vede ho tutto qua con me [mi mostra il suo asciugamano: alcune delle tante macchie sembrano vivere di vita propria]. Le noccioline sono perfette per fare una scorta di sali prima di essere caricato da qualche astronave. Certo gli orari sono un po’ aleatori: quando finalmente costruiranno quello svincolo di cui si parla da chissà quanto, le cose saranno molto più semplici…

Io: In effetti mi pare di ricordare che lei non è mai stato bravo a districarsi nel traffico.

DNA: Però ho brevettato un sistema a colpo sicuro per togliersi dalle zone a traffico limitato e da tutti quei sensi unici. Basta iniziare ad andare sempre più veloce, finché si raggiunge la velocità di fuga e si esce dal pozzo gravitazionale cittadino. A quel punto ci si ferma, si cerca di capire dove ci si trova, e se proprio non si sa cosa fare il sistema migliore è seguire qualcuno che sembri aver chiaro il da farsi.

Io: E riesce davvero ad arrivare dove voleva?

DNA: No, però di solito scopro di essere arrivato dove dovevo arrivare. D’altra parte tutto è intimamente connesso, e un approccio olistico è il modo migliore per sfruttare tale interconnessione.

Io: Insomma, viviamo in un mondo difficile!

DNA: Macché! È praticamente innocuo!

Io: Buon viaggio, allora, anche se questa nostra conversazione mi sembra così improbabile…

DNA: Improbabile? [si ferma, estrae da una tasca qualcosa che non assomiglia quasi per nulla a una calcolatrice tascabile, guarda il display, gli dà una botta, lo sento mormorare qualcosa all’indirizzo della Sirius Cybernetic Company, finalmente ha un mezzo sorriso, rimette in tasca il dispositivo] Settecentoquarantadue contro uno, con la tendenza a crescere. Direi che ci siamo quasi, la Cuoredoro dovrebbe passare di qua entro qualche secondo…

[a questo punto non so esattamente cosa sia successo: ho starnutito, e quando ho riaperto gli occhi lui non c’era più. Al suo posto un bigliettino: “Addio, e grazie per tutte le birre”. Il barista mi ha guardato molto male, e ho dovuto pagare tutto, anche le noccioline.]

E chi li paga per gli spazi per il self publishing?

21:46, Thursday, 27 2017 April UTC

E chi li paga per gli spazi per il self publishing?

Più in generale, presumo che per gli editori medi e grandi queste fiere e saloni siano semplicemente considerati costi pubblicitari. Se riescono a vendere qualcosa, tanto meglio. Per i piccoli, forse bisognerebbe pensare prima dell’evento a preparare qualcosa. Ma ci vorrebbero tre-quattro cartelle di spiegazione per ciascuno, e poi che ci fai? Un libro? Un sito web? Non è banale.

Quando lessi per la prima volta il Manifesto della comunicazione non ostile ebbi perplessità simili a quelle qui indicate da Benedetto Ponti: dal mio punto di vista era un misto di banalità note a chi in rete ci bazzica da una vita (e questo non sarebbe poi un male, c’è sempre chi ha bisogno di farsi spiegare tante volte le cose) e un tentativo di fare sì che l’opinione pubblica venisse “naturalmente” condotta ad approvare una legge “di tutela” senza accorgersi della sua illiberalità.

Se Antonio Pavolini ha ragione ed era tutto un modo per avere un evento mediatico, per il momento resto più tranquillo.

L’autore, noto su Wikipedia come Nickanc, contribuisce alla scrittura dell’enciclopedia libera dal 2006, frequentemente occupandosi di voci di musica classica e gestendo dei bot per l’enciclopedia; è stato nel tempo piuttosto dedito al fine di migliorare l’organizzazione consensuale della comunità dietro l’enciclopedia. Le opinioni di seguito sono espresse a suo esclusivo titolo personale e non rappresentano Wikipedia, la sua versione in italiano o alcun gruppo di utenti al suo interno.

 

Wikipedia dice con frequenza di non essere una democrazia virtuale nelle sue linee guida, al contempo numerose associazioni online con fini politici dicono di sé stesse di essere le migliori democrazie mai costruite, come i vari partiti pirata e movimenti per la democrazia diretta online. Ma siamo sicuri? Io sono fortemente critico di queste affermazioni.

Consideriamo in particolare Wikipedia in italiano e il Movimento 5 Stelle, forza politica italiana che si autoproclama baluardo della democrazia diretta online ed euroscettico.

Dentro Wikipedia

Come funziona?

Wikipedia ha una organizzazione informale e modificabile, non ha fra i suoi scopi l’equo trattamento dei suoi utenti, ma solo dei suoi contenuti, non vuole crearsi problemi a scegliere per sé una definizione di democrazia e attenersi ad essa, ancor meno ha tempo da perdere nel definire una separazione dei poteri, non ha scopi sociali interni ad essa, non è un esperimento sociale, pertanto ci tiene a precisare che non intende imporsi di essere una democrazia, né questo deve essere particolarmente auspicabile.

A margine, in effetti, scegliere dei criteri da imporsi per definire la propria democraticità sembrerebbe proprio una delle discussioni che su wikipedia sarebbero eterne e ladre di energia che potrebbe essere usata per scrivere l’enciclopedia. Ciononostante, il fatto che non si voglia imporsi di essere democratici o che anzi si sia così umili da non dirsi democratici da soli, non vuol dire che talora non lo si sia veramente.

Infatti, in un senso esteso, adottando il metodo del consenso (si veda la linea guida relativa, eccettuiamo alcuni rari casi di Wikipedia in italiano in cui si vota perché siamo violenti e buzzurri, per mia somma tristezza), si comporta come una forma di democrazia deliberativa, in cui, ritenendo che l’opinione di un singolo o di una maggioranza non siano sufficienti a garantire neutralità ai contenuti, si continua a discutere a oltranza sino a che non si trovi un accordo che abbia la pressoché unanimità (con eventuali AgreeToDisagree ). A quel punto, wikipedia è una struttura informale, non serve votare, riducendo di fatto il solo processo decisionale alla discussione consensuale. Una sorta di moderno conclave online.

Peculiarità del modello e sue ragioni

Questo metodo è peculiare rispetto alla politica negli stati e nelle organizzazioni governative, ma è pressoché il meglio adattato per Wikipedia e molto movimenti dell’open source sia alla natura del volontariato virtuale e opensource sia alla neutralità:

  • la creazione di divisioni tramite il voto stimola o l’abbandono dell’attività volontaria o il fork del progetto, creando strutture sempre meno capaci di realizzare lo scopo di fare una enciclopedia libera. Questo diritto a uscire (RightToLeave e RightToFork rispettivamente) fa anche da contrappeso “democratico” ( come direbbero i costituzionalisti americani, check and balance ) al progetto, che altrimenti fallirebbe se abbandonato;
  • Una maggioranza – soprattutto se semplice, che esiste sempre o a favore o contro – non vuol dire neutralità: data l’aleatorietà con cui le persone si riuniscono su internet, l’autoselezione di eventuali votanti e l’onerosità dei mezzi di identificazione sicuri per proteggere i voti da abusi ( StuffingTheBallotBox l’abuso più comune ), le percentuali e i numeri sono molto meno significativi dei referenda che fanno gli stati.

Viceversa l’accordo unanime tramite discussione tiene insieme il sistema. La relativa trasparenza di wikipedia in quello che fa, poi, rende la comunicazione riguardante l’enciclopedia libera molto accessibile e permette a tutti di verificarne la struttura interna e di partecipare anche senza registrarsi, malgrado non sia sempre immediato capire dove si sia discusso cosa. L’insieme di queste considerazioni rende Wikipedia, come molte wiki e molte comunità dell’open source, scettiche verso l’utilità delle procedure elettorali, almeno ai loro fini, e per Wikipedia le votazioni sono nocive (VotingIsEvil e su meta Le votazioni sono nocive).

Il confronto con i 5 Stelle

Argomento per punti:

  • Come comunità online, il movimento 5 Stelle è articolato attorno a due domini principali, beppegrillo.it e movimento5stelle.it . Entrambi i siti, rispetto a Wikipedia, hanno un enorme oscurantismo verso il lettore di passaggio : non solo la partecipazione a Rousseau – la piattaforma con cui il movimento effettua le votazioni – è possibile solo da registrati, ma anche la consultazione di Rousseau e della parte privata del forum lo sono, rendendo l’affermazione di essere un movimento democratico poco verificabile, o almeno verificabile solo da dentro. Ma se all’interno uno può eventualmente provarne la democrazia, perché da fuori servirebbe la fede nella loro democrazia interna? È poco credibile che i loro sostenitori siano tutti e soli iscritti.
  • Il movimento 5 stelle ha una ingombrante presenza di un singolo che potremmo chiamarne il fondatore, Beppe Grillo, che essenzialmente cura la maggior parte dei contenuti accessibili pubblicamente. Anche Wikipedia ha un fondatore, Jimbo Wales, ma è sempre più marginale. Invece, le pagine del blog di Grillo, essendo le uniche parti pubbliche di rilievo della comunità dei 5 stelle, lo rendono l’attrattore prevalente dei nuovi iscritti alla loro comunità, assicurando quindi che la sua opinione espressa nei blog – assumendola coerente nel tempo – sia sempre meglio rappresentata delle altre all’interno dei 5 stelle;
  • Il voto è top-down: viene chiamato solo da chi gestisce Rousseau, cioè la società di Grillo e Casaleggio. Dato il punto precedente e l’identità di chi chiama i voti, perché votare su cose su cui sembrano concordi gli iscritti? È necessario? Sembrerebbe ci possa essere un barlume di necessità laddove i voti siano richiesti dal basso, dalla comunità, ma se è Grillo stesso a scegliere argomento e quesito della domanda, qual è il senso del voto? Verrebbe da pensare che, come negli stati democratici, i voti popolari chiamati dall’alto, lungi dall’essere mossi dalle forze popolari come i referenda abrogativi italiani o svizzeri, servano a dare legittimità alle azioni che nei governi sarebbero divisive, dalla dissoluzione della Repubblica di Venezia per referendum nel 1797 al Brexit, al referendum costituzionale italiano del 2016. Ha Grillo questo napoleonico bisogno continuo di legittimità, essendo colui che attrae gli utenti al movimento? Sembra eccesso di personalismo. E ancora: è legittimazione quando il campione che vota, per effetto dell’essere Internet, si autoseleziona? La significatività del voto online su siti non istituzionali è molto diversa da quella dei referendum usuali, assomiglia sempre più ai sondaggi fra i lettori dei giornali, tale punto valeva sopra per Wikipedia e vale anche per il movimento 5 stelle; perché non sono così maturi da accorgersene? Verrebbe malevolmente da dire che votare serva a fare pubblicità presso coloro che hanno una visione votazionista e competitiva della democrazia, ma questo non è il contrario degli obiettivi della democrazia online e dello stesso movimento, che si assume partecipativo?
  • Se poi Grillo chiama le votazioni online a suo arbitrio con un quesito a suo arbitrio o quasi, ma gli altri membri del partito non possono formalmente, perché mai dovrebbe essere democratico ed egalitario un sistema del genere? Anche wikipedia dà un po’ di precedenze a chi ha lavorato molto tempo per essa ed è accettato dalla comunità ed è molto più facile per gli utenti di lungo corso che non per i neofiti fare molte cose, ma il sistema è scalabile e in nessun caso qualcuno ha l’esclusiva sul potere di fare domande e iniziare il processo decisionale del consenso.
  • Come si comportano allora i 5 stelle con gli elementi che rendono le votazioni nocive, per esempio lo sviluppo di fazioni interne informali o il rischio di abbandono? Consideriamo l’abbandono. Non sembra un problema enorme per i 5 stelle, in forte crescita elettorale e di partecipanti; troveranno sostituti e, cosa più importante, i 5 Stelle sono un gruppo politico, non devono costruire qualcosa di enorme come un’enciclopedia di tutto lo scibile umano, possono permettersi l’abbandono di membri molto di più di Wikipedia. Ma, se intendono che il loro metodo di democrazia vada esportato agli stati  – e ammettendo che l’organizzazione che funziona per le comunità online vada bene offline, dove il diritto di uscire non è così ovvio come chiudere una finestra del browser -, quale democrazia liberale può trovar facile escludere chi non la pensa come la maggioranza? E quale organizzazione online si permette di sprecare volontari per quanto bassa ne sia la convenienza? È oclocrazia?
  • Consideriamo ora la faziosità che viene introdotta dall’uso sistematico del voto: ossia, a forza di votare su delle cose e di dividersi su dei temi, ci si aspetta che naturalmente all’interno della comunità ne nascano delle fazioni (anche informali) di persone che, pensando spesso allo stesso modo, ambiscano collettivamente a cambiarla o a far andare in un certo modo alcune consultazioni elettorali. Dato l’oscurantismo del sistema, è poco comprensibile se tali gruppi esistano davvero, tuttavia, negli anni del movimento è accaduto più volte che vi fossero divisioni note al pubblico attraverso i giornali e i social network e troppo spesso finite in esplusioni da parte di Grillo verso i dissidenti. Anche Wikipedia può escludere i suoi membri e cacciarli, ma la dinamica è molto più trasparente e ruota attorno agli insulti, manipolazioni o a inserimenti promozionali o illegali nell’enciclopedia, non mi sono noti casi di ostracismo per le idee di un singolo. Questo nell’ottica wikipediana non sarebbe “antidemocratico”, ma proprio puerile, e Wikipedia ricorda a sé stessa spesso di non essere l’asilo. E il movimento 5 stelle: perché affrontare i dissidi interni così?
  • Scarsa obiettività in alcune proposte del movimento: un partito non persegue posizioni neutrali per definizione, pertanto poco si può confrontare con Wikipedia in questo punto. Pur tuttavia si rileva che metodi (più) deliberativi all’interno del partito, potrebbero rendere meno probabile che emergano posizioni antiscientifiche e controfattuali, come l’antivaccinismo e magari far capire a chi discute, insegnargli attraverso la corale maieutica del dialogo di idee che seguire certo antiscientismo è proprio controfattuale. O forse far emergere queste tendenze è l’obiettivo? Non è così vero che tutti i metodi che vadano sotto il nome di democratici portino gli stessi risultati a chi li usa, anche per semplici considerazione di matematica sui sistemi elettorali. Per cui ogniqualvolta qualcuno si erge a “voce della gente” è piuttosto la “voce del sistema decisionale scelto nell’ambito del quale la gente si è espressa” e, a tutti gli effetti, conoscendo con precisione le distribuzioni nei partecipanti di certe opinioni, alcuni metodi decisionali rendono più probabili che alcune emergano e altre no.

Conclusione

Dunque, allora la formalissima democrazia elettorale online dell’ostracismo è migliore della democrazia deliberativa così informale al punto da non reputarsi democrazia? Se il movimento 5 Stelle vuole essere un movimento che si ispira alla democrazia di internet e all’open source, perché non si comporta come tale? Perché Grillo parla e gli altri tacciono sempre? Recentemente attraverso il blog egli dice addirittura che gli eletti dovranno concordare le loro comunicazioni pubbliche con lui.

Non si ritiene né si desidera questo testo così rilevante da influenzare una fiumana di persone a cambiare partito, piuttosto, fin quando il movimento 5 stelle si autoarroga di rappresentare offline la forza della “democrazia” online, sarebbe auspicabile che prendesse il meglio da questa e che i margini di miglioramento che ha rispetto a Wikipedia siano colmati. Il metodo decisionale non è così neutro nello sviluppo di Wikipedia, perché ha tenuto insieme con successo una comunità che, molto più del movimento 5 stelle, ha davvero contribuito a democratizzare la conoscenza, ha davvero permesso alle persone di conoscere cose che non sapevano prima gratuitamente e dato loro il potere di capire il mondo che le circonda e così gli strumenti per attivamente costruirsi il proprio destino.

Il Movimento 5 Stelle è ancora lontano sia da questi successi democratici, sia da queste strutture partecipative e probabilmente anche solo ad ambire di averle, pur essendo per partecipazione migliore di altri partiti ancor più personalisti. Ebbene, vuole avvicinarsi?

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© CEphoto, Uwe Aranas / CC BY-SA 3.0

Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha accusato Virginia Raggi, sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, di aver copiato da Wikipedia la mozione per ritirare il sostegno alla candidatura di Roma per ospitare le Olimpiadi 2024.

L’affermazione ha provocato una discussione al “bar” di Wikipedia. Cosa hanno scoperto i wikipediani?

Innanzitutto, nella mozione leggiamo:

Tenuto conto che fra le città per le quali era stata prospettata l’ipotesi di una candidatura, poi ritirata, vi sono: Dubai-Emirati Arabi Uniti; San Diego/Tijuana – Usa/Messico; Amburgo – Germania (candidatura ritirata a seguito di un referendum popolare); Madrid – Spagna (candidatura ritirata dal sindaco della città); Boston – Usa (candidatura ritirata dal sindaco della città per l’elevato rischio che i costi ricadano sui cittadini); coerentemente con quanto sempre sostenuto dal M5S si ritiene, anche a fronte di una approfondita analisi, che non sussistano le condizioni per proseguire nella candidatura della Città di Roma ai Giochi olimpici e paralimpici del 2024. Tutto ciò premesso l’assemblea di Roma capitale impegna il sindaco e la sua giunta affinché ritirino la candidatura della città ad ospitare le Olimpiadi e le Paralimpiadi del 2024.

Ebbene, l’utente Sesquipedale ha scoperto che in effetti la prima parte del testo proviene da vecchia versione della voce di Wikipedia in italiano “Selezione della città organizzatrice dei Giochi della XXXIII Olimpiade“:

Fra le città per le quali era stata prospettata l’ipotesi di una candidatura, poi ritirata, vi sono:

Nella sua accusa Malagò dice anche che la mozione “parla di città mai state candidate”, ma in realtà Wikipedia (e quindi la mozione) parla di “città per le quali era stata prospettata l’ipotesi di una candidatura” e non di “città candidate”, quindi non ci sembra ci siano errori.

Certo, a parte il fatto che gli autori della mozione avrebbero dovuto citare Wikipedia, speriamo che abbiano verificato la correttezza delle informazioni prima di inserirle in un documento ufficiale e così importante!

Wikipedia, un posto per bibliotecari

18:18, Saturday, 09 2016 January UTC

Tutto quello che i bibliotecari potrebbero fare per fornire un reale, ampio accesso alla conoscenza nei nostri tempi è ottimamente spiegato qui, e consiglio di leggere tutto il post di Virginia Gentilini prima di proseguire con la lettura di questo. Io posso solo aggiungere una riflessione. Non è passato tantissimo tempo da quando la riproduzione di pagine […]

Dove non si parla di libri

13:13, Wednesday, 17 2015 June UTC

I protagonisti di questa storia sono: una biblioteca pubblica, un social network, un cittadino della ex­-Jugoslavia, un centinaio, o forse più, di sconosciuti che hanno scritto una voce su Wikipedia. La storia è molto breve. La biblioteca decide di mettere in mostra dei libri di narrativa di autori dell’area balcanica; espone anche delle mappe che rappresentano le diverse […]

Vorrei, provocatoriamente, partire da qui:

“La missione dei bibliotecari consiste nel migliorare la società facilitando la creazione di conoscenza nelle comunità di riferimento”.

Questa è la missione dei bibliotecari secondo David Lankes, studioso americano che l’ha illustrato le sue tesi nell”Atlante della biblioteconomia moderna“.
Sono stato fra i traduttori del volume (assieme a Enrico Francese, Elena Corradini, Chiara Consonni, Ewelina Melnarowicz, Federica Marangio, sotto la curatela di Anna Maria Tammaro), in una traduzione collaborativa, e le idee di Lankes sono parte importante della mia visione dell’essere bibliotecario.

Ora, ci tengo a precisarlo, non sono un evangelizzatore del verbo di Lankes. C’è un grande dibattito attorno alle sue tesi, e io stesso non sono convinto di tutto quanto. Non trovo nulla di estremamente nuovo od originale nelle sue tesi, e non sono sicuro che la fondazione concettuale del suo pensiero sia senza falle.
Però Lankes ha avuto l’indubbio merito di gettare un sasso nello stagno in un momento di grande crisi delle biblioteche, e il dibattito che ne è scaturito, come tutti i dibattiti non sterili, è sano. Bisogna parlare di futuro delle biblioteche, bisogna rimettere in questione, nel 2015, la biblioteconomia come disciplina e una biblioteconomia come prassi professionale perchè, sempre più spesso, non riescono a tenere il passo con i tempi e, soprattutto, con le sfide che i tempi si portano dietro. Fosse il suo unico merito quello di aver stimolato la discussione, sarebbe abbastanza. Su questo, meglio di me hanno detto Marco Goldin ed Enrico Francese, assieme a Riccardo Ridi e Anna Galluzzi.

Moltissimi bibliotecari, che abbiano letto o meno l’Atlante o meno (“con o senza Lankes”, per citare Angela Munari) stanno mettendo in pratica una visione del loro ruolo che prevede molta più interazione e partecipazione degli utenti (pardon, “membri della comunità”). Stanno sperimentando: chi l’alfabetizzazione del coding, con i Coderdojo, chi quella del making, con FabLab e Makerspace. Pur non sapendo ancora quali risultati porteranno queste esperienze, vorrei ribadire che un plauso va sempre offerto a chi ha il coraggio di tentare e rischiare del proprio. La ricerca dovrebbe essere una costante in ogni ruolo e professione, quindi anche nel nostro mestiere.

In matematica, a volte si dimostrano teoremi partendo da congetture importanti che non sono ancora state risolte. Si ipotizza che siano vere, e da lì si procede di conseguenza, vedendo dove si arriva. Questo intervento va dunque nella direzione di analizzare alcuni valori e pratiche di comunità online (secondo la definizione di Benkler, common base peer production), per informare gli eventuali bibliotecari che vorranno “facilitare la creazione di conoscenza nelle comunità di riferimento“.

Partecipazione

Mi stupisce non poco che il titolo del più grande convegno dedicato alla professione bibliotecaria (questo qui) sia nel 2015 intitolato “Digital library, la biblioteca partecipata. Collezioni, connessioni, comunità“.
Mi stupisce in positivo: ritengo enormemente importante parlare di queste cose. Ma mi lascia anche perplesso: quali sono le biblioteche digitali partecipative, in Italia? Quali sono quelle non partecipative? Cosa si intende per partecipazione?

Trarrò la conclusione che il tema della partecipazione interessi, ai bibliotecari italiani, sia nelle biblioteche fisiche che in quelle digitali. In questo intervento, mi concentrerò solo su quelle digitali.
Proverò a condividere alcuni appunti che ho preso per strada, sia, appunto come bibliotecario digitale (prima all’università di Bologna, poi a MedialibraryOnline) che come volontario (da dieci anni) su Wikipedia e Wikisource.

Spazio digitale e spazio fisico

È importante ricordarsi che negli spazi digitali il tipo di interazione viene limitato e deciso dalla piattaforma, cioè dal “luogo digitale”.
In un sito statico, senza possibilità di commenti, l’utente potrà solo leggere e navigare fra le pagine. Se c’è uno spazio per commenti, l’utente potrà leggere, navigare e commentare. Se inseriamo la possibilità di taggare le risorse, vi sarà un ulteriore grado di libertà, e così via. I designer parlano di affordance, per descrivere lo spazio delle azioni possibili per l’utente, in un determinato ambiente.
Un luogo digitale (come anche un luogo od oggetto fisico) può dunque essere inteso come somma di affordances, cioè modi diversi di interagire con l’utente.
Ma non basta.
Più sono presenti gradi di libertà per l’utente, più queste stesse dimensioni e affordances potranno interagire tra di loro, rendendo il “luogo digitale” sempre più complesso (che non significa necessariamente migliore).
Come accade nelle reti, il valore massimo dell’utenza diventa la moltiplicazione di tutti i suoi gradi di libertà. L’utenza potrà compiere azioni in questo “spazio delle possibilità”: più può compiere azioni, più queste azioni possono interagire fra di loro.
Come in uno spazio fisico l’architetto e il designer cercano di direzionare le azioni delle persone che vivranno questo spazio, così nello spazio digitale il designer del sistema che decide, a monte, quali sono le azioni che può compiere l’utente. Con la grande differenza che può operare un enorme controllo su ognuna di queste singole azioni.
Nelle biblioteche digitali, dunque, siamo noi bibliotecari digitali che (assieme a grafici, informatici, dirigenti, designer, ecc.) dobbiamo decidere cosa potranno fare i nostri lettori come utenti del nostro spazio digitale.

Le domande da farci sono quindi: cosa può fare un utente nella biblioteca digitale? Cosa vogliamo fargli fare? Come può partecipare?
In quelle che conosco personalmente, in realtà, è possibile solo leggere o consultare.
Come nelle biblioteche fisiche, d’altronde.

Co-creazione di conoscenza

La dimensione partecipativa del web (quella che una volta veniva chiamata 2.0) è diventata dominante, quantomeno nella sua parte comunicativa e social.
Ma una cosa è una dimensione social come comunicazione, e un’altra un vero approccio “read/write“, del genere di Wikipedia.
Il primo punto che vorrei affermare è che luoghi di co-creazione di conoscenza, come definiti da Lankes, sono, ad oggi, esclusivamente luoghi che sono creati, gestiti e costruiti da non bibliotecari. Luoghi (virtuali) che però dalle biblioteche e dai bibliotecari prendono moltissimo.
Di converso, se le biblioteche vogliono diventare facilitatori di apprendimento per le loro comunità, ci sono cose che possono imparare.

Progetti come Wikipedia o Wikisource, i siti di domande e risposte come Academia.StackExchange o Quora, la citizen science di Zooniverse, pur nella loro diversità, un discorso

  • comunitario
  • di partecipazione
  • di accesso e produzione di conoscenza

Soprattutto, sono produttori di una conoscenza che forse dovrebbe essere conservata e resa accessibile anche dalle biblioteche, se trovassero il modo e la volontà di documentare non soltanto ciò che viene stampato su carta.
Analizzerò brevemente alcune caratteristiche (tecnologiche e di design di sistema) che facilitano la partecipazione in progetti comunitari.

Gestione comunitaria

I progetti comunitari sono tendenzialmente (e quasi totalmente) gestiti dalla stessa comunità a cui sono indirizzati. Hanno diversi gradi di barriere all’ingresso (una barriera alta condurrà ad una comunità piccola ma specializzata, un’ingresso semplice ad una comunità larga ma eterogenea).
Hanno anche diversi gradi di moderazione: spesso, vengono eletti moderatori alcuni fra gli utenti più esperti della stessa comunità, e non personalità esterne.
Il meccanismo di decisione preferito infatti è quello del consenso: la comunità, da sola, discute su problemi e decisioni da prendere, e in mancanza di disaccordo esplicito non si ricorre a votazioni.
I membri della comunità, a parte rarissime eccezioni, sono dei pari: non esiste chi ha più potere di altri e una dimensione orizzontale è importante per favorire la cooperazione.

Obiettivi del progetto, comunità di interesse

Tutti i progetti comunitari di co-creazione di conoscenza hanno un obiettivo preciso. Wikipedia è un’enciclopedia, Wikisource una biblioteca digitale, StackOverflow un sito di Q&A dedicato ai programmatori, Galaxy Zoo un sito di citizen science dedicato all’astronomia.
Avere un obiettivo preciso e comprensibile definisce i limiti di quello che il progetto è e quello che non è: è un punto importante per avere una comunità dedicata e che sa quali obiettivi raggiungere.
Inoltre, l’obiettivo del progetto è anche il punto di aggregazione e centro di gravità: la comunità si formerà attorno a quell’obiettivo (raramente accade il contrario). Le persone infatti formeranno un gruppo, una “comunità di interesse” o di pratica (secondo la definizione di Etienne Wenger).

Modificabilità

La “modificabilità”, cioè un alto livello di partecipazione e interazione della comunità, è forse il fattore principe dei progetti comunitari che stiamo analizzando.
Fra questi, Wikipedia occupa un posto a sè, per complessità, dimensione e impatto.
Wikipedia, come tutti sanno, è un’enciclopedia libera e collaborativa, scritta e gestita dalla da un comunità di volontari potenzialmente aperta e illimitata.
Chiunque può cliccare “Modifica” su ogni pagina di Wikipedia e modificarla, aggiungendo il proprio contributo, correggendo errori, o cancellando informazioni inutili o dannose. Lo stesso accade in Wikisource, o in StackOverflow: nello spazio digitale possiamo definire il grado di “partecipazione” con il numero di azioni che un utente può compiere all’interno del progetto, e su Wikipedia sono moltissime:
l’utente può lavorare sulle singole voci dell’enciclopedia, ma anche riscrivere le linee guida, rimettere in discussione alcune regole, ridefinire l’aspetto delle pagine. È molto importante tenere a mente che un alto grado di libertà corrisponde anche ad un alto senso di appartenenza da parte della comunità stessa, che sentirà il progetto come proprio (perchè, a tutti gli effetti, è “proprietaria” del progetto).
Un’altro aspetto importante è dato dalla consapevolezza, in tutti i progetti collettivi, che non esiste “la voce perfetta”, ma tutto è perfettibile: e lo sarà soltanto con il contributo di competenze diverse e complementari.

Auto-organizzazione, trasparenza, controllo incrociato

Attraverso il consenso, la comunità si auto-organizza: per esempio, su Wikipedia e Wikisource alcuni utenti fanno le “ronde” per controllare quali pagine vengono modificate, e in che modo.
Il software infatti abilita la comunità nel suo complesso a controllare quello che succede, grazie ad alcuni strumenti di monitoraggio e controllo.
Ogni attività e contributo viene tracciato, e tutto è trasparente: qualsiasi utente può vedere tutto ciò che accade all’interno del progetto. Ogni attività, di chiunque, è visibile e tracciata. E’ una sorta di panopticon, con l’importante differenza che tutti possono controllare tutti quanti.
In questo modo, ogni membro della comunità è abilitato (e responsabilizzato) a controllare e modificare eventuali errori o problemi che può incontrare dentro i progetto (siano essi litigi fra altri utenti o errori all’interno delle pagine).

Resilienza

Ogni pagina di Wikipedia infatti viene salvata incrementalmente, per cui ogni versione dello stesso articolo viene archiviata, cumulativamente, senza cancellare le precedenti. Ogni modifica sull’articolo comporta una nuova versione, e tutte le versioni sono accessibili e ripristinabili, nonchè dotate di firma temporale e dell’utente che le ha salvate.
Di conseguenza, è sempre possibile, tecnicamente, ripercorrere la storia di una voce wikipediana (anche se può essere un lavoro ingrato, su pagine modificate migliaia di volte).
Una delle cose più interessanti è che questo sistema garantisce una grande resilienza: se danneggiato o vandalizzato, un articolo è ripristinabile alla sua versione precedente con un click. In informatica, questo tipo di sistema viene detto version control.

Gamification

Progetti come StackOverflow o Academia.StackExchange sono siti di domande e risposte.
Su StackOverflow (dedicato alla programmazione) e Academia.StackExchange (dedicato alla vita accademica, ed estremamente interessante anche per bibliotecari) chiunque può porre una domanda, chiunque può dare una risposta, e sia domande che risposte vengono votate (in positivo o in negativo) dagli altri utenti. In questo modo, le risposte migliori “galleggiano” e figurano al primo posto, mentre quelle con punteggi minori scivolano in fondo alla pagina.
In base ai voti ricevuti, dunque, tutti gli utenti guadagnano una reputazione (espressa con un numero), e alcuni badge, in base al numero di voti ricevuti.
Questo processo viene definito gamification, e utilizza dinamiche prese dal mondo dei videogiochi per rendere il sito interessante, e incentivare gli utenti a fare domande e dare risposte (l’obiettivo del progetto).

Spazio per la sperimentazione

Questo espediente tecnico è un importante pezzo del design di Wikipedia, perchè agisce direttamente sulla cultura di comunità. Permette infatti di poter sviluppare una cultura dell’audacia: “Be bold!” (Sii audace!) è uno dei motti di Wikipedia, e incita il nuovo utente a fare, piuttosto che chiedere il permesso. Wikipedia non si può rompere, tutto può essere ripristinato, per cui le persone possono prendersi il rischio di sperimentare.
Lasciare questo grado di libertà e di “gioco” è fondamentale per abbassare la barriera all’ingresso, e permettere ad un maggior numero di persone di provare.
I progetti collaborativi sono tutti “learning by doing“, e in questo prendono spunto, per esempio, dai videogiochi, in cui il giocatore impara le proprie azioni e potenzialità giocando (e non leggendo un manuale).

Empowerment degli utenti

I progetti comunitari sono oggetti estremamente complessi, ed è aperti alla partecipazione in ogni direzione. Su Wikisource, per esempio, è possibile contribuire trascrivendo i libri, controllando l’OCR, o curando le categorie e i metadati, o anche dedicandosi alla scrittura delle pagine di aiuto e documentazione. È anche possibile scrivere del software e strumenti informatici capaci di aiutare gli utenti in azioni specifiche. In questo senso, Wikisource (come Wikipedia e tutti i progetti Wikimedia) è open source sia nel software che nei contenuti. C’è un intero e vasto ecosistema di programmi per Wikipedia e per i Wikipediani, talmente vasto che è impossibile tracciarne i confini.
Questo è quello che si dice essere una piattaforma: è proprio in questo senso che David Weinberger consiglia alle biblioteche di diventare piattaforme. I progetti wiki non sono solo una piattaforma tecnologica, ma anche sociale.

Copyright libero

Un parte fondamentale di tutti i progetti comunitari (wiki, ma anche StackOverflow o Academia.StackExchange) è il copyright libero.
La licenza più comunemente utilizzata è la CC-BY-SA, acronimo per Creative Commons – Attribuzione – Condividi allo stesso modo.
Questa licenza presuppone che ogni tutto il contenuto creato dalla comunità sia liberamente:

  • utilizzabile
  • copiabile
  • distribuibile
  • modificabile, a patto che la nuova versione modificata mantenga la stessa licenza.

In questo modo, la comunità costruisce legalmente un bene comune, con un diritto d’autore molto più “elastico”, che incoraggia la condivisione e la costruzione cooperativa di un unico progetto.

Un controesempio: la collaborazione su SBN

La struttura dei grandi progetti collaborativi ci informa anche su alcuni progetti collaborativi già esistenti nel mondo bibliotecario. Alla luce di cosa funziona in Wikipedia, per esempio, possiamo chiederci se la collaborazione gerarchica di SBN sia un vantaggio o uno svantaggio.
SBN non è wiki, cioè non è veloce: se un record viene rimodificato da un livello di autorità superiore ad un certo livello, non posso più modificarlo direttamente.
Non solo, i livelli di autorità non sono a livello di singolo utente, ma a livello di istituzione. Questa collaborazione gerarchica spesso genera fraintendimenti, non aiuta una cooperazione orizzontale.
Un altro aspetto problematico è l’assenza di comunicazione: in Wikipedia o in Wikisource, per esempio, ogni modifica ha un campo oggetto (in cui in poche parole posso descrivere che modifica è stata fatta), ma soprattutto ogni pagina ha una relativa pagina di discussione. È sempre possibile andare a vedere quello che è successo, e avere una discussione (che rimane lì, permanentemente) che racconta le ragioni di una determina scelta evita malintesi e permette di minimizzare l’attrito fra collaboratori.
Ci si prova a spiegare parlando, o se si litiga lo si fa al di fuori dell’oggetto vero della collaborazione, cioè al di fuori delle voci dell’enciclopedia, ma in una pagina apposta. Invece di duplicare i record (generando disordine), si potrebbe cercare di discutere sui record esistenti e cercare un consenso.

È possibile dunque pensare ad alcune modifiche tecniche da apportare alla struttura di SBN, per migliorarne la coollaborazione fra professionisti, e renderla più snella e fluida? Io credo di sì.

Conclusioni

Tutte le caratteristiche analizzate sono importanti per far nascere, nei membri della comunità, la percezione che il progetto (di cui la comunità stessa è parte fondamentale) sia un bene comune.
Il copyright condiviso, l’invito alla partecipazione, sono solo strumenti per facilitare un senso di appartenenza della comunità al progetto.
Se le persone sono contente di essere lì, se si ritengono responsabili nel progetto nel suo complesso, se lo vogliono veder crescere e prosperare, avremo una comunità felice e un progetto di successo.

L'”accesso all’informazione” è uno dei capisaldi della professione bibliotecaria. Noi cataloghiamo il mondo documentale per renderlo accessibile, indicizziamo per far ritrovare.
È la prima legge di Ranganathan: i libri sono fatti per essere usati.
Cioè, i libri in quanto manufatti e portatori di un messaggio sono fatti per consegnare quel messaggio a chi lo può recepire, cioè una cervello leggente e pensante.
Non sarà certo io a entrare nel dibattito accademico: ma sono decenni che la pedagogia va nella direzione della partecipazione, dell’interattività, del dibattito e della discussione. Le persone imparano e rielaborano informazione, trasformandola in conoscenza personale, in modi diversi: parlare, discutere, confrontarsi con gli altri è uno dei modi migliori che conosciamo.
Da qui l’esigenza (lankesiana, ma non solo), di riorganizzare il lavoro di biblioteche e bibliotecari in una direzione che tenga in conto questi nuovi documenti che sono sia le conversazioni, sia le persone stesse (con le loro competenze, bisogni, desideri).
Il bibliotecario si avvicina in questo all’insegnante, diventando un facilitatore di conversazioni, nella sua comunità di riferimento.

Bibliografia e links

  1. David Lankes, Atlante della biblioteconomia moderna, Edizione bibliografica, 2014.
  2. Goldin, Marco. Prevedere il futuro, un giorno alla volta. Pensieri sparsi su David Lankes. 2014. URL: http://angelamunari.tumblr.com/post/102352160890/prevedere-il-futuro-un-giorno-alla-volta
  3. Francese, Enrico. Alcune riflessioni sull’atlante. 2014. URL: http://fraenrico.carcosa.it/?p=1886
  4. Ridi, Riccardo. Mezzi, fini, alfabeti: vecchie e nuove filosofie della biblioteca., 2013. In: I nuovi alfabeti della biblioteca. Viaggio al centro di un’istituzione della conoscenza nell’era dei bit: dal cambiamento di paradigma ai linguaggi del cambiamento, atti del convegno di “Biblioteche oggi”, Milano, 15-16 Marzo 2012. Editrice Bibliografica, pp. 28-53. URL: http://eprints.rclis.org/19165/
  5. Galluzzi, Anna. Una mappa topica per la professione: l’atlante di R. David Lankes, AIB Studi, vol. 52, n° 1, 2012. URL: http://aibstudi.aib.it/article/view/6297/6027
  6. Munari Angela, La biblioteconomia moderna “With or Without Lankes”?. 2014. URL: http://angelamunari.tumblr.com/post/102355116585/la-biblioteconomia-moderna-with-or-without
  7. Benkler, Yochai; Nissenbaum, Helen. Commons-based Peer Production and Virtue. The Journal of Political Philosophy, 2006. 4 (14): 394-419.
  8. Wikipedia, l’enciclopedia libera. URL: http://it.wikipedia.org
  9. Wikisource, la biblioteca libera. URL: http://it.wikisource.org
  10. Academia Stackexchange. URL: http://academia.stackexchange.org
  11. Quora. URL: http://quora.com
  12. Zooniverse. URL: http://zooniverse.org
  13. Wenger, Etienne. Communities of practice: learning, meaning, and identity. Cambridge University Press, 1998. Per una veloce introduzione, URL: http://www.ewenger.com/theory
  14. StackOverflow. URL: http://stackoverflow.org
  15. Weinberger, David. Library as Platform. LibraryJournal, 4 settembre 2012. URL: http://lj.libraryjournal.com/2012/09/future-of-libraries/by-david-weinberger
  16. Licenza Creative Commons – Attribuzione – Condividi allo stesso modo – 4.0. URL: https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/

Symbolum ’77

20:50, Sunday, 16 2014 November UTC

Il ricordo più vivido che ho, legato a Cotton: io che faccio la primadonna as usual “se mi volete all’assemblea dovete venire a prendermi a casa” e lui che passa apposta da Bologna per recuperarmi. (I.: “Certe persone fatichiamo a considerarle come amici, ma se quando ci lasciano stiamo così male, si vede che erano […]

Wikimedia Italia (e Wikipedia!) hanno vinto

10:53, Thursday, 24 2014 July UTC

Ieri sera camminavo per via Rogoredo con gli auricolari nelle orecchie, Por una cabeza a tutto volume, un vento di tempesta addosso e pensavo: “E’ finita. Non mi sembra vero. E’ finita!”.

L’11 luglio del 2009 ero a Firenze per un barcamp, a raccontare di Wikipedia&Wikimedia e dello strano rapporto che avevamo con la città. La sera ero andata a bere un aperitivo con l’allora fidanzato in un bel locale sull’Arno e uscita avevo chiamato i miei per salutarli e sapere se andava tutto bene. Mia madre, cercando di non preoccuparmi troppo, mi aveva detto che avevano consegnato un atto giudiziario per me e alla richiesta di dettagli mi aveva parlato vagamente di una richiesta di risarcimento per 10 milioni di euro.

10 MILIONI DI EURO!

Un colpo al cuore.

Poi, letto l’atto, avevo chiesto al mondo se aveva 20 milioni di euro da prestarmi (mammà era stata buona e aveva tralasciato la seconda richiesta di altrettanti 10 milioni di euro).

Ora vi ringrazio ma non mi servono più (spero!).

Ieri l’avvocato mi ha informata che il giudice ha rigettato la richiesta di risarcimento degli Angelucci e li ha condannati a pagare le spese processuali.

Io ricomincio a respirare: smetterò di svegliarmi nel cuore della notte con quell’idea fissa o a essere preoccupata all’idea di acquistare casa. Nessuno mi ridarà i miei 5 anni di patemi d’animo (e frizzi e lazzi per esorcizzare un po’), ma va bene così.

Wikimedia Italia è salva e ha stabilito il punto: l’estraneità alla gestione di Wikipedia.

Non solo, anche Wikipedia ha stabilito il punto: due settimane fa il giudice si era già pronunciato nella causa che vedeva contrapposti gli Angelucci e Wikimedia Foundation, mostrando di aver colto appieno il funzionamento di Wikipedia e “approvandone” la logica.

“[Wikipedia] offre un servizio basato sulla libertà degli utenti di redigere le varie pagine dell’enciclopedia; è questa libertà che esclude qualsiasi [obbligo di garantire l’assenza di contenuti offensivi dei suoi siti] e che trova il suo equilibrio nella possibilità che chiunque possa modificarne i contenuti e chiederne la rimozione”.

..e così anche il tentativo più eclatante di tappare la bocca a Wikipedia sembra rientrato, con buona pace di chi continua a pensare di poter imbavagliare la libertà di informazione.

Due note finali e poi mi taccio:
– i nostri avvocati sono stati super bravi, sia nel merito che nel coordinamento con gli avvocati di Wikimedia Foundation. Quindi grazie allo Studio Legale Scornajenghi!
– far parlare di questa vicenda offline è stata durissima, anzi praticamente impossibile. Questa è una di quelle cose che non scorderò mai: i giornali “di carta” se ne sono tenuti ben lontani

Siete ancora qui? Sciò, correte a correggere qualche voce di Wikipedia 😉

ps: qui il comunicato stampa di Wikimedia Italia

Perché noi wikipediani, che ci piaccia o no, siamo una comunità. E siamo una comunità globale. Certo, magari con necessità o priorità diverse, ma tutti uniti dalla stessa missione. Per cui trovo bellissimo un sistema interno a Wikipedia che permetta di riconoscerci (e non un grosso social network; anche se riconosco molti meriti a questi siti, […]

Perché i libri di carta devono morire, e moriranno

22:45, Sunday, 24 2013 November UTC

La prima premessa è che di post simili ne esisteranno a pacchi, immagino. La seconda è che qualcosa di simile mi era già capitato in passato, per cui era arrivato il momento di raccontare, appunto, perché i libri non elettronici debbano sparire, e lo faranno. Lo faccio qui perché oggi avevo una missione (ufficiosa) consistente […]

Cose che ho imparato grazie alle scarpe

10:15, Friday, 22 2013 November UTC

Eccoci qui, a Villa Foscarini-Rossi, sede del Museo Rossimoda della calzatura. Ecco quello che stavamo facendo: una editathon, cioè una gara di scrittura di voci su Wikipedia, sul tema della calzatura appunto, ma anche della storia del costume e del territorio della riviera del Brenta. Che io sia lì in quella foto è una sorpresa … Continua a leggere "Cose che ho imparato grazie alle scarpe"

Biblioteche e Wikipedia al Bibliopride 2013

06:49, Wednesday, 02 2013 October UTC

Sabato prossimo, 5 ottobre, si terrà la seconda edizione della Giornata nazionale delle biblioteche, il Bibliopride 2013. Io sarò presente presso la Biblioteca Marucelliana in occasione dell’incontro dedicato a Biblioteche e Wikipedia: condivisione open data e competenze, organizzato dall’Associazione Italiana Biblioteche e da Wikimedia Italia. Il programma della giornata è questo: Frieda Brioschi (Presidente, Wikimedia Italia), … Continua a leggere "Biblioteche e Wikipedia al Bibliopride 2013"

royalbaby

Al momento la voce è disponibile in inglese, francese, tedesco e portoghese.

Dato che non si sa ancora come verrà chiamato, e neppure se sarà maschio o femmina, la voce è titolata Child of the Duke and Duchess of Cambridge (“Figlio del Duca e della Duchessa di Cambridge”).

La voce in italiano non esiste ancora ma è facile prevedere che verrà creata a pochi secondi dall’annuncio della nascita.

A chi serve VisualEditor?

16:30, Friday, 05 2013 July UTC

(parte seconda).

“I’m a medical student who has been using wikipedia for years. I have no time to learn how to edit, and since medical school started (I’m a 4th year now), I have read hundreds and hundreds of articles that I wish I could have edited but didn’t because I either didn’t know how to, or I didn’t know how to include references…. With this new visual editor thing, I edited my first article today! And by editing the article I don’t mean I fixed the spelling mistakes. Thanks for finally realizing that quantity is very different from quality. There are people other than your heavy editors and your "community” that can contribute, and some actually know what they are talking about. Just because someone knows how to edit does not mean they have something meaningful to write. Thanks again" <- Boonshofter@enwiki

Ma a chi serve VisualEditor?

19:29, Sunday, 30 2013 June UTC

Dai feedback su en.wiki, via Erik M.:

“I’m happy to see that you truly are making editing Wikipedia a lot
easier for us who don’t know Wiki codes and who have no time or
interest of learning them. I’ve always wondered why making a minor
editing in Wikipedia is so hard that I rather quit than make any
changes even though I know what to edit. It just has been too
complicated. I learnt to walk and talk 49 years ago, I learnt to write
45 years ago, and I learnt my first English words at age 6, that’s 44
years ago but in 2010 or 2013 I couldn’t make even a minor edit in
Wikipedia because I’m not into codes. You have no idea how many times
I have given up on editing, simply because it has been so difficult
and takes too much time considering what I’m about to edit. This
VisualEditor is so welcome to me. Maybe from now on I don’t have to
walk away from a page even if I see it needs some editing but instead
of that I can do it without sweat, toil and frustration. I can’t wait
to try new VisualEditing. I believe it makes me more active for making
minor editing. And later on I might take bigger editing jobs as well.
Thank you for making my extra hobby a lot easier.” AniaKallio (talk)
07:24, 29 June 2013 (UTC)

Cricca

20:32, Saturday, 29 2013 June UTC

Stavolta l'edit del giorno, realizzato con VisualEditor, è mio.

(VisualEditor è il futuro dell'editing su Wikipedia, ma è già qui. Provalo oggi.)

Art Brut

20:04, Friday, 28 2013 June UTC

“Il concetto di Art brut (in italiano, letteralmente, Arte grezza) è stato inventato nel 1945 dal pittore francese Jean Dubuffet per indicare le produzioni artistiche realizzate da non professionisti o pensionanti dell’ospedale psichiatrico che operano al di fuori delle norme estetiche convenzionali (autodidatti, psicotici, prigionieri, persone completamente digiune di cultura artistica). Egli intendeva, in tal modo, definire un'arte spontanea, senza pretese culturali e senza alcuna riflessione.”

Leggi il resto su http://it.wikipedia.org/wiki/Art_Brut, la voce del giorno editata con VisualEditor da Appo92.

(VisualEditor è il futuro dell'editing su Wikipedia, ma è già qui. Provalo oggi.

Cadaverina

22:00, Thursday, 27 2013 June UTC

La cadaverina, una diammina fetida, è un prodotto di degradazione delle proteine.

Leggi il resto su http://it.wikipedia.org/wiki/Cadaverina, la voce del giorno editata da Jacopo Werther con VisualEditor

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Nonna Abelarda

20:45, Wednesday, 26 2013 June UTC

Nonna Abelarda è un fumetto italiano, prodotto dal giugno 1971 all’agosto 1974, con una testata dedicata e con un'uscita di 44 numeri, riproponendo in formato piccolo le storie apparse su Volpetto negli anni cinquanta.”

La voce del giorno editata con VisualEditor, da Lepido.

(VisualEditor è il futuro dell'editing su Wikipedia, ma è già qui. Provalo oggi).

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