October 09, 2018

Manca poco più di un mese alla ItWikiCon, il raduno degli utenti attivi sui progetti Wikimedia in lingua italiana, che si svolgerà quest’anno dal 16 al 18 novembre a Como.
Mentre il programma prende forma, sono ufficialmente aperte le iscrizioni all’iniziativa: i biglietti, del costo di 10 euro per i tre giorni di conferenza, saranno in vendita a questo link fino a mercoledì 7 novembre.
Come di consueto – grazie al supporto di Wikimedia Italia, Wikimedia Svizzera e Wikimedia Foundation – i relatori, i volontari e tutti i partecipanti alla conferenza potranno richiedere borse di partecipazione a copertura delle spese di viaggio, alloggio e ingresso alla manifestazione. Per inviare la propria richiesta è sufficiente compilare questo modulo online: non dimenticate di leggere attentamente il regolamento prima di farlo!
Noi acquisteremmo i biglietti anche a scatola chiusa, ma vi diamo qualche anticipazione per invogliarvi a partecipare: le “soffiate” ci arrivano dal team di volontari che si sta occupando dell’organizzazione dell’evento e della selezione degli interventi.
ItWikiCon, ci segnala l’organizzatore Stefano Dal Bo (noto sui wiki come Ysogo!), non significa dire solo “italiano” ma anche le lingue correlate, come i dialetti ancora oggi in uso o la lingua delle nostre radici, il latino. Proprio la Wikipedia in lingua latina (Vicipaedia) sarà protagonista di alcune sessioni, una delle quali tenuta da Andrew Dalby, linguista di fama internazionale e utente particolarmente attivo sul progetto.
Proprio come i progetti Wikimedia, il raduno sarà aperto a utenti di ogni età, anche ai più giovani. Sabato 17 novembre in programma un Open Day dedicato agli studenti, che – guidati da esperti wikipediani – potranno scoprire come utilizzare Wikipedia in modo costruttivo (e non solo per copiare!) ed esplorare la galassia dei progetti Wikimedia, incrociando anche le strade e la cartografia di OpenStreetMap!
Il programma comprenderà inoltre diverse sessioni formative per gli utenti, volte ad accrescere sia le competenze tecniche che le cosiddette soft skill per contribuire in modo più produttivo ai progetti Wikimedia e ad OpenStreetMap: da workshop per imparare ad utilizzare tool per Wikisource e Wikidata a sessioni su come gestire in modo efficace le relazioni con la comunità o rendere maggiormente accessibili gli eventi.
Non mancheranno infine sessioni dedicate a tematiche di più ampio respiro come la strategia del movimento Wikimedia fino al 2030 o tematiche di grande attualità come la legge sul diritto d’autore; inoltre, la ItWikiCon nel pomeriggio di sabato 17 novembre ospiterà anche la nostra Assemblea autunnale.
Vi abbiamo convinti? Vi aspettiamo alla ItWikiCon!

Nell’immagine: Pic nic sul prato durante l’editathon presso villa Bernasconi di Cernobbio sul tema “LibertyTutti” del 20 maggio 2017. Di Dario Crespi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

October 08, 2018

Wiki Loves Monuments è il grande concorso fotografico per la valorizzazione del patrimonio culturale. Grazie a chi ha partecipato e supportato la competizione in questi anni, oltre 125.000 scatti di monumenti italiani sono oggi pubblicati con licenza libera su Wikimedia Commons e andranno ad illustrare le voci di Wikipedia.
Dietro a questo grande risultato ci sono tante piccole storie di persone che hanno deciso di “liberare” insieme a noi la bellezza del nostro territorio. In attesa di conoscere i vincitori dell’edizione 2018 ve le raccontiamo qui sul nostro blog.


Oltre 5.000 scatti condivisi e una meritata medaglia di bronzo nella classifica globale dei contributori a Wiki Loves Monuments 2018: chi si cela dietro il nickname Mongolo1984, l’utente che quest’anno ha dato filo da torcere al nostro “campione” italiano di caricamenti Sailko? Lo abbiamo intervistato al telefono questa settimana, per fargli alcune domande sulla sua partecipazione al concorso.

Finalmente possiamo darti un nome e un identikit, raccontaci chi sei!

Il mio nome è Matteo e sono originario di Montopoli in provincia di Pisa. Sono un bibliotecario di professione e ho studiato storia dell’arte a Firenze: insomma, diciamo che la mia passione per i beni culturali non è nata con Wiki Loves Monuments, ma ha trovato nel concorso un ottimo alleato.

Qual è la motivazione che ti ha spinto quest’anno a partecipare al concorso con così tanto entusiasmo?

Ho già caricato fotografie per Wiki Loves Monuments in passato, ma sicuramente quest’anno mi sono superato 🙂 Ciò che mi ha permesso di dare un contributo così consistente è stata innanzitutto una maggiore disponibilità di tempo, ma anche la possibilità di viaggiare: nei weekend liberi ho programmato visite culturali in Umbria e nelle vicine Marche  cui ho approfittato per scattare foto ai monumenti liberati.
Inoltre, quest’anno ho potuto immortalare diversi beni del territorio in cui vivo che – grazie al lavoro dei volontari Wikimedia attivi a livello locale, come Alessandro Marchetti – sono stati per la prima volta autorizzati per il concorso. Ho fotografato tanto in provincia di Pistoia, ma anche nella mia città natale, Montopoli, dove mi sono attivato in prima persona per dialogare con il Comune e liberare i principali monumenti di interesse.
Per il prossimo anno, mi pongo l’obiettivo di fare autorizzare per il concorso anche i beni di Palaia, un altro dei comuni limitrofi, particolarmente ricco di monumenti.

Come scegli i soggetti dei tuoi scatti e che cosa preferisci immortalare?

Sono un grande camminatore dunque i miei soggetti preferiti sono i paesaggi e la natura…E i beni culturali che si incontrano nel cammino! Ad esempio sulla via Francigena è possibile immortalare tantissimi monumenti.
Mi piace l’idea di condividere i miei itinerari con tante persone attraverso i wiki. L’ho fatto quest’anno con WLM ma non solo: ad esempio, ho caricato su Wikimedia Commons oltre 200 scatti del Camino de San Salvador tra León e Oviedo, un percorso di cui non era presente sui progetti Wikimedia nemmeno una fotografia.
Ora la voce Wikipedia dedicata al percorso è finalmente illustrata, anche grazie al mio contributo.

Qual è la foto di cui sei più orgoglioso o ce n’è una in particolare a cui ti senti legato?

Non mi viene in mente uno scatto in particolare, anche perché credo di essere più legato all’esperienza che vivo che all’estetica delle foto. Mi piace andare alla scoperta dei beni culturali e mi piace l’idea di poter valorizzare attraverso i progetti Wikimedia angoli nascosti del nostro territorio che risulterebbero altrimenti difficili da scoprire.
Devo dire che in questo il mio maestro è stato proprio Sailko, con cui spesso vado a caccia di soggetti da fotografare: più che rivali, siamo una squadra!

Oltre a Wikimedia Commons, sei attivo anche su altri progetti?

Prevalentemente ho caricato foto, è questa la mia passione: non potendo disporre di una connessione veloce in fibra ottica si tratta di un hobby per cui serve tanto tempo e…infinita pazienza! 🙂
Spesso contribuisco anche a Wikipedia illustrando le pagine con i miei scatti: è un peccato che tante voci relative a monumenti italiani non abbiano un’immagine che li descriva e io piano piano – nel mio piccolo – sto cercando di risolvere questo problema.

Grazie Matteo, e in bocca al lupo: potresti essere uno dei vincitori!

Nell’immagine: Grafica realizzata da Francesca Ussani (WMIT) utilizzando la foto del lungofiume di Pescia, realizzata da Mongolo1984 per Wiki Loves Monuments 2018, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

October 05, 2018

Dal 12 al 14 ottobre torna a Roma Maker Faire, una delle più importanti manifestazioni sull’innovazione tecnologica in Italia e in Europa, quest’anno alla sua sesta edizione. Imprese, scuole, università, centri di ricerca, artigiani, artisti e appassionati di ogni età e background “invaderanno” la Fiera di Roma per presentare progetti rivoluzionari che possono cambiare la vita delle persone… o renderla molto più interessante! 🙂
Per la prima volta anche noi di Wikimedia Italia parteciperemo alla manifestazione, presentando il modello di condivisione del sapere dei progetti wiki e raccontandone le applicazioni pratiche.
Il primo appuntamento è per venerdì 12 ottobre dalle 16.15 alle 17.30 in Sala Minerva con Luigi Catalani, coordinatore nazionale per i progetti nelle scuole e nelle università, che spiegherà come utilizzare i progetti Wikimedia in classe per educare gli studenti alla tutela del patrimonio culturale, artistico e paesaggistico. La presentazione sarà rivolta soprattutto ai docenti, che apprenderanno metodi per lavorare insieme agli alunni alla stesura di voci Wikipedia o al caricamento di immagini su Wikimedia Commons, ma anche alla realizzazione di contenuti più complessi come vere e proprie guide turistiche accessibili a tutti su Wikivoyage.
Per chi invece vuole scoprire la nuova frontiera del web, l’appuntamento è sabato 13 ottobre dalle 14.00 alle 16.30 nella Room 14 SC3 con il workshop su Wikidata tenuto da Luca Martinelli, wikipediano e socio Wikimedia Italia, nonché amministratore di Wikidata fin dai suoi primi giorni.
Luca svelerà ogni segreto sul database libero e collaborativo, che raccoglie dati strutturati a supporto dei progetti Wikimedia, primo fra tutti Wikipedia, e li rende disponibili con licenza libera per chiunque voglia usufruirne.
Dopo una prima parte teorica in cui saranno chiariti i concetti di web semantico e linked open data, si passerà alla pratica con una panoramica generale su come lavorare su Wikidata (trovare un errore da correggere, aggiungere un’informazione, collegare una voce, creare una pagina, ecc.) e una infarinatura su come effettuare ricerche sul database attraverso l’endpoint SPARQL.
Il workshop è adatto anche ai meno esperti, basta ricordarsi di portare il proprio PC, avere un’idea generale del funzionamento del web e una mente aperta all’innovazione!
Siete pronti a mettere le mani sulla tastiera? Vi aspettiamo a Maker Faire!

Nell’immagine: Compleanno di Wikidata in Germania. Foto di Jason Krüger (Wikimedia Deutschland e.V.), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

October 04, 2018

In che modo gli strumenti digitali e le piattaforme web possono aiutare a diffondere e rendere accessibile a tutti il sapere, in particolare quello scientifico? Voci esperte dal mondo accademico, istituzionale e dalla comunità wiki proveranno a rispondere a questo quesito nelle giornate dell’8, 10 e 12 ottobre presso l’Università La Sapienza di Roma in occasione del ciclo di seminari Tecnologie nel digitale.
Si parte l’8 ottobre alle 17 con l’incontro “Il patrimonio culturale attraverso le tecnologie 3D”, in cui si esploreranno le opportunità di valorizzazione dei beni culturali che offrono nuove tecnologie come la stampa 3D – con un intervento di Sara Gonizzi del Politecnico di Milano – o la creazione di esperienze immersive in realtà aumentata, che i partecipanti avranno l’opportunità di testare in prima persona con l’utilizzo di un oculus rift insieme a Bruno Fanini e Augusto Palombini dell’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali (CNR ITABC).
L’appuntamento di mercoledì 10 ottobre si concentrerà invece sui database di dati geografici aperti per l’archeologia: non poteva mancare in questa sessione un intervento dedicato alla mappa libera OpenStreetMap, che sarà condotto dal nostro socio Paolo Rosati. Interverranno inoltre Giuseppe Guarino, Davide Finizio e Alessandro Ballarò di Una Quantum Inc., che porteranno esperienze dirette di utilizzo di sistemi di rilevamento geografico open source come Pyarchinit e QGIS in campo archeologico.
Il ciclo si concluderà venerdì 12 ottobre con il terzo e ultimo incontro L’informazione nelle piattaforme digitali”, che a differenza dei precedenti due si terrà dalle 13 alle 15 presso le Ex Vetrerie Sciarra.
Anche qui si prevede un contributo firmato Wikimedia del nostro socio Luca Martinelli, che a partire dal tema dell’utilizzo delle fonti su Wikipedia arriverà a parlare di fake news e attendibilità sul web. Insieme a Martinelli anche Alberto Marinelli de La Sapienza e Paola Romi di MiBAC Umbria, che si concentreranno più sull’utilizzo dei social network come strumento per creare comunità, condividere il sapere ma anche favorire la valorizzazione dei nostri beni culturali e del patrimonio archeologico.
Oltre ad essere gratuito e aperto al pubblico, l’evento sarà anche accessibile ai non udenti grazie ad un servizio di traduzione in linguaggio dei segni offerto dall’Interpretariato LIS di Sapienza Università di Roma.

Nell’immagine: Chiodo con scrittura cuneiforme, Foto di Santabiblia, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

October 03, 2018

Sapete tutti che archive.org, tra le tante sue iniziative, raccoglie le pagine web per salvarle in modo che non si perdano come lacrime nella pioggia quando un sito viene chiuso (oppure, per i cattivi dentro come me, per verificare cosa dicevano inizialmente…)

Ordunque, lunedì gli amici di archive.org hanno annunciato di avere completato un loro meritorio progetto. Hanno scorso le voci delle 22 edizioni linguistiche di Wikipedia più importanti (tra cui quella in italiano), selezionato i link che non funzionavano più, verificato se la pagina corrispondente era salvata da loro e nel caso sostituire il link rotto con quello funzionante. Ora, è vero che i BOFH in ufficio da me impediscono di accedere ad archive.org, ma questo è un mio problema. Immaginate però quanta roba è tornata a essere disponibile – sono stati modificati nove milioni di collegamenti – e gioite con me 🙂

October 01, 2018

Si è conclusa ieri la settima edizione di Wiki Loves Monuments in Italia: allo scoccare della mezzanotte del 30 settembre è terminato il tempo a disposizione di tutti i fotografi professionisti e appassionati per caricare i propri scatti con licenza libera su Wikimedia Commons e partecipare al grande concorso internazionale nato per valorizzare sui wiki il patrimonio culturale.
L’edizione 2018 di WLM nel nostro Paese ha registrato numeri da record: gli scatti raccolti quest’anno sono oltre 29.000 (più del 40% in più rispetto alla precedente edizione), un numero che ci fa conquistare la medaglia d’argento a livello globale, secondi solo alla Russia che conquista l’oro con uno scarto di poco più di 3.500 immagini.
L’Italia strappa anche il terzo posto per il numero di partecipanti all’edizione 2018 del concorso, superata solo da Stati Uniti e India: più di 1.000 persone nel nostro Paese hanno caricato almeno uno scatto su Wikimedia Commons, contribuendo a rendere accessibili a tutti sui wiki le nostre bellezze.
C’è poi chi ha fatto molto di più! Gli utenti Sailko, Mongolo1984 e Saverio.G si sono piazzati rispettivamente al secondo, terzo e decimo posto a livello globale per numero di scatti condivisi per Wiki Loves Monuments: i nostri tre moschettieri insieme hanno caricato oltre 12.000 immagini.
WLM 2018 in Italia ha registrato anche un boom di monumenti partecipanti al concorso che sono quest’anno più di 11.000, con oltre 1.700 nuovi beni autorizzati rispetto all’edizione 2017 da circa 300 enti, a cui vanno ad aggiungersi oltre 2.000 alberi monumentali inclusi nelle liste per la prima volta quest’anno.
Dietro questi numeri c’è il lavoro, l’impegno, l’entusiasmo di tantissime persone: dei nostri volontari attivi a livello regionale, dello staff di Wikimedia Italia, degli enti locali che hanno aderito e deciso di supportare il concorso, di chi ha partecipato e promosso wikigite sul territorio, di chi ha consultato le liste di monumenti autorizzati ed è andato a caccia di scatti in tutto il mese di settembre, di chi ha recuperato le fotografie dal proprio archivio, decidendo di farle diventare un patrimonio di tutti. Siete tutti voi a rendere ogni anno unico e speciale Wiki Loves Monuments!
La competizione non si ferma qui: inizia da oggi il lavoro delle Giurie di WLM, che avranno il compito di visionare le migliaia di scatti raccolti e selezionare i più belli e rappresentativi per stilare la classifica dei dieci vincitori di questa edizione.
Come ogni anno, gli scatti premiati in Italia parteciperanno anche al concorso internazionale insieme ai vincitori di 53 Paesi in tutto il mondo.
Chi vincerà il concorso in Italia? Riusciremo a conquistare il primo posto a livello globale? Seguiteci e lo scopriremo insieme!

Nell’immagine: Grafica realizzata per comunicare i risultati di Wiki Loves Monuments 2018 in Italia. Di Francesca Ussani (WMIT), opera propria basata sullo scatto di Elio Pallard 3° posto WLPiemonte 2017. CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

September 27, 2018

“We don’t build maps, we build mappers”: questo è il motto degli YouthMappers, il network che unisce studenti e docenti universitari di tutto il mondo con l’obiettivo di promuovere la conoscenza di OpenStreetMap, formare nuovi contributori alla mappa libera e metterli in connessione per trovare soluzioni innovative a problemi concreti grazie a OSM.
In occasione di State of the Map 2018 Milano, abbiamo incontrato Patricia Solis, Direttrice e fondatrice del progetto, che ci ha spiegato com’è nata la rete di YM e perché è importante.

Com’è nato il progetto YouthMappers?

YouthMappers è nato nel 2015 quando, in occasione del terremoto che ha colpito il Nepal, diverse organizzazioni in tutto il mondo si sono attivate per supportare le operazioni di soccorso, anche attraverso la mappatura da remoto su OpenStreetMap.
Alcune università – tra cui la Texas Tech University, dove ero ricercatrice, la George Washington University e la West Virginia University – avevano già dal 2013 iniziato a collaborare con Croce Rossa americana per mappare la zona di Kathmandu, altamente esposta a catastrofi naturali e caratterizzata da edifici ad elevato rischio di crollo.
L’emergenza di aprile 2015 ha creato le condizioni per fare un passo in avanti: osservando la risposta rapida ed efficace dei mappatori delle università di fronte a questa tragedia, il GeoCenter di USAID ha chiamato a raccolta i diversi atenei e messo a disposizione i fondi per creare una rete capace non solo di attivarsi in situazioni di emergenza ma anche di svolgere un’attività continuativa di mappatura su OpenStreetMap e di formazione agli studenti.
La decisione di USAID di supportare il network non giunge “dal nulla”, ma rappresenta il punto di arrivo di una collaborazione decennale tra gli atenei e l’agenzia sul fronte della formazione e della raccolta di dati geospaziali.
YouthMappers rappresenta il tentativo di creare “una comunità nella comunità”, mettendo in connessione docenti e studenti che desiderano avvicinarsi o sono già attivi in OpenStreetMap.

Ad oggi sono ben 120 i capitoli YouthMappers in tutto il mondo (i primi in Europa sono stati i nostri PoliMappers a Milano!): come siete arrivati a questo stupefacente risultato?

A mio avviso il primo punto di forza di YM sta nell’aver individuato negli studenti il motore propulsivo. Sono i ragazzi che guidano il processo, decidono di fondare un capitolo e sono poi chiamati a dirigerlo. I docenti sono chiamati invece a ricoprire il ruolo di faculty mentor, per avere un riconoscimento formale all’interno dell’università.
YouthMappers ha inoltre il pregio di aggregare persone che si trovano in un momento “speciale” della loro vita, quello in cui ci si dedica alla propria formazione: gli studenti universitari hanno tanto tempo, tante idee e sono estremamente ricettivi.
Da ultimo, ciò che ha davvero funzionato e consentito di coinvolgere tantissime persone è stato far capire che OpenStreetMap non serve “solo” a registrare dati geografici su strade o edifici ma è una comunità di persone che si mobilita per rispondere a esigenze reali. Le campagne di mappatura lanciate da YouthMappers in collaborazione con partner come USAID o lo Humanitarian OpenStreetMap Team, un altro dei partner del progetto, hanno sempre un obiettivo concreto.

A tuo avviso, che cosa apprende uno studente attraverso YouthMappers?

Credo sia un’esperienza che cambia il modo in cui i giovani vedono il mondo. Una volta una studentessa mi ha detto che viaggiando attraverso la mappa libera si è davvero sentita una “cittadina globale”. Un altro studente, che non aveva mai avuto l’occasione di lasciare gli Stati Uniti, partecipando a una campagna di mappatura in Nord Uganda ha potuto scoprire il territorio quasi come se davvero avesse visitato il Paese.
Ma non solo! Attraverso la rete ha potuto conoscere e raccogliere informazioni di prima mano dagli studenti affiliati al capitolo ugandese: si è creata una connessione che va al di là del supporto tecnologico.
Questo è il vero valore aggiunto: non si tratta solo di arricchire la mappa, ma anche di entrare in contatto con le persone.
D’altra parte, esiste un vantaggio anche per le istituzioni coinvolte: alcune università grazie a YM hanno aperto nuove linee di ricerca, altre attraverso il lavoro di mappatura degli studenti hanno avuto l’opportunità di farsi conoscere a livello globale e accrescere la propria rilevanza in ambito accademico.

Quali sono le maggiori sfide di YouthMappers per il futuro?

Uno dei temi chiave da sempre è la qualità dei dati, che vorremmo migliorare sempre di più. Mi piacerebbe che tutto ciò che viene registrato su OpenStreetMap con il tag YouthMappers fosse automaticamente riconosciuto dagli utenti come “corretto e verificato”. Siamo sulla buona strada, ma c’è sempre spazio per migliorare!
L’altra grande sfida è quella del divario di genere, una realtà per la comunità OpenStreetMap. Un progetto come YouthMappers può fare molto in questo senso, perché agisce in un ambiente come l’università, in cui la percentuale di studentesse è piuttosto alta.
Molti dei capitoli YouthMappers sono composti al 30-40% da studentesse e in Bangladesh uno è addirittura composto al 100% da ragazze; anche lo stesso board di YouthMappers è composto prevalentemente da donne!
Merito di questa grande partecipazione sono anche le tematiche su cui la rete si è attivata: ad esempio, per la Giornata mondiale della Donna abbiamo lanciato la campagna Let Girls Map o, ancora, abbiamo contribuito a mappare da remoto le zone interessate dalla mutilazioni genitali femminili o dove le donne sono oggetto di violenza: ad esempio in Tanzania, in collaborazione con il Tanzania Development Trust. Diciamo che non è solo la tecnologia open source la nostra forza, ma la capacità di connettere le persone.
Da ultimo, credo sia importante sottolineare il ruolo che OpenStreetMap e YouthMappers possono svolgere nei Paesi in via di sviluppo come veicolo di crescita e autodeterminazione. I capitoli YouthMappers attivi in Nepal, Uganda o in Ghana ad esempio hanno completamente ribaltato lo schema per cui sono le nazioni “del primo mondo” a fungere da traino, promuovendo progetti innovativi che sono studiati con interesse da tutti gli altri capitoli in Europa e negli Stati Uniti.

Non ci resta che fare a Patricia un grande in bocca al lupo, e se desiderate lanciare il vostro capitolo YouthMappers, trovate qui tutte le informazioni per farlo!

Nota:

Un ringraziamento speciale da parte di Patricia va al Fulbright Specialists Program e alla Prof.ssa Maria Brovelli, che hanno reso possibile la sua partecipazione all’edizione 2018 di State of them Map. Qui i riferimenti di Patricia per ogni quesito:

Patricia Solis, PhD
CoFounder and Director, YouthMappers
Executive Director, Knowledge Exchange for Resilience
Arizona State University
www.youthmappers.org

Nell’immagine: Patricia Solis a State of the Map 2018 Milano. Di Francesco Giunta, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


English Translation

“We don’t build maps, we build mappers”, this is the motto for the international network YouthMappers, a community gathering students and professors from all over the world. The aims of the project are to increase the awareness about OpenStreetMap and train new contributors for the open map, as well as to connect young people around the world to make a difference through mapping.
On the occasion of State of the Map 2018 Milano, we met Patricia Solis, CoFounder and Director of YouthMappers, who explained to us how the network started and developed.

Hi Patricia, nice to meet you! We want to know everything about YouthMappers: how was the project born?

YouthMappers was born in 2015 when, on the unhappy occasion of the earthquake in Nepal, many humanitarian organisations all over the world took action to support rescue operations, also using OpenStreetMap remote mapping.
Some universities, including the Texas Tech University – where I was working as a researcher – the George Washington University and the West Virginia University, were already working with the American Red Cross since 2013 in order to map the area around Kathmandu which is highly exposed to natural disasters and where many vulnerable buildings are at a high risk of collapse.
The emergency in April 2015 created the conditions to take a step forward: after noticing the rapid and efficient reaction of the OSM mappers from different universities before the tragedy, the USAID GeoCenter decided to engage the universities and provided funds to create a stable network, ready to take action in emergency situations but also able to conduct ongoing mapping activities on OpenStreetMap as well as design trainings for students. The support for this new idea built upon more than a decade of collaboration around geospatial analysis and capacity building that our co-founders had been doing with USAID.
YouthMappers represents the attempt to create “a community within the community” and connect university students and their faculty mentors willing to contribute to OpenStreetMap in the academic world.

Today there are 120 YouthMappers chapters all over the world (the first in Europe were PoliMappers in Milan!): how did you achieve this incredible result?

In my opinion, the main driving value of YouthMappers are the students, who represent the energy and the spirit of YouthMappers. Students take the lead, they decide whether to start a new chapter and they have to run it. Professors participate as faculty mentors to let students have a formal recognition and an official longer-term connection with the University.
Also, YouthMappers manages to gather people in a “special” moment of their life, when they are dedicating themself to education: university students have time at their disposal, ideas and they are extremely curious and responsive.
Beyond that, what really worked out with YouthMappers was making people understand that OpenStreetMap is not “only” registering geodata or tracking streets and buildings, but it’s a community of real people who take action to respond to specific and real needs.
Mapping campaigns launched by YouthMappers in collaboration with partners such as USAID and the Humanitarian OpenStreetMap Team are always related to specific and concrete objectives.

In your opinion, what can a student learn through Youth Mappers?

I think YouthMappers changes the way youth look at the world. Once, a student told me that when she travels through the open map, she truly feels like a global citizen. Another student never had the chance to leave his state, but when he took part in a mapping campaign aimed at collecting geodata in Northern Uganda, he was able to discover the region even without actually being there. Through the network he also managed to interact with the Ugandese student members of the local chapter to gather first-hand information: a human connection, that went beyond the technological support. This is the true value of YouthMappers as a project: it is not only about filling the map with data, but also about connecting people.
Also Universities can take advantage of this project: thanks to YouthMappers, some departments launched new lines of research or new curriculum, while others had the opportunity to achieve relevant academic recognition at global levels thanks to the mapping activities led by their students.

What will be the major challenges for YouthMappers in the future?

One of the main topics has always been the data quality, that we are always trying to improve. I would like everything which is registered on OpenStreetMap with the tag “YouthMappers” to be automatically recognized by users as “good and verified” data. This is a long-term goal, but we are working on it!
The other great challenge is the gender gap, which is still a problem within the OpenStreetMap community. A project like YouthMappers can do a great deal in this respect because it is implemented in universities, where women are often very well represented.
About a third of YouthMappers chapters are over 50% female and we also have one all female chapter in Bangladesh. Also the YouthMappers leadership is made up of several women!
I also think that the humanitarian activities promoted by the YouthMappers network helps attract women, and students in general. This worked for the launch of the Let Girls Map campaign on International Women’s Day and the mapping of certain areas of the world where women are subjected to genital mutilation and other forms of violence, such as when we teamed up with the Tanzanian Development Trust. We can say that open technology is not our only asset, we also have the ability to connect people with this technology.
Finally, I think that OpenStreetMap and YouthMappers can work as a leverage for countries in process of development as a vehicle of empowerment in a way that goes beyond traditional postcolonial concepts assuming that “Western countries are the experts”. For example, YouthMappers chapters in Nepal, Uganda and Ghana, which are considered as “developing countries”, have been working on innovative projects that are followed with interest by chapters worldwide, including leading new ideas for peers in Europe and the USA.

So for now, thank you and good luck Patricia! And for you, readers, if you want to launch your YouthMappers chapter, you can find here all the information on how to do it!

Note:
A special acknowledgement from Patricia goes the Fulbright Specialists Program, and her host Maria Brovelli, who made possible her participation to SOTM 2018.
Here below Patricia’s contact details for any inquiries:

Patricia Solis, PhD
CoFounder and Director, YouthMappers
Executive Director, Knowledge Exchange for Resilience
Arizona State University
www.youthmappers.org

Photo: Patricia Solis at State of the Map 2018 Milan. Taken by Francesco Giunta, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Siamo ormai giunti al termine del concorso Wiki Loves Monuments, ma restano ancora alcuni giorni per trovare l’inquadratura perfetta e fotografare. Preparatevi per lo scatto finale con le wikigite del weekend programmate in Basilicata, Lombardia e Lazio.
Sabato 29 settembre sarà la giornata perfetta per i fotografi lucani, che potranno partecipare a ben sei safari fotografici alla scoperta del territorio.
Si comincia di buon mattino con la visita fotografica a Montescaglioso (MT), conosciuta come la “Città dei Monasteri” per la presenza di ben quattro complessi monastici, tra i quali spicca l’abbazia di San Michele Arcangelo.
Appuntamento in mattinata anche con le gite che si svolgeranno in provincia di Potenza a Pietrapertosa, uno dei 200 borghi più belli d’Italia e il più alto della Basilicata, Picerno e Ruoti dove la camminata toccherà diverse tappe storico culturali, come la Chiesa di San Vito e la Cappella del Calvario, ma anche naturalistiche, come il Lago Moretta e il grande Libocedro monumentale.
A Sant’Arcangelo (PZ), immersa nella Val d’Agri, l’appuntamento è fissato per sabato alle 10, in Piazza Convento; l’orario è lo stesso anche per Irsina (MT), dove il tour fotografico toccherà diversi siti tra cui il Convento di San Francesco, gli antichi lavatoi di Peschiera e i cosiddetti Bottini, impressionanti cunicoli scavati nella pietra antichi canali coperti che si inoltrano per circa un chilometro di profondità che seguono l’andamento della falda acquifera.
Sempre nella giornata di sabato, in Lombardia e Lazio, si apriranno a fotografi e wikipediani le porte di due importanti istituzioni culturali.
A Como lo staff del Museo della Seta e i nostri wikipediani vi guideranno alla scoperta della tradizione produttiva tessile comasca. Durante la visita (gratuita con prenotazione obbligatoria all’indirizzo prenota@museosetacomo.com) potrete fotografare macchine, oggetti, documenti, campionari e strumenti di lavoro provenienti dalle lavorazioni che hanno contribuito a rendere Como la “Città della Seta”.
A Roma torneremo invece al Museo Nazionale di Villa Giulia: l’appuntamento è alle 14:30 per una visita guidata gratuita allo splendido palazzo rinascimentale che ospita una delle più ricche collezioni di reperti etruschi in Italia. Per informazioni e prenotazioni basterà scrivere un messaggio alla casella segreteria@wikimedia.it.
E non è finita qui! Per chi ama il brivido dell “ultimo minuto”, due wikigite programma in Basilicata anche per domenica 30 settembre, ultima giornata per partecipare a Wiki Loves Monuments 2018:  chiudiamo in bellezza con Guardia Perticara (PZ) e Potenza, con una camminata che toccherà numerosi siti monumentali come il Palazzo di Città, il Teatro Francesco Stabile e il Parco Montereale, la principale area verde del capoluogo lucano.
Non lasciatevi scappare quest’ultima occasione per immortalare il nostro bellissimo patrimonio storico e culturale!

Nell’immagine: Orditoio al Museo della Seta di Como. Di Daniela Manili Pessina, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

September 25, 2018

Dopo il successo della prima edizione, torna per il secondo anno consecutivo il mapping party OpenStreetMap della città di Torino promosso da Wikimedia Italia insieme a 5T, società che opera nel campo dei sistemi ITS (Intelligent Transport Systems) e dell’infomobilità, e ITHACA, associazione non-profit che si occupa di gestione ed elaborazione di dati geografici in risposta a situazioni di emergenza.
L’evento, che si terrà venerdì 19 ottobre presso la Sala Carpanini del Comune di Torino, si concentrerà quest’anno sull’accessibilità del centro città: l’iniziativa si inserisce infatti nel quadro di Torino Design of the City, una dieci giorni di eventi, meeting, workshop, esposizioni e tour dedicati al design sul tema del patrimonio culturale e dell’accessibilità universale.
I partecipanti alla maratona di mappatura lavoreranno alla raccolta di dati geografici utili per tracciare su OpenStreetMap percorsi adatti alle persone con disabilità motorie, aiutandole a raggiungere in totale sicurezza edifici pubblici come sedi comunali, scuole e musei. Verranno inoltre registrate sulla mappa libera informazioni sull’accessibilità dalle strutture, come la presenza di rampe o elevatori.
L’attività di mappatura sarà condotta in piccoli gruppi, a ognuno dei quali sarà assegnata un’area prestabilita: per raccogliere le informazioni, i partecipanti potranno utilizzare sia applicazioni per smartphone come Mapillary che le mappe cartacee Field Papers.
Non preoccupatevi se siete mappatori alle prime armi o semplici curiosi che non hanno mai lavorato su OSM: volontari esperti della mappa libera saranno presenti durante tutta la giornata a supportarvi nella raccolta e nel caricamento dei dati geografici.
Tutti gli elementi registrati saranno condivisi con licenza libera, che ne consentirà ogni riutilizzo; le mappe serviranno inoltre ad alimentare il portale Muoversi a Torino, dedicato al calcolo percorso nell’area urbana e metropolitana torinese e basato su dati OSM. Una bella occasione per conoscere meglio il territorio e contribuire a rendere più accessibile a tutti la città!
Appuntamento dunque in Piazza Palazzo di Città 1 alle ore 10: la partecipazione all’evento è gratuita, con registrazione obbligatoria a questo link. Affrettatevi perché i posti a disposizione sono soltanto 50!

Nell’immagine: Il Palazzo Civico di Torino, dove si svolgerà la maratona di mappatura. Foto di Pierre5018, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Wiki Loves Monuments è il grande concorso fotografico per valorizzare sui progetti Wikimedia i beni artistici e culturali; in Italia, WLM ha un obiettivo in più: superare le normative vigenti che impediscono di caricare su Wikimedia Commons gli scatti dei monumenti italiani.
Nel nostro Paese, scattare fotografie ai nostri beni culturali e pubblicarle con una licenza libera CC BY-SA 4.0 – che ne consente anche l’uso commerciale – è possibile solo chiedendo un’autorizzazione a chi ha in consegna o possiede tali beni. È per questo che ogni anno, in occasione della competizione, lo staff e i soci di Wikimedia Italia censiscono i beni culturali di tutta Italia e contattano gli enti di riferimento, per chiedere loro di autorizzare la riproduzione dei monumenti.
Quest’anno per la prima volta la catalogazione dei beni culturali italiani è stato gestita attraverso Wikidata, il grande archivio di dati strutturati a supporto dei progetti Wikimedia: la lista dei monumenti italiani “da liberare” è diventata così più facilmente consultabile, aggiornabile e soprattutto sarà disponibile per tutti gli utenti attivi sulle varie edizioni linguistiche di Wikipedia, Wikimedia Commons e degli altri wiki.
Con la collaborazione della start up torinese Synapta, è stata innanzitutto importata su Wikidata la lista di 27 000 monumenti censiti dal Ministero per i beni e le attività culturali (MiBAC) come “Luoghi della cultura”, già pubblicata come linked open data. I dati sono stati analizzati e armonizzati con quelli già presenti sul database: un lavoro certosino di eliminazione di doppioni e verifica della corretta compilazione dei campi, svolta sia tramite algoritmi automatici sia con l’intervento della comunità di Wikidata.
Successivamente, a ogni monumento autorizzato è stato assegnato un codice di identificazione univoco (ID Wiki Loves Monuments), corredato da altre informazioni utili come il nome del monumento, la tipologia del monumento, la geolocalizzazione e soprattutto la data di inizio e fine validità dell’autorizzazione!
L’operazione di classificazione condotta quest’anno per Wiki Loves Monuments ha consentito di arricchire il database libero di oltre 20 000 nuovi elementi e aggiungere dettagli a più di 7 000 elementi già registrati su Wikidata, non solamente grazie all’importazione del catalogo MiBAC ma anche manualmente, con l’aiuto dei volontari attivi sulla piattaforma.
La lista di monumenti creata può essere aggiornata annualmente con grande facilità, in caso di nuovi rilasci da parte del MiBAC o di altri cambiamenti futuri. Inoltre, i dati possono essere facilmente estratti ed elaborati da chiunque ne abbia la necessità, anche per finalità di ricerca accademica o commerciali, essendo tutte le informazioni rilasciate con licenza libera (CC0).
Il nostro patrimonio culturale è di tutti, ancor più di prima!

Nell’immagine: lavagna “amo Wikidata perché…” realizzata da Wikimedia Germania per il terzo compleanno del progetto. Di Lydia Pintscher (WMDE), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

August 16, 2018

Nonostante nel sito di Wikimedia Italia sia scritto chiaramente che noi non gestiamo Wikipedia in italiano ma ci limitiamo a promuoverla, mi capita sin troppo di frequente che qualcuno mi scriva per chiedermi o più spesso intimarmi di fare qualcosa a riguardo di una o dell’altra voce dell’enciclopedia. Essendo io troppo buono, non uso di solito una risposta precotta ma aggiungo qualcosa di specifico relativo a quella voce, tipo dove si può scrivere per ottenere aiuto da qualcuno più esperto: le mie possono essere spiegazioni generali, ma ogni sottocomunità ha le sue regole e conviene studiarle un po’ se si vogliono fare modifiche sostanziali. (No, non è prevaricazione, ma un tentativo di mantenere un minimo di omogeneità).

La scorsa settimana mi è capitato che una persona si lamentasse per il testo della voce su una sciagura di qualche anno fa, dicendo che quanto scritto era spesso errato, e di eliminare quella pagina (vabbè…). Ho dato una rapida occhiata alla voce, e a prima vista sembrava completa e ricca di citazioni alle fonti primarie, perlopiù articoli di quotidiani nazionali e locali nei giorni immediatamente successivi all’avvenimento. L’ipotesi che io posso fare, da ignorante nel senso letterale del termine, è che i giornali abbiano correttamente riportato le prime notizie frammentarie arrivate loro, ma che la successiva inchiesta abbia poi rilevato che le cause reali erano diverse. Ho quindi spiegato al mio interlocutore che probabilmente la cosa migliore era indicare nella pagina di discussione la nuova fonte più accurata (come link oppure con tutti i dati che permettano di trovarla fuori dalla rete) e chiedere che si rimetta a posto la voce con i nuovi dati, ma lasciando le vecchie informazioni, pur modificate scrivendo per esempio “inizialmente si pensava…”. Come mai?

La spiegazione è un po’ lunga, anche se non realmente complicata. Comincio con lo svelare un segreto di Pulcinella: la comunità di Wikipedia (in italiano, ma penso che la cosa valga anche per altre lingue) è spesso divisa su cosa si può inserire nell’enciclopedia e cosa no. La divisione non è netta, e dipende spesso dalle categorie di voci: in questo caso specifico è sugli avvenimenti di cronaca. Io per esempio ritengo che non se ne dovrebbe parlare su Wikipedia ma scegliere un altro progetto, in questo caso Wikinews, per due ragioni specifiche. La prima è che non si sa se quello che oggi appare importante lo sarà ancora tra qualche anno: in gergo wikipediano si parla di recentismo. La seconda è che trattare un fatto di cronaca come voce enciclopedica fa correre il rischio di dire cose errate, come potrebbe essere avvenuto nel caso in questione, e quindi dare informazioni erronee a chi finisce su Wikipedia fidandosi di essa (cosa che non bisognerebbe mai fare, d’accordo, ma che tanto si fa sempre).

Perché allora non limitarsi a cancellare le informazioni erronee, magari dopo avere aggiunto quelle più aggiornate e corrette? Di nuovo, le ragioni sono due. La prima è che si rischia che qualcuno in perfetta buona fede le riaggiunga, pensando che la cancellazione sia stata fatta per errore o per volontà vandalica. Tra l’altro, per come funzionano i quotidiani, una ricerca fatta oggi troverà come prime fonti gli articoli immediatamente successivi alla sciagura, perché quelli con le risultanze delle indagini tipicamente saranno finiti nelle pagine interne non essendo più “breaking news”. Ma più importante è il fatto che anche un’informazione falsa, se specificata correttamente e indicata chiaramente come erronea, può essere enciclopedica! Prendiamo un esempio quintessenziale, la strage di piazza Fontana. Se andate in emeroteca e cercate i giornali dell’epoca, troverete titoli a nove colonne “Pietro Valpreda è l’autore della strage”. Sappiamo da decenni che ciò non è vero (lo sapete, nevvero?). Però il depistaggio in questione fa parte della storiam e quindi una voce sulla strage non sarebbe completa se non si raccontasse anche della storia di Valpreda. Certo, non si scriverà mai che il ballerino anarchico fu un colpevole; ma si scriverà che è stato ritenuto colpevole. Per la cronaca, ho controllato: in effetti c’è scritto che il Corriere della Sera pubblicò un articolo intitolato “Catturato il mostro”.

Il tutto sembra complicato? Forse un po’ lo è. Ma quello che conta è che il lettore distratto – e ce ne sono tanti, troppi – possa capire al volo cosa è successo, mentre quello più attento abbia a disposizione tutta la cronistoria.

July 10, 2018

Smontiamo un po’ di luoghi comuni

Copywrong, di GDJ — https://openclipart.org/detail/219802

Ora è terminato tutto il cancan sulla votazione all’Europarlamento per decidere se la direttiva per il copyright sul mercato unico digitale era a posto così e pronta per il trilogo, oppure sarebbe stato opportuno discuterla in plenaria. È arrivato forse il momento di mettere qualche puntino sulle i, presentando i temi del contendere in modo spero chiaro. Ho scelto esplicitamente di separare la prima parte (i fatti, scritti nel modo più neurto possibile) dalle mie opinioni, che sono personali e non necessariamente condivisibili. In questo modo spero possiate farvi un’idea un po’ più chiara dei temi della contesa.

Cominciamo da una premessa, anzi due. È doveroso che il lavoro creativo sia giustamente rimunerato: nessuno tra coloro che hanno espresso il loro parere contrario alla direttiva afferma che si può copiare liberamente materiale prodotto da altri senza il loro esplicito permesso (ed eventualmente pagando i diritti d’autore: sono due cose distinte). In generale, quando parliamo di copyright ammettiamo implicitamente che ci debba essere stato lavoro creativo. Ricordo però che almeno in Italia gli autori non hanno quasi mai il copyright sulle proprie opere. Se non ci credete, prendete un libro, un disco o un film e vedete cosa c’è scritto vicino alla ©. Naturalmente il titolare dei diritti (quello dopo il ©, appunto) paga l’autore per avere il diritto di pubblicare l’opera: sono le royalties, il compenso per la cessione dei diritti economici d’autore (per la legge italiana, i diritti morali — vale a dire la cosiddetta proprietà intellettuale — è inalienabile). E anche nel caso in cui i diritti siano pagati a forfait una volta per tutte e non in percentuale sugli acquisti, è vero che se l’editore non guadagna abbastanza poi non potrà più pubblicare; quindi in futuro ci perderà anche l’autore. Ricordiamoci però che non è vero che il copyright è degli autori. Ah: ricordiamoci anche che “copyright” è una parola ombrello, e ci sono tantissimi diritti, economici e no, che possono essere gestiti ognuno separatamente. In Italia per esempio il diritto morale — quello che dice “quest’opera è mia” — è inalienabile: la proprietà intellettuale rimane a te e basta. Invece in teoria uno potrebbe cedere a un editore i diritti per la pubblicazione della propria opera in versione cartacea ma non elettronica, oppure tenersi quelli per un’eventuale trasposizione cinematografica o teatrale (tecnicamente “opere derivate”; anche la traduzione lo è, il che significa che non si può tradurre un libro senza che il detentore dei diritti sia d’accordo).

Passando agli articoli della direttiva, notiamo che rispetto alla sua formulazione iniziale è stata rimossa l’eliminazione di un diritto di copyright. Il cosiddetto diritto di panorama dà la possibilità a tutti (e quindi toglie al creatore dell’opera il copyright relativo) di fotografare monumenti e palazzi sulla pubblica via e fare un uso commerciale di queste foto (gli usi personali erane già ammessi). Ora il diritto di panorama è possibile solo in alcune nazioni europee — l’Italia non è uno di questi; inizialmente era stato concesso, nel testo finale non se ne parla piú. L’articolo 11 invece aggiunge un nuovo diritto di copyright (“ancillary copyright”). Lo spirito della direttiva è che un aggregatore di notizie (si prendono titolo e un pezzetto di testo su un certo tema da più fonti) cadrebbe sotto il copyright di chi ha scritto le notizie originali, anche se ciascuno dei vari pezzi può essere usato singolarmente per il diritto di citazione. In informatica esiste già qualcosa di simile, i diritti sulle basi di dati, cioè sul lavoro fatto da chi ha messo insieme un certo numero di informazioni in modo creativo. Ricordo comunque che gli articoli presenti nell’aggregatore non possono già ora contenere il testo originale completo o comunque oltre il diritto di citazione perché in tal caso si violerebbe il copyright, e che il semplice hyperlink — la stringa che comincia con http:// e che una volta cliccata porta al sito remoto — sarebbe rimasto liberamente usabile. Infine l’articolo 13 non modifica la normativa sul copyright: ciò che è lecito o vietato continuerebbe a esserlo allo stesso modo. Quello che cambia è il modo in cui il copyright viene verificato. Ora lo è a posteriori: se io titolare di copyright trovo che tu sito hai un’opera sotto copyright ti ordino di toglierla. Con la direttiva sarebbe stato per default a priori: chi riceve dei contenuti deve verificare preventivamente che non siano sotto copyright, stringendo accordi con i vari detentori di diritti. La regola avrebbe previsto varie eccezioni, tra cui Wikipedia e GitHub, anche se la sua formulazione non era così chiara: Wikipedia è sì un progetto non-for-profit ma permette l’uso commerciale del materiale in essa contenuto, e quindi non è detto che l’eccezione sarebbe stata valida.

Fin qui i fatti. Spero che su di essi possiamo tutti essere d’accordo. Da qui in poi arrivano le mie opinioni, che potete accettare o no ma vi prego di leggere lo stesso. Cominciamo dal fondo, cioè dall’articolo 13. Ho forti dubbi che un controllo a priori funzioni su tutto il materiale sotto copyright, a meno naturalmente che si parli di Google che si memorizza tutto e se lo tiene in pancia. Come è possibile per un piccolo titolare di copyright fare accordi con tutti i siti che accettano file caricati dagli utenti? Consegna il materiale preventivamente, sperando che non vada in giro? (No, non basta avere una firma digitale sui contenuti. Basta sostituire un singolo frame del film oppure aggiungere un decimo di secondo di silenzio o ancora modificare leggermente la copertina per avere una checksum diversa senza modificare in pratica il contenuto). Viene chiesto di fare un controllo sui metadati? Vale la stessa cosa che ho detto qui sopra: semplicemente i motori di ricerca per recuperare i file piratati (ce ne sono, ce ne sono…) mostreranno anche i file che hanno leggere variazioni sul nome. Si chiederà ai piccoli siti di pagare Google per il servizio di controllo copyright? Spero proprio che non si voglia dare loro i soldi per pagare la Google Tax. Resto insomma dell’idea che sarebbe molto meglio far funzionare meglio la regolamentazione attuale a posteriori. Se io con un semplice Google Alert trovo ogni settimana nuovi siti che hanno una copia piratata dei miei libri, che ci vuole a un editore per fare la stessa cosa? Un’ultima cosa: immagino che i nostri giornali elimineranno tutte le foto “prese da Internet” nelle loro gallerie, il che in effetti non sarebbe un male… oppure pagheranno Facebook per il diritto di usare il nostro materiale. Ho controllato le condizioni d’uso: «Quando l’utente condivide, pubblica o carica un contenuto coperto da diritti di proprietà intellettuale (ad es. foto o video) in relazione o in connessione con i nostri Prodotti, ci concede una licenza non esclusiva, trasferibile, conferibile in sottolicenza, non soggetta a royalty e globale per la trasmissione, l’uso, la distribuzione, la modifica, l’esecuzione, la copia, la pubblica esecuzione o la visualizzazione, la traduzione e la creazione di opere derivate dei propri contenuti». Se non lo sapevate, sapevàtelo. (Se volete il mio parere, le frasi in grassetto non dovrebbero esserci. Ma visto che ci sono mi guardo bene dal pubblicare su Facebook qualcosa che valga davvero la pena. Per quanto riguarda questo specifico post, l’ho lasciato apposta con una licenza libera che permette anche l’uso commerciale, quindi non ci sono problemi di sorta.)

Ah già, questa non era la direttiva contro le fake news, quindi un testo come questo non sarebbe comunque stato toccato

Per l’articolo 11, io ritengo idiota che una raccolta automatica di brani di news senza nessuna creatività — è fatta automaticamente, in fin dei conti… — sia considerata un’opera protetta da copyright e quindi si vogliano chiedere soldi a Google News. Presumo che a questo punto Google farebbe come in Spagna e saluterebbe tutti, ma questo non è un mio problema. Detto questo, non ho nulla in contrario a priori al fatto che gli editori cerchino di farsi dare qualche soldo dagli Over The Top per concedere loro il privilegio di mandare traffico verso i loro siti. Sappiamo tutti che lo spirito della direttiva era questo. Bene. Allora scrivete questa direttiva in modo più specifico, e soprattutto indicando specificatamente cos’è un aggregatore di notizie e non dicendo “non si può fare nulla tranne queste nostre benigne eccezioni” (vedi il testo dell’articolo 13). Per quanto mi riguarda un aggregatore (a) contiene qualcosa in più di titolo e catenaccio della notizia stessa — quindi tutti i giornali che vivono di clickbait possono tirare un sospiro di sollievo — e (b) non contiene un testo originale. Quest’ultima parte serve per distinguere una rassegna stampa di approfondimento (per me ok) da una mera raccolta (che è sì fuori copyright, ma per cui gli editori possono chiedere soldi all’aggregatore). Poi resto dell’idea che se Google e amici dessero metadati invece che soldi saremmo tutti più felici, ma questa è un’altra storia.

Resta il punto più spinoso e proprio per quello generalmente messo sotto il tappeto dai media: il diritto di panorama. Io non riesco davvero a capire perché se c’è un edificio pubblico che tutti possono vedere mentre passano per la strada non sia possibile fotografarlo, quindi farne un’immagine a scopo didascalico e non artistico, senza il permesso di chi ha progettato quell’edificio. Come direbbe Magritte, “Ceci n’est pas un palais”, non foss’altro che perché è a due dimensioni e non tre —è qualcosa di diverso da un modellino, tanto per dire, e la foto ha comunque un contesto. Eppure non è così. Bontà loro, i nostri governanti al momento permettono le foto senza fini di lucro, di cui però Wikipedia non se può fare nulla. Altre nazioni sono molto più generose e ammettono il diritto di panorama, anche se a dire il vero l’europarlamentare Jean-Marie Cavada e i suoi amici avevano già tentato nel 2015 di abolirlo ovunque nell’UE, per evitare «che i monopoli americani come Facebook e Wikimedia sfuggano al pagamento dei diritti ai creatori» (lo ha detto lui, al limite potete lamentarvi della mia traduzione fatta ad occhio senza che io parli francese). Detto in altri termini, il concetto di diritto d’autore per queste persone è qualcosa del tipo “se vuoi regalare il tuo lavoro creativo, fa’ pure, non te lo impediamo; ma devi avere la possibilità di impedire qualunque riuso anche indiretto del tuo materiale senza che ti paghino per il disturbo”. Il mio concetto, e credo quello della maggior parte dei wikipediani, è “il lavoro creativo è sacro, ed è giusto che chi lo faccia abbia il diritto di farsi pagare per il riuso; ma la documentazione del lavoro creativo dovrebbe essere libera per chiunque, e se qualcuno riesce a farci dei soldi buon per lui”. (Nota a margine: Arnaldo Pomodoro ha dato a Wikipedia una licenza esplicita per postare immagini di una qualunque sua opera esposta in un ambiente pubblico. Presumo che abbia compreso che è tutta pubblicità). Per la cronaca, il concetto degli Over The Top dovrebbe essere qualcosa tipo “regalaci il tuo materiale: a te non serve, ma noi sappiamo come farci dei soldi su, soldi che ci teniamo tutti noi”.

Se siete arrivati fin qui, dovrebbe esservi chiaro che il problema per me non è il concetto copyright, ma la sua applicazione attuale, che non è più a favore dell’autore salvo in pochi casi eccezionali. Sarebbe per esempio interessante sapere quanti iscritti alla SIAE ricavino più di 13000 euro l’anno (mille al mese più tredicesima, come un operaio specializzato) di royalties. Il guaio è che la narrazione è nelle mani di chi in effetti sul copyright ci guadagna eccome, anche se autore non è, e quindi non vuole che si stia a pensare a cosa succede davvero. Ecco, cercate invece di azionare il cervello.

July 03, 2018

Quando uno tra i tanti giornalisti che oggi mi ha telefonato per avere informazioni sull’oscuramento di Wikipedia mi ha detto che c’era chi ci considerava grillini sono caduto dal pero. Poi ho scoperto questo articolo del Foglio (o almeno le prime righe che si possono leggere prima del paywall).

Tanto per essere chiari: Di Maio ha detto di essere contro la link tax, anche se non penso che un qualsivoglia governo potrà andare contro la direttiva quando verrà approvata. Perché l’ha fatto? Non lo so. Tra i contributori a Wikipedia ci sono pentastellati? Immagino di sì, e anche parecchi, non foss’altro che per banali ragioni statistiche. Essere a favore della direttiva così com’è un loro diritto: in fin dei conti il gruppo liberale ALDE la approva, anche se a me pare strano. Ma pensare che Wikipedia assecondi Di Maio (o qualunque altro politico, se per questo) mi sembra davvero incredibie.

D’altra parte potrei sbagliarmi, ma non credo proprio che al Foglio abbiano cercato qualcuno non dico di Wikimedia Italia ma di quelli che hanno discusso sulla possibilità di oscuramento. Non ha quindi molto senso entrare nel merito del loro testo, no?

da https://meta.wikimedia.org/wiki/File:Ep_strasbourg_9.jpgStavolta mi è andata meglio di sette anni fa, quando ho scoperto che Wikipedia in italiano era oscurata perché mi avevano telefonato dal Corriere. Ieri notte un’anima pia mi ha messaggiato dicendo che in mezz’ora sarebbe scattato l’oscuramento.

Ricordo solo alcune cose che avevo già raccontato. La direttiva è sul “Copyright in the Single Digital Market”, copyright nel mercato unico digitale. Il copyright nacque per tutelare chi creava qualcosa di nuovo; ora invece aggiunge paletti a favore dei “vecchi” attori abbarbicati a un modello che non funziona più.

Per dare un esempio positivo, pensate a cosa ha fatto Repubblica. I lanci fondamentali sono ad accesso libero, la parte di approfondimento è invece stata inserita in una sezione a pagamento – Rep: – di cui si possono leggere solo le prime righe. Gli aficionados del “tutto e gratis” mugugnano, ma è giusto che il lavoro venga rimunerato. Torniamo ora alla link tax. Se il tuo articolo di giornale è una semplice rimescolatura del lancio Ansa, e quindi bastano le prime quattro righe per sapere di che parli e nessuno clicca da Google News sulla tua pagina, perché vuoi che Google ti paghi per la rimescolatura? Se invece i lettori sanno che andando avanti troveranno cose utili, ci cliccheranno eccome. Ovviamente mettere tutto l’articolo nel proprio sito è violazione di copyright già adesso, come è giusto: qui si va a toccare il diritto di cronaca. Il controllo preventivo e automatico degli upload è poi infattibile a livello di testi, non foss’altro che perché occorrerebbe avere da qualche parte una copia digitale di tutti i testi accessibile da tutti i siti, con tutti i problemi del caso. Paradossalmente il caso di YouTube e della sua tecnologia per riconoscere i video è l’esempio di quanta potenza di fuoco ci vuole; in pratica si vuole far sì che solo chi ha tanti soldi possa pubblicare materiale. Di nuovo, eliminare a posteriori i contenuti sotto copyright è cosa buona e giusta, ma non mi pare che sia tanto implementata a giudicare dagli alert che mi arrivano tutte le settimane con i nomi di siti dove scaricare i miei libri. Probabilmente Wikipedia potrebbe essere esentata da tutto questo, almeno per il momento: ma noi vogliamo la libertà per tutti, non delle esenzioni ad personam.

Un’ultima cosa: la discussione è partita da venerdì (la si può leggere) e non è insomma un ukase.

May 29, 2018

Una decina di giorni fa (non ho il tempo di vedere tutto) LInkiesta ha pubblicato un articolo dal titolo inquietante “La generazione Wikipedia è ignorante. E vota politici ignoranti”. Cosa c’entra Wikipedia? Sono stati trovati nuovi errori all’interno dell’enciclopedia? Si è scoperto che qualcuno inserisce subdolamente modifiche formalmente ineccepibili ma che tutte insieme portano al disacculturamento delle persone? Macché. Le citazioni di Wikipedia sono due: nell’occhiello c’è scritto «Ma il mondo dei social e di Wikipedia, con una conoscenza illimitata a portata di click, pensa che le soluzioni siano sempre e comunque semplici», testo ripreso – anche in un box – con «Sono questi gli effetti, anch’essi paradossali, dell’età dei social e di Wikipedia. La disponibilità immediata di informazioni a vantaggio di chiunque non ha portato, come si credeva, a un generale accrescimento della cultura e della capacità critica.»

Ora qualcuno mi dovrebbe spiegare con molta pazienza cosa accomunerebbe i social e Wikipedia, se non il fatto che chiunque può scriverci su. D’altra parte, e l’abbiamo anche scritto in Scimmie digitali, avere le informazioni non serve a nulla se non ci si arrabatta per ottenere conoscenza. Su questo, che Wikipedia esista oppure no è irrilevante, perché le informazioni sono comunque presenti in rete. Solo che vuoi mettere sparare il nome a caratteri cubitali?

May 08, 2018

Tutto pur di pubblicare qualcosa di diverso

Ieri Valentino Di Giacomo ha scritto sul Mattino, vale a dire uno tra i principali quotidiani italiani, un articolo il cui incipit è

«Angelino Sempreinpiedi», ministro dei record. Il titolare della Farnesina, Alfano, con 1836 giorni consecutivi alla guida di un dicastero comanda infatti questa particolare classifica nella storia della Repubblica italiana. Mai nessuno ci era riuscito per così tanti giorni.

Come capita spesso nel Belpaese, gli altri giornali si sono affrettati a copiare la notizia, perché vuoi mica rimanere dietro gli altri e perdere preziosi lettori: ecco così Il Giornale, TGCom, Tiscali News, Il Fatto Quotidiano, HuffPost, TodayTPI

Quest’ultimo in realtà non deve fare parte di questa lista della vergogna: è l’unico infatti il cui redattore ha azionato il cervello e ha specificato “della seconda Repubblica”. Vi ricordate del divo Giulio? Andreotti è stato ministro nei seguenti governi (courtesy of Wikipedia, naturalmente):

Totale: 4909 giorni consecutivi (4910 se contiamo anche l’ultimo), di cui 2565 consecutivi allo stesso ministero. (Angelino è passato dagli Interni agli Esteri con Gentiloni).

Tra l’altro, già l’anno scorso Salvo Toscano sul Foglio scriveva

Due certezze in questi anni: Alfano e la sua poltrona. Sempre al governo, ministro più longevo della Repubblica.

La mia domanda a questo punto è molto semplice. Abbiamo un certo numero di italici giornalisti che non è capace di fare quello che sarebbe il suo mestiere, cioè scrivere notizie non dico importanti ma almeno suffragate da dati nemmeno poi difficili da trovare, oppure siamo solo di fronte a un banale caso di piaggeria nei confronti di Angelino Alfano?

P.S.: mi segnalano che già venerdì scorso, su Propaganda Live (trasmissione de La 7) era stato segnalato questo “record”. Ci sarà bene un motivo perché da anni io non mi fido di qualunque cosa venga raccontato dai nostri media: per fortuna non sono un complottista e non credo che sia tutto un diabolico piano per rimbesuire i cittadini. Lo sono già lo stesso.

April 17, 2018

Leggo sul loro colophon che «The Post Internazionale (TPI) è un giornale online specializzato nell’attualità internazionale.» A quanto pare però TPI non disdegna di fare incursioni sull’attualità rotocalchiana italiana, come questo articolo pubblicato stamattina un po’ prima di mezzogiorno in cui si dà conto della lite tra Mehdi Benatia (calciatore) e Maurizio Crozza (comico) sulla faccenda del rigore contro la Juventus alla fine della partita con il Real Madrid. Nell’articolo, l’ignoto estensore ha voluto farci sapere – con tanto di screenshot alla ricerca con Google – che qualche cattivone aveva scritto su Wikipedia che Crozza era morto (a Vinovo, dove si allena la Juventus).

Il giornalista in questione deve avere avuto una fortuna sfacciata. Pensate: è riuscito a vedere la pagina modificata con la data di morte nel singolo minuto (tra le 11:10 e le 11:11) in cui quella modifica è rimasta in linea, come si può vedere dalla pagina della cronologia. (In effetti la morte è anche stata aggiunta ieri sera, e cancellata dopo ben quattro minuti: ma in quel caso tra le professioni di Crozza era anche stato aggiunto “antijuventino”, quindi lo screenshot non si riferisce a quel momento). Non so, mi sembra come quelle foto “impossibili” scattate proprio nell’istante preciso in cui è successo qualcosa, il tutto ovviamente senza che l’autore potesse saperlo. Non è la prima volta che mi capita di vedere qualcosa del genere: è proprio vero che certi giornalisti sono sempre sul pezzo.

(p.s.: non è che a «La pagina Wikipedia si riferiva a Crozza al passato, come se fosse realmente deceduto.» La voce continua a riferirsi al passato anche adesso, per l’ottima ragione che leggendo due righe in più si capisce che in precedenza era uno dei volti principali de La 7, ma dall’anno scorso è passato a NOVE.)

April 10, 2018

Se non hai problemi con l’inglese, il testo originale (di Achille) si trova a https://lyrics.az/douglas-hofstadter/godel-escher-bach/sonata-for-unaccompanied-achilles.html . Non ho capito perché sta in un sito di testi di canzoni, ma fa lo stesso :-)

March 09, 2018

credo che usare i puntini lasci un’idea parecchio confusa, soprattutto in un sistema tripolare come il nostro attuale.

Hai provato a fare tre cartine distinte, una per polo, lavorando a livello di collegio mettendo l’intensità del colore proporzionale al numero di voti ricevuti? (magari esagerando la cosa, tipo “sotto il 10% bianco, sopra il 50% saturo, nel mezzo lineare). È vero che non confronti direttamente i dati ma hai almeno un raffronto possibile.

March 07, 2018

Vittorio Bertola mi ha appena scritto chiedendomi se era normale che nella voce di Wikipedia Fiducia parlamentare tra i governi che non hanno ottenuto la fiducia ci fossero i Prodi I e Prodi II. Ovviamente non lo era, e ho provveduto a ripristinare una versione corretta della voce: fin qui nulla di strano.

Poi sono andato a verificare quando era stata inserita quella bufala, e ho scoperto che era lì “solo” dal 18 luglio 2015. Per la cronaca, in questi due anni e mezzo ci sono state una decina di modifiche per la maggior parte di bot (quindi automatiche, per esempio per strutturare meglio i collegamenti ad altre voci) oltre alla sostituzione di un collegamento per indicare l’articolo rilevante della Costituzione e una correzione ortografica. Ma quello che è peggio è che nell’ultimo anno la voce ha avuto due picchi di lettura sopra la media delle 50-70 visite al giorno che è rumore di fondo: tra il 10 e il 13 ottobre ci sono state quasi cinquemila visite e questa settimana stiamo di nuovo risalendo oltre le 1000 al giorno. La voce non è così grande, quindi la tabella salta subito agli occhi: una qualunque persona dotata di un minimo di cervello capisce che c’è qualcosa di strano in un governo che ha governato senza fiducia per un paio abbondante d’anni. (Per la cronaca, sulle prime mi sono stupito dei 122 giorni del governo Andreotti I; poi mi sono ricordato che il 1972 è stato l’anno in cui per la prima volta abbiamo avuto elezioni anticipate per i due rami del parlamento, proprio perché non c’era più una maggioranza, e il divo Giulio era appunto arrivato alle elezioni con un governo senza fiducia).

Il problema è doppio. Da una parte siete tutti abituati a immaginare Wikipedia magari faziosa ma che viene automaticamente corretta non appena qualcuno si diverte a rovinarla: in genere è vero, ma a noi pochi wikipediani che facciamo da spazzini dell’enciclopedia ogni tanto qualcosa sfugge, non siamo dei cyborg. Ma oltre a questo temo che stia sempre più prendendo piede un uso acritico non solo di Wikipedia (l’alternativa, che spero non sia la vera causa, è un’ignoranza abissale di tutti i lettori), dove quasi nessuno si prende la briga di cercare di comprendere quello che sta leggendo e applicare un sia pur minimo controllo di realtà. In un mondo perfetto qualcuno dei lettori di quella voce l’avrebbe aggiustata; ma anche se non lo si sa o si vuole fare e non si conosce nessun wikipediano si può fare una ricerca google “segnalazione errori wikipedia” o qualcosa del genere e scoprire come lasciare un avviso che qualcuno controllerà un po’ prima di due anni e mezzo. Io sono davvero preoccupato per questa sindrome “non è un mio problema”…

February 27, 2018

Sono venuto a sapere di questo articolo di Giornalettismo (qui link archiviato: notate tra l’altro il titolo “Wikipedia, l'enciclopedia del web è troppo autoreferenziale” che probabilmente è stato cambiato in corso) dove la redazione del giornale online si lamenta perché, dopo che hanno deciso di farsi «un regalo perché la testata, in questo 2018, festeggerà i suoi dieci anni di attività» hanno scoperto che la voce è finita sotto «il severissimo iter d’esame dei moderatori di Wikipedia.» (Effettivamente poi la voce è stata cancellata, vedi discussione relativa).

Io non ho partecipato alla procedura di cancellazione: tipicamente se ne vengo a sapere da una fonte esterna e non direttamente mentre sono su Wikipedia preferisco evitare un conflitto di interessi. Nel merito, io tendo a considerare rilevanti alcune categorie, e tra queste c’è quella delle testate registrate, quale Giornalettismo è: mi stupisce tra l’altro che nessuno avesse aggiunto quei dati nella voce, mentre era presente. Ciò detto, capisco il commentatore che ha scritto che quell’articolo di Giornalettismo ha violato tre o quattro linee guida dell’enciclopedia: ma in ogni caso non ho potuto non notare una serie di inesattezze.

Tanto per cominciare, i “moderatori di Wikipedia” in questo caso non sono altro che i contributori dell’enciclopedia: chiunque può intervenire in una procedura di cancellazione ed esprimere il suo giudizio. Non è consentito chiamare a raccolta truppe cammellate esterne a Wikipedia (ma tanto il loro parere non verrebbe tenuto in conto), per l’ottima ragione che le scelte sono fatte da chi lavora davvero sull’enciclopedia: mi affretto a ribadire che in questo caso non c’è stato nulla del genere. Avendo poi visto la versione iniziale della voce, posso garantirvi che quella su cui si è discusso non era solo «leggermente modificata rispetto alla versione iniziale offerta dalla redazione». La versione iniziale era da cancellare immediatamente come promozionale, e non accorgersi della differenza rispetto a quella modificata – ed effettivamente imparziale – è davvero grossa. Diciamo insomma che il livello di approfondimento giornalistico nello scrivere quell’articolo, a parte il tono piccato, non è esattamente quanto ci si aspetterebbe: e il fatto che in questo Giornalettismo si metta alla pari con molta altra stampa ben più quotata non è certo un’attenuante. Chissà quando la gente finirà di pensare a Wikipedia come un posto dove farsi un regalo 🙁

January 09, 2018

È vero che non sono un esempio da seguire, ma…

immagine di Fir0002, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mathematics_concept_collage.jpg

Il Carnevale della matematica di gennaio sarà tenuto da Math is in the Air, e il suo tema è “io e la matematica”. Come gli affezionati compulsatori dei Carnevali sanno, il tema è tutto fuorché obbligatorio, e io sono noto per non seguirlo mai; ma stavolta ho pensato che avrei potuto raccontare del mio approccio alla matematica. Sono il primo a riconoscere che esso non è generalmente consigliabile a chiunque; però credo che tra le righe del mio esempio personale si possa scoprire qualcosa valido per tutti.

Reuben Hersh e Philip Davis affermano che il matematico tipico è platonista durante la settimana e formalista nei weekend. Non so se sia vero, e comunque loro lo dicono perché non sono né l’uno né l’altro; però sicuramente io sono nato come un formalista, vale a dire qualcuno che non dà alcuna importanza alla verità o meno della matematica, fintantoché i conti formali tornano. Ancora prima di andare a scuola mi divertivo a fare addizioni e sottrazioni di numeri di sette-otto cifre, semplicemente perché mi piaceva vedere che la struttura dell’operazione funzionava come un meccanismo ad orologeria. A sette anni mio zio mi insegnò a usare le tavole dei logaritmi, di cui naturalmente non mi facevo nulla; ma restavo incantato a vedere come le differenze tra le mantisse si riducessero in modo regolare-ma-non-troppo. Alle medie prendevo un foglio a quadretti e compilavo tavole pitagoriche fino a 35x35: il limite era scelto semplicemente perché scrivevo sì minutamente, ma lo spazio totale era quel che era. Diciamocelo: tutta quella non era matematica né io ero un enfant prodige. I numeri e le loro regolarità erano comunque nel mio DNA, e non è stato un caso che quando nella seconda metà degli anni ’70 uscirono le prime calcolatrici programmabili io mi ci fiondai immediatamente su.

Che io non sia mai stato un genio della matematica lo si può anche intuire dai miei sfortunati tentativi di generalizzare — sempre da un punto di vista formale, mica mi interessava dimostrarlo — le formule che trovavo. Quando alle medie mi insegnarono a estrarre la radice quadrata cercai di vedere se si poteva modificare il metodo per le radici cubiche. Quando al liceo il professore ci mostrò un modo rapido per scrivere la formula della tangente a una conica in geometria analitica ma ci vietò di usarlo a meno che non lo sapessimo dimostrare, mi misi a scrivere equazioni su equazioni a seconda del tipo di conica per mostrare che la formula in effetti funzionava. Con il senno di poi è chiaro che il mio approccio era stupido e non sarebbe mai potuto funzionare; ma quando uno è giovane non si preoccupa certo di simili quisquilie, e pensa che tutto si può fare con sufficiente forza di volontà e un taccuino sufficientemente ampio per fare i conti.

Tra la fine delle medie e l’inizio del liceo feci però una scoperta che a lungo andare cambiò la mia percezione della matematica: i cinque libri Enigmi e giochi matematici pubblicati a quel tempo da Sansoni. Un mio amico ha detto che io sono cresciuto a pane e Martin Gardner: quello che è indubbiamente vero è che dovetti ricomprare alcuni di quei volumetti perché a furia di compulsarli si erano letteralmente sfasciati. Gardner mi fece scoprire l’esistenza di una “matematica da strada”, che partiva da oggetti banali e scopriva relazioni inaspettate; la prima cosa che mi viene in mente al momento è il regolo di Golomb. Utilità pratica? Nessuna. Difficoltà nel trovare una regola generale? Estrema: per trovare regoli ottimali non c’è molto di meglio che testarli tutti. Facilità nel giocarci un po’ su? Tantissima. Capirete che un giocherellone come me non poteva lasciarsi scappare questi esempi, e si beava nel vedere che era possibile parlare di matematica in un libro non di scuola (al tempo non avrei mai immaginato che anch’io avrei scritto libri di matematica ricreativa… come si cambia con gli anni, vero?). I libri di Martin Gardner mi lasciarono anche due eredità: la prima fu la conoscenza dell’enunciato di alcuni teoremi non standard che mi servì al tempo dell’università per sembrare più bravo di quanto in realtà fossi, della seconda vi parlerò dopo.

Durante l’università continuai ad avere un approccio tendenzialmente formalista. Insomma, più che capire perché i teoremi funzionassero mi misi a vedere cosa facevano, partendo da casi pratici che ero in grado di maneggiare. Nel primo biennio la cosa funzionò piuttosto bene: sono rimaste memorabili le sessioni con il mio amico, molto più teorico di me, con il quale risolvevamo gli esercizi trovandoci a metà strada, lui sfruttando i teoremi generali ed io costruendo dal basso. Nel secondo biennio le cose divennero parecchio più problematiche, e non credo di avere mai capito nulla di analisi funzionale (o analisi complessa, se per questo, ma qui almeno ho la scusa che nel mio piano di studi si era persa…) Una volta laureatomi, ho come capita spesso dimenticato tutto, visto che non ho mai avuto la necessità di usare quanto studiato. Ma ecco che entra in gioco la seconda eredità che Martin Gardner mi ha lasciato: la filosofia.

Gardner era un giornalista scientifico (confessò di non aver mai davvero capito l’analisi matematica), ma il suo background era filosofico. Avendo carta bianca nello scegliere gli argomenti per la sua rubrica di giochi matematici sullo Scientific American, trovò naturale inserire di quando in quando temi più filosofici, che io lessi con la stessa avidità di tutto il resto e che cominciarono a germogliare nel mio cervello. I filosofi che mi leggeranno grideranno certamente allo scandalo, e in fin dei conti i miei voti in filosofia al liceo erano man mano scesi a livelli infimi dopo che la linearità dei filosofi greci si era tramutata nel casino di quelli moderni; ma la mia definizione di filosofia è “la scienza che fa domande” (sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto, ovvio). L’importante non sono tanto le risposte quanto le domande, insomma. Con la matematica, non saprei dire di preciso quando esattamente, mi successe proprio questa cosa. Invece che mettermi a seguire regolette formali, cominciai a chiedermi perché i conti funzionavano in questo modo. Guardando le cose da un punto di vista diverso — a matematica, almeno a Pisa, esisteva il corso di “Matematiche elementari da un punto di vista superiore” che al tempo mi sembrava un’idiozia ma di cui ora capisco l’importanza — mi è stato per esempio chiaro perché nell’algoritmo per calcolare la radice quadrata a mano ci sono quei raddoppi del risultato parziale; sono una banale conseguenza del fatto che stiamo in realtà applicando l’uguaglianza (a+b)² = a² + b² + 2ab. Ma la cosa è molto più generale. Quando scrivo di matematica (di base…) ormai mi è naturale cercare un approccio il più possibile diverso da quello standard, non per spocchia ma perché sono intimamente convinto che possa servire ad avere un’idea della realtà della matematica, e del suo essere una scelta naturale per studiare il mondo.

Non che io creda più di tanto all’irragionevole efficacia della matematica, a dire il vero; ma resto comunque un platonista e non seguo l’approccio “umanista” di Hersh quando afferma che la matematica non è altro che un costrutto umano. I numeri primi sono tali per una qualunque civiltà sufficientemente evoluta, e le loro proprietà restano le stesse. In teoria si potrebbe pensare che il concetto di dimostrazione non debba necessariamente essere applicato, ma non credo si possa andare più di tanto avanti a regole ad hoc. Quindi una matematica aliena si potrà sviluppare in modi diversi da noi — chessò, un concetto come quello di numero reale potrebbe essere sostituito da quello di numero computabile, cosa che cambierebbe parecchio l’analisi matematica — ma sarà comunque riconoscibile e conoscibile, partendo dai principî iniziali. Insomma, gli enti matematici esistono, checché se ne voglia dire; persino l’insieme vuoto esiste, con tutte le sue mirabolanti proprietà. Un teorema, una volta dimostrato, è qualcosa di vero; magari inutile, come nella barzelletta dei due tipi in mongolfiera che si sono persi e che alla loro domanda “dove siamo?” si sentono rispondere “in una mongolfiera”, ma comunque vero.

In definitiva, che cos’è per me la matematica? Una cara amica, che a volte mi fa arrabbiare ma che in fin dei conti non mi delude mai e sulla quale so di poter contare (pun not intended). Non riuscirò mai a conoscerla tutta, anzi ne conoscerò molto meno di tanta altra gente: ma è poi così importante? Ciò che conta è stare bene insieme, e questo sicuramente succede tra me e lei :-)

November 23, 2017

Questo è un personalissimo resoconto dei tre giorni che ho passato alla ItWikiCon, il raduno dei volontari che contribuiscono ai progetti Wikimedia in lingua italiana, che si è tenuto a Trento dal 17 al 19 novembre 2017. Tanti wikipediani tutti insieme non li avevo mai visti. Wikipediani, ma non solo. Perché non di sola Wikipedia è […]

November 22, 2017

Oggi pomeriggio sono a Linecheck a parlare della liberalizzazione degli archivi musicali. Linecheck dev’essere una cosa bella grossa, visto il programma completo: io naturalmente parlerò dal punto di vista di Wikipedia in generale e Wikimedia Italia in particolare.

Non pago di questo momento di popolarità, sto per registrare un’intervista a Rete Due della Radiotelevisione Svizzera Italiana, sempre con il cappellino WMI, a riguardo della proposta americana di eliminare la neutralità della rete. L’intervista si dovrebbe sentire nella rubrica “Attualità culturale” tra le 17 e le 18. Quante cose bisogna imparare nella vita!

October 29, 2017


Il ritaglio qui sopra è dalla prima pagina del numero odierno del Fatto Quotidiano. Titolo: “Mattarella sbianchettò Wikipedia sul padre”. Occhiello: «LA STORIA: Aggiunte precisazioni sulla vita di Bernardo» e catenaccio «Nel 2009 un utente col nome del futuro capo dello Stato ha modificato online passaggi “scomodi” della biografia del patriarca DC sulla vecchia accusa arrivata dalla commissione Antimafia». Incipit (l’articolo è disponibile solo a pagamento): Quando Mattarella ripuliva Wikipedia sul padre e la mafia – «Per sei volte, nell’aprile 2009, è entrato nella pagina di Wikipedia sull’ex ministro dc Bernardo Mattarella, scomparso nel ’71, per correggere una biografia che evidentemente lo infastidiva. Se non è un mitomane che si firma col suo nome (ma pervaso dalla stessa devozione di un figlio), l’autore delle modifiche potrebbe essere proprio il capo dello […] »

Faccio innanzitutto notare il paraculismo: il titolo strilla una cosa, poi nel testo – ricordandosi magari dell’articolo 278 del Codice penale – ci si arrampica sugli specchi con una serie di condizionali. Ma quali sono i fatti che hanno portato a questo scopo? (a) Esiste un’utenza Wikipedia “Sergio Mattarella”. (b) Questa utenza ha contribuito a Wikipedia solo il 23 aprile 2009 e solo sulla voce Bernardo Mattarella con sei modifiche consecutive, aggiungendo notizie con fonti e riferimenti a suo favore, senza togliere nulla (potete controllare), tanto che quei testi sono rimasti. Detto in altri termini, non ci fu alcuno sbianchettamento, anche ammesso e non concesso che l’autore di quelle modifiche sia effettivamente stato l’attuale presidente della Repubblica. Per la cronaca, quell’utenza è stata bloccata a febbraio 2015 come NUI, termine gergale per affermare che il suo nome potrebbe trarre in inganno e quindi, non avendo prove che corrisponda esattamente a quella persona, non le si permette di scrivere. Detto tra noi, il testo aggiunto è indubbiamente stato scritto da un estimatore di Bernardo Mattarella e una persona con accesso a dati giudiziari, vista la terminologia usata; ma la persona in questione si è preoccupata non solo di aggiungere le fonti ma anche di farlo in maniera “wikipediana” con il tag <ref>, cosa che implica come minimo l’avere verificato attentamente come veniva scritta una pagina. Questo, unito al fatto che l’utenza non si è più vista, mi fa più propendere per un “calzino”: un utente esperto che ha voluto esplicitamente fare quelle modifiche con il nome del figlio di Bernardo.

Faccio infine notare come la giornalista del Fatto Quotidiano abbia contattato qualche giorno fa un wikipediano (non io) per chiedere lumi, questo le ha risposto più o meno quello che scritto io, lei ha riportato queste frasi ma è andata dritta per la sua strada, forte del fatto che la presidenza della Repubblica è stata contattata ma non ha risposto. Lascio a voi il giudizio: essendo però io bastardo dentro segnalo che il titolo principale in prima pagina del Fatto è “No del Colle alla legge sulle mine – Non firmare il Rosatellum si può”. Tout se tient.

Aggiornamento: (30 ottobre) mi sa che a pensare male si faccia peccato ma ci si azzecchi, considerando come Libero – non certo della stessa parte politica del Fatto ma che in questo caso è compagno di strada: sotto l’articolo c’è il risultato di un sondaggio per cui tra i lettori online del quotidiano solo uno su sei apprezza l’attuale presidente della Repubblica – è subito corso a rilanciare la notizia.

October 06, 2017

Vi siete scocciati di vedere regolarmente quei banneroni che invitano più o meno gentilmente a fare una donazione per Wikipedia? Non siete i soli. (Ah, un trucchetto: se consultate Wikipedia come utenti registrati, potete chiudere il banner e almeno in teoria non vederlo più… almeno fino alla prossima campagna di fundraising).

Quello che però molti non sanno è che quei soldi non vanno a Wikimedia Italia né a Wikipedia in italiano (o tanto meno a chi ci scrive su). Detto in altri termini: se siete convinti che Wikipedia in italiano faccia schifo e quella in inglese sia fatta molto meglio potete continuare a donare senza problemi 🙂 I soldi vanno infatti direttamente alla Wikimedia Foundation (gli americani, insomma) che li usa per pagare i server dove gira Wikipedia, le connessioni (che sono la parte più costosa…), i suoi dipendenti; inoltre con quei soldi vengono fatti progetti vari soprattutto nelle zone più povere del mondo, dove anche con tutta la buona volontà soldi “locali” non ce ne sono; infine possono venire dati a progetti specifici; per esempio ci sono contributi per le varie Wikimania, compresa quella dell’anno scorso a Esino Lario.

Anche Wikimedia Italia accetta con gioia donazioni: c’è una pagina apposta sul sito. I soldi ricevuti, come anche quelli di chi ha scelto di destinarle il 5 per mille, servono per gli scopi associativi e paradossalmente non servono direttamente a Wikipedia: poi è chiaro che se si promuove una maratona di creazione voci il vantaggio per l’enciclopedia c’è lo stesso. Una differenza maggiore è che le cosiddette “donazioni liberali” a Wikimedia Italia, se fatte con tutti i crismi, sono deducibili dalle tasse, mentre quelle alla Wikimedia Foundation, cioè “a Wikipedia” non lo sono.

Detto tutto questo, voglio rassicurare chi per principio è contrario a Wikipedia. Se non la usate, non vi accorgerete delle richieste di soldi: non facciamo pubblicità in giro…

August 09, 2017

Avevo scritto questo testo quattro anni fa su istigazione di Giorgio Giunchi — lo trovate su http://public.it/semantica/html/interviste_fantascienza.html . Magari può farvi piacere (ri)leggerlo…

Douglas Adams. Foto di Diaa_abdelmoneim, https://it.wikipedia.org/wiki/File:Douglas_Adams_San_Francisco.jpg

[Siamo in un pub. Douglas Noël Adams, DNA per gli amici, ha davanti a sé un paio di pinte di birra e una ciotola piena di noccioline: beve e mangia con metodicità, e ogni tanto facendo finta di nulla mette un po’ di noccioline in tasca. In sottofondo, la radio sta trasmettendo Yellow Submarine]

Io: Vedo che sta facendo incetta di noccioline.

DNA: Sì, sono pronto a partire per una vacanza. Come vede ho tutto qua con me [mi mostra il suo asciugamano: alcune delle tante macchie sembrano vivere di vita propria]. Le noccioline sono perfette per fare una scorta di sali prima di essere caricato da qualche astronave. Certo gli orari sono un po’ aleatori: quando finalmente costruiranno quello svincolo di cui si parla da chissà quanto, le cose saranno molto più semplici…

Io: In effetti mi pare di ricordare che lei non è mai stato bravo a districarsi nel traffico.

DNA: Però ho brevettato un sistema a colpo sicuro per togliersi dalle zone a traffico limitato e da tutti quei sensi unici. Basta iniziare ad andare sempre più veloce, finché si raggiunge la velocità di fuga e si esce dal pozzo gravitazionale cittadino. A quel punto ci si ferma, si cerca di capire dove ci si trova, e se proprio non si sa cosa fare il sistema migliore è seguire qualcuno che sembri aver chiaro il da farsi.

Io: E riesce davvero ad arrivare dove voleva?

DNA: No, però di solito scopro di essere arrivato dove dovevo arrivare. D’altra parte tutto è intimamente connesso, e un approccio olistico è il modo migliore per sfruttare tale interconnessione.

Io: Insomma, viviamo in un mondo difficile!

DNA: Macché! È praticamente innocuo!

Io: Buon viaggio, allora, anche se questa nostra conversazione mi sembra così improbabile…

DNA: Improbabile? [si ferma, estrae da una tasca qualcosa che non assomiglia quasi per nulla a una calcolatrice tascabile, guarda il display, gli dà una botta, lo sento mormorare qualcosa all’indirizzo della Sirius Cybernetic Company, finalmente ha un mezzo sorriso, rimette in tasca il dispositivo] Settecentoquarantadue contro uno, con la tendenza a crescere. Direi che ci siamo quasi, la Cuoredoro dovrebbe passare di qua entro qualche secondo…

[a questo punto non so esattamente cosa sia successo: ho starnutito, e quando ho riaperto gli occhi lui non c’era più. Al suo posto un bigliettino: “Addio, e grazie per tutte le birre”. Il barista mi ha guardato molto male, e ho dovuto pagare tutto, anche le noccioline.]

June 23, 2017

Oggi Luca Sofri afferma che «c’è evidentemente un preponderante pensiero grillino/fattoquotidiano nella compilazione di molte pagine di Wikipedia sulla politica e l’attualità.» (Leggete per piacere tutto l’articolo, perché il suo ragionamento è un po’ più complesso).

Ora, è vero che su Wikipedia c’è sempre stata una componente di tifoseria politica varia, almeno da quando io ci collaboro (che è tanto tempo), e non è detto che le voci riescano a essere neutrali come dovrebbero. È anche vero che in questo momento storico i più arrabbiati sono i grillini/fattiquotidiani, e quindi è una cosa da aspettarsi: tanto per fare un esempio pratico, potete vedere questo intervento di doppia ripulitura (la prima frase tolta è di uno che ce l’ha con Grillo; ma le altre, a favore di M5S in generale, sono state inserite in maniera molto più subdola e sono purtroppo state presenti per mesi). Però quello che vedo io non mi sembra così eccessivamente filo-M5S. Può certo darsi che io guardi le pagine sbagliate, e sono pronto a riconoscere il mio errore se me lo fate notare. Qualcuno tra i miei ventun lettori mi saprebbe portare esempi pratici di voci che mostrano il pensiero grillino/fattoquotidiano?

Ah: «investire di più di quanto non si faccia in revisione, controllo e censura», come auspica Luca, significa investire in persone che si facciano un mazzo tanto per revisionare senza ottenerne alcun vantaggio pratico se non la soddisfazione personale di avere reso Wikipedia (e il mondo 🙂 ) un pochino migliore. Se qualcuno sa come fare, ce lo comunichi al più presto!

April 27, 2017

E chi li paga per gli spazi per il self publishing?

Più in generale, presumo che per gli editori medi e grandi queste fiere e saloni siano semplicemente considerati costi pubblicitari. Se riescono a vendere qualcosa, tanto meglio. Per i piccoli, forse bisognerebbe pensare prima dell’evento a preparare qualcosa. Ma ci vorrebbero tre-quattro cartelle di spiegazione per ciascuno, e poi che ci fai? Un libro? Un sito web? Non è banale.

February 26, 2017

Quando lessi per la prima volta il Manifesto della comunicazione non ostile ebbi perplessità simili a quelle qui indicate da Benedetto Ponti: dal mio punto di vista era un misto di banalità note a chi in rete ci bazzica da una vita (e questo non sarebbe poi un male, c’è sempre chi ha bisogno di farsi spiegare tante volte le cose) e un tentativo di fare sì che l’opinione pubblica venisse “naturalmente” condotta ad approvare una legge “di tutela” senza accorgersi della sua illiberalità.

Se Antonio Pavolini ha ragione ed era tutto un modo per avere un evento mediatico, per il momento resto più tranquillo.

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