La grande biblioteca digitale Internet Archive ha annunciato sul suo blog che almeno fino al 30 giugno prossimo e per tutta la durata dell’emergenza coronavirus sospenderà le liste d’attesa per il prestito digitale di oltre 1,4 milioni di libri (di cui oltre 1500 in italiano) presenti nel suo database, che saranno dunque immediatamente accessibili a tutti nella loro versione originale digitalizzata.
L’obiettivo dell’iniziativa è aiutare tutti gli studenti, i ricercatori, i docenti e i cittadini che si trovano in difficoltà non potendo accedere alle biblioteche della propria città.
L’iniziativa, cui Internet Archive ha dato il nome di National Emergency Library, ha ricevuto il supporto di oltre 100 persone, biblioteche, università e associazioni in tutto il mondo, tra cui anche Wikimedia Italia.
“L’accesso aperto a contenuti digitali liberi è uno degli obiettivi di lungo periodo più importanti per il MIT e le sue biblioteche. L’apprendimento e la ricerca ora possono proseguire grazie a questa opportunità”, ha affermato Chris Bourg, direttore delle biblioteche del MIT, tra i sostenitori dell’iniziativa. “In questa pandemia globale, solide opzioni di prestito digitale sono fondamentali affinché le biblioteche possano continuare a prendersi cura del proprio personale e della comunità, consentendo a tutti di lavorare in remoto e mantenere le distanze sociali consigliate.”
Oltre alla National Emergency Library, Internet Archive offre anche accesso a 2,5 milioni di libri in pubblico dominio completamente scaricabili: chiunque può supportare l’iniziativa #NationalEmergencyLibrary, seguendo le indicazioni riportate qui.
Internet Archive non è tuttavia l’unica risorsa aperta a disposizione di chi, in questo periodo, ha tempo o necessità di consultare libri digitali: oltre 140.000 pagine di contenuti aperti sono disponibili e accessibili a tutti su Wikisource, la biblioteca libera.
Qualche esempio? Sul progetto potete trovare l’intera collana Scrittori d’Italia, edita da Laterza, tutta la produzione letteraria del sommo poeta Dante, ma anche opere teatrali o pubblicazioni di argomento scientifico.
La biblioteca libera Wikisource si sostiene grazie al contributo volontario degli utenti: anche voi potete decidere di aiutare il progetto rileggendo in questi giorni uno dei testi presenti nell’archivio! Se volete saperne di più, date un’occhiata a questo video tutorial.
Vi segnaliamo infine che numerose risorse aperte – compresi gli audiolibri e tanta musica! – sono disponibili sul sito dell’associazione Liber Liber mentre Media Library Online (MLOL), dispone di una ricca sezione di risorse open, mutuate in parte da Wikisource.
Buona lettura!

Ps. Abbiamo dimenticato di citare qualche piattaforma dove trovare libri e pubblicazioni open? Segnalacela nei commenti, la inseriremo in questo articolo!

Nell’immagine: Il soffitto della Livraria Lello a Porto. Di xiquinhosilva from Cacau, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

In queste settimane complesse per tutte le scuole italiane, in cui è stato necessario organizzare rapidamente attività didattiche a distanza, vogliamo dare spazio ad alcune piccole esperienze positive realizzate utilizzando i progetti Wikimedia e OpenStreetMap da classi già coinvolte in percorsi formativi condotti dai nostri volontari e formatori.

L’”avventura” degli studenti delle classi dell’indirizzo Informatico dell’IIS Avogadro di Torino e del loro docente di informatica, il Prof. Alfonso Carlone, è iniziata nel 2018 con un percorso di alternanza scuola-lavoro condotto dal nostro socio Marco Brancolini, che ha fatto scoprire ai ragazzi e al loro insegnante l’universo di OpenStreetMap, la Wikipedia delle mappe.

L’attività ha avuto un successo tale nelle classi che è andata avanti in questi tre anni e prosegue anche in queste settimane, nonostante la chiusura delle scuole. Ne abbiamo parlato con Marco al telefono.

Ciao Marco, ci racconti quali attività state portando avanti in questi giorni e quali strumenti state utilizzando?

L’attività dei sedici studenti della classe 5A INF dell’IIS Avogadro è proseguita senza battute d’arresto in questi giorni: d’altro canto, il Prof. Carlone già tre anni fa quando l’ho conosciuto abituava gli studenti a proseguire i lavori di gruppo anche fuori dagli orari scolastici utilizzando strumenti telematici.

Utilizzando app di messaggistica, strumenti open per le videochiamate come Jitsi o piattaforme per la gestione collaborativa di progetti come Trello o Github i ragazzi stanno portando avanti la loro attività, che quest’anno si concentra su un’area della Guinea-Bissau

Guinea Bissau? Dicci di più!

Il progetto di questo anno è realizzato in collaborazione con l’associazione piemontese Abala Lite onlus, che sviluppa progetti di volontariato e cooperazione nei Paesi in via di sviluppo.
In particolare, l’associazione sta attualmente operando nella zona di N’Tchangue in Guinea-Bissau per realizzare diverse infrastrutture per la comunità.

Attraverso OpenStreetMap e utilizzando il Tasking Manager, la piattaforma per la mappatura da remoto sviluppata da HOT, i ragazzi della 5A hanno registrato sulla “Wikipedia delle mappe” strade, edifici, campi e altri elementi rilevanti dei villaggi.

Ora i ragazzi stanno completando un’applicazione software – una vera e propria Gestione Anagrafe – che sarà poi utilizzata dalla comunità locale. L’applicazione si integra con OpenStreetMap e collega gli abitanti dei villaggi alle specifiche abitazioni mappate e alle moranças di appartenenza (i gruppi di case dove abitano i clan familiari).

Favoloso! Ultima domanda: quali elementi, a tuo parere, possono incoraggiare i docenti a promuovere progetti didattici basati su OpenStreetMap? 

OpenStreetMap e l’universo delle mappe libere sono molto interessanti per i docenti perché consentono di far conoscere e sperimentare agli studenti una vasta gamma di applicazioni e strumenti informatici differenti tra loro, ma al contempo piuttosto semplici da utilizzare.

Inoltre, come i progetti Wikimedia, OpenStreetMap è una mappa libera ma anche una comunità di persone che lavorano insieme per alimentare un grande progetto collettivo: entrando in contatto con OSM gli studenti imparano a collaborare, a confrontarsi con gli altri e a impiegare il proprio tempo in modo volontario per il bene comune.

Infine, attraverso l’attività sulla mappa libera, i ragazzi imparano a conoscere meglio la propria città e il territorio che li circonda o addirittura – grazie a progetti come quello del Liceo Avogadro – entrano in contatto con i bisogni di comunità remote e imparano a supportarle insieme alle ONG che operano sul campo.

Quest’ultimo aspetto è molto importante, perché consente di educare le nuove generazioni al dialogo e indirizza i ragazzi verso una cittadinanza consapevole e attiva.

Grazie per la tua testimonianza Marco, e buon lavoro!

Nell’immagine: Salvatore Merola dell’associazione piemontese Abala Lite insieme ad alcuni bambini di N’Tchangue, Guinea-Bissau. Di mbranco2, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Una rete di organizzazioni pubbliche e private in grado di favorire la conoscenza dei principali strumenti informatici e guidare la trasformazione digitale del Paese, a partire dal singolo cittadino fino ad arrivare alle principali istituzioni, dalla scuola alla Pubblica Amministrazione: questa è Repubblica Digitale, l’iniziativa da poco lanciata dal Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Wikimedia Italia ha subito aderito al network, che già ad oggi riunisce oltre 97 iniziative pubbliche e private, tra cui anche realtà del mondo open come progetto FUSS, per una didattica basata sul software libero, e MappiNa – Mappa Alternativa delle Città, progetto di mappatura collaborativa basato su OpenStreetMap.
Oltre a mettere a disposizione le competenze interne riguardanti la conoscenza aperta e i progetti collaborativi, Wikimedia Italia metterà a disposizione della rete le risorse sviluppate in seno al progetto “Wikipedia va a scuola”, oltre all’esperienza maturata con le istituzioni culturali nell’ambito dei progetti GLAM-wiki.
Vi aggiorneremo sulle evoluzioni di questa iniziativa, intanto possiamo dirlo forte: noi ci siamo!

Nell’immagine: Al lavoro! Di wocintechchat.com, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

La conoscenza libera a casa tua grazie ai nostri soci!

10:22, Tuesday, 24 2020 March UTC

Quando parliamo degli utenti attivi su progetti Wikimedia e su OpenStreetMap utilizziamo sempre la parola comunità: i nostri soci e i volontari attivi sui progetti collaborativi sono persone unite da valori e intenti condivisi che mettono a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze per rendere il sapere accessibile a tutti in ogni momento.
In questi giorni, in cui siamo forzatamente “isolati” dai nostri gruppi di appartenenza – la classe, il luogo di lavoro, in alcuni casi purtroppo anche la famiglia – crediamo che il sapere condiviso possa essere un modo per unirsi e ritrovarsi come comunità, senza dover uscire di casa.
Con l’aiuto prezioso dei nostri soci, abbiamo pensato a una serie di piccole attività e appuntamenti per non farvi sentire soli in queste settimane e per starvi vicini, visto che non possiamo incontrarci dal vivo.
Il calendario degli appuntamenti sarà aggiornato e integrato di settimana in settimana: non mancheremo di comunicarvi tutte le novità qui sul blog e sui nostri canali social.
E se avete in mente un modo per darci il vostro contributo o avete qualche suggerimento…Scriveteci alla e-mail segreteria@wikimedia.it!


Le wiki-guide di Ferdi: brevi video-tutorial per ragazzi e per le famiglie

Ogni giovedì alle 13 sul nostro canale YouTube un breve video-tutorial (5 minuti al massimo) per imparare a conoscere Wikipedia e i progetti Wikimedia a cura del nostro socio più giovane, Ferdinando Traversa.
La scorsa settimana abbiamo iniziato con il primo video “Io amo Wikipedia! Come ho imparato e non preoccuparmi e ad amare l’enciclopedia libera”, questo giovedì proseguiremo con “L’enciclopedia libera: un antidoto alla #quarantena: attività per scacciare la noia e contribuire al sapere libero”, mentre il 2 aprile il nostro Ferdi ci parlerà di “Wikimedia Commons e Wiki Loves Monuments”, il grande concorso fotografico che porta i beni culturali sull’enciclopedia libera.


Impara con i nostri soci!: webinar interattivi sui progetti Wikimedia e OpenStreetMap

I nostri soci mettono in rete le loro competenze: attraverso la piattaforma open source Jitsi proponiamo un ciclo di seminari online per saperne di più dei progetti Wikimedia e della “Wikipedia delle mappe”
Per ragioni tecniche e per una migliore gestione del dialogo con i partecipanti gli incontri saranno aperti a 15 persone al massimo, con iscrizione obbligatoria all’indirizzo segreteria@wikimedia.it; la registrazione dell’incontro sarà in seguito resa disponibile a tutti sul nostro canale YouTube.
Questo venerdì, 27 marzo, iniziamo con il primo appuntamento tenuto dal nostro coordinatore nazionale OSM Alessandro Sarretta che ci parlerà di “OpenStreetMap per la gestione dell’emergenza Coronavirus”; venerdì 3 aprile appuntamento con Ferdinando Traversa con il webinar “Wikipedia cosa?, una guida per muovere i primi passi sull’enciclopedia libera” mentre venerdì 10 aprile sarà il turno di Francisco Ardini con una sessione su Wikiquote, la grande raccolta libera di citazioni e aforismi.


Le wiki-bussole per insegnanti: idee utili per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado alle prese con la didattica online

Nelle prossime settimane condivideremo sul nostro blog alcune semplici attività sui progetti Wikimedia della durata di un’ora al massimo da proporre agli studenti come parte della didattica da remoto. Come ci si iscrive a Wikipedia e si corregge una voce? Come si scrive una breve guida turistica sulla propria città su Wikivoyage? Come si rilegge un testo su Wikisource? Con le nostre guide potrete muovere i primi passi sui progetti collaborativi senza “inciampare”. Non vedi l’ora di cominciare? Puoi già iniziare a prepararti, guardando i nostri brevi video-tutorial su Wikipedia in italiano o partecipando all’attività “Promuovi il tuo territorio su Wikipedia”, realizzata dal nostro socio Luigi Catalani in collaborazione con Future Education Modena.


Maratone di scrittura su Wikipedia: un passatempo per tutti, un aiuto prezioso per l’enciclopedia libera!

Oltre a prendere parte alla maratona di scrittura promossa dalla comunità di Wikipedia in italiano per valorizzare sull’enciclopedia libera le bellezze del nostro territorio, di cui abbiamo già parlato sul nostro blog, giovedì 26 marzo dalle 9:30 alle 14 (e nei giorni successivi) potrete partecipare all’editathon online promosso dalle bibliotecarie dell’Università di Salerno nel quadro della campagna internazionale WikiGap 2020, che avrà l’obiettivo di arricchire le voci dell’enciclopedia libera dedicate alle donne della Resistenza.
Adottate la vostra “voce Wikipedia” da migliorare o scrivere e lavorateci quando avete tempo e voglia: anche piccole modifiche hanno un valore enorme per il progetto e per tutti noi!

Nell’immagine: Abbracci wikimediani…a distanza! Di Jason Krüger, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

In queste settimane complesse per tutte le scuole italiane, in cui è stato necessario organizzare rapidamente attività didattiche a distanza, vogliamo dare spazio ad alcune piccole esperienze positive realizzate utilizzando i progetti Wikimedia e OpenStreetMap da classi già coinvolte in percorsi formativi condotti dai nostri volontari e formatori.

Si chiama WikiMeUp il progetto seguito dai nostri soci Matteo Ruffoni e Valeria Framondino che coinvolge quattro scuole del Trentino – l’Istituto Comprensivo Aldeno-Mattarello, l’Istituto Comprensivo Valle di Ledro, l’Istituto Comprensivo Isera Rovereto e il Liceo Maffei di Riva del Garda – in un percorso guidato per imparare a contribuire a Wikiversità, Wikivoyage e Vikidia. In questi giorni abbiamo parlato al telefono con Matteo, che ci ha raccontato in che modo l’attività sta proseguendo nonostante la chiusura forzata delle scuole per l’emergenza coronavirus.

Ciao Matteo, ci racconti quali attività state conducendo sui progetti Wikimedia in questi giorni e quali strumenti state utilizzando?

Sia io che Valeria fortunatamente avevamo già iniziato ad impostare nei mesi scorsi l’attività dei nostri studenti sui progetti Wikimedia e su Vikidia, trasmettendo loro le prime informazioni fondamentali per iniziare a contribuire. L’emergenza coronavirus ha colto un po’ tutti di sorpresa, ma siamo riusciti ad attivarci prontamente per proseguire l’attività didattica a distanza, utilizzando soprattutto Vikidia come “centro nevralgico”: nella pagina dedicata al progetto WikiMeUp sulla piattaforma i ragazzi trovano un riassunto delle attività che stiamo seguendo. Con un utilizzo oculato dei portali, soprattutto su Vikidia passiamo le consegne da svolgere sui wiki (pagine da creare, pagine da aggiornare) e, in autonomia, possono attivarsi, coordinati dai suggerimenti degli insegnanti nelle pagine di discussione. Noi docenti possiamo valutare il processo nella realizzazione del lavoro monitorando la cronologia delle pagine e guardando le modifiche apportate dai ragazzi coinvolti.
La wiki diventa così un vero LMS (Learning Management System), o – per meglio dire – un costruttivista LCMS (Learning Content Management System), come è spiegato sia per insegnanti che per studenti nelle guide per insegnanti e studenti presenti sia su Vikidia che su Wikiversità. 

Come stanno reagendo i ragazzi, partecipano alle attività e alla didattica oppure hanno difficoltà?

Dopo i primi giorni di comprensibile smarrimento, i ragazzi stanno iniziando a contribuire ai progetti autonomamente. Ad esempio alcuni ragazzi dell’IC Valle di Ledro, su loro stessa iniziativa, hanno deciso di lavorare a una guida Wikivoyage su Bezzecca, località che si trova nei pressi del loro Istituto. 

Quali suggerimenti daresti ad altri docenti che si approcciano alla didattica wiki

Innanzitutto mi sento di dire: non abbiate paura! I progetti Wikimedia non sono così ostici come può sembrare all’inizio, procedendo passo per passo vi troverete a vostro agio. Il mio consiglio è di iniziare con qualche piccola attività sui progetti fratelli, come Wikiversità o Wikivoyage, un po’ meno “sotto i riflettori” rispetto a Wikipedia e dunque un po’ più “protetti” come ambiente. L’altro suggerimento che dò agli insegnanti è non aspettare: iniziate fin dalle scuole primarie a parlare dei progetti collaborativi, in modo che gli studenti possano fin da subito familiarizzare con questo tipo di piattaforme: arriveranno alle scuole secondarie con maggiore consapevolezza e dimestichezza con questi strumenti, che ormai fanno parte della nostra quotidianità. Infine consiglio ai docenti “in ascolto” di dare un’occhiata a questo Wikibook che raccoglie esperienze di uso del software libero a scuola, che potrebbero tornare utili per questi giorni; e se volete potete aiutarci ad ampliare ed arricchire i contenuti premendo il tasto “modifica”!

Grazie Matteo e grazie agli insegnanti “resistenti” che in queste settimane stanno lavorando anche per noi!

Nell’immagine: una ragazzina studia a casa sul suo tablet. Di Brad Flickinger, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Il 2020 segna il venticinquesimo anniversario della sottoscrizione della Dichiarazione e Piattaforma d’azione di Pechino nell’ambito della quarta conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne. Il documento traccia un ambizioso percorso verso la parità di genere per tutti i Paesi sottoscrittori, che – a 25 anni dalla firma – hanno presentato relazioni su base nazionale in cui sono descritte le azioni intraprese per attuare la Dichiarazione e la Piattaforma.
La Dichiarazione, in particolare, definisce una tabella di marcia verso la parità di genere che si concretizza in interventi in 12 settori chiave, dall’eliminazione della povertà delle donne in tutto il mondo all’istruzione e formazione, dalla partecipazione delle donne nell’economia fino al benessere di ragazze e bambine.
Uno studio recentemente pubblicato dalla Federazione internazionale delle associazioni e istituzioni bibliotecarie (IFLA) ha evidenziato gli ambiti in cui i Governi, nei loro sforzi di attuazione, hanno coinvolto le biblioteche e sfruttato tutto il loro potenziale per raggiungere la parità di genere, ad esempio riducendo l’analfabetismo femminile, fornendo informazioni utili per combattere gli stereotipi negativi oppure offrendo strumenti per colmare il divario digitale.
Anche le nostre socie e wiki bibliotecarie si sono date da fare in questi anni promuovendo diverse iniziative volte a contrastare la discriminazione di genere e a mettere in luce il contributo che le donne hanno dato alla Storia.
“Negli scorsi anni abbiamo promosso diverse maratone di scrittura su Wikipedia in Toscana, in collaborazione con la Biblioteca di scienze sociali dell’Università di Firenze e Palazzo Strozzi, ci hanno raccontato Silvia Bruni e Susanna Giaccai “Gli appuntamenti – organizzati con il supporto dello user group WikiDonne – hanno sempre avuto lo scopo di sensibilizzare gli utenti dei progetti Wikimedia, nuovi o esperti, verso il problema del divario di genere invitandoli ad arricchire o scrivere nuove voci dedicate alle donne sull’enciclopedia libera. Grazie alle fonti disponibili in Biblioteca, abbiamo lavorato su voci dedicate ad artiste e letterate di ogni epoca su cui ora tutti potranno reperire informazioni online. Rendere manifesto a tutti il ruolo delle donne enciclopediche significa riconoscere la loro importanza: un piccolo ma grande passo verso un maggiore empowerment”.
C’è poi chi addirittura si è attivato per mettere in luce, attraverso Wikipedia, l’apporto delle donne in settori in cui loro presenza non è nemmeno registrata dalla letteratura accademica o storiografica: si tratta della nostra socia bibliotecaria e docente presso l’Università di Genova Valentina Sonzini con il suo progetto sul Repertorio delle tipografe in Italia dal Cinquecento al Settecento.
Ci racconta Valentina “La volontà di ampliare il discorso storiografico anche in una dimensione di genere ha portato me ed altre colleghe – Roberta Cesana, Monica Galletti e Valentina Sestini, in particolare – a ricercare tracce del contributo delle donne in ambito editoriale e tipografico. Malgrado il nostro interesse, ci siamo scontrate con la difficoltà di reperire contenuti in grado di far emergere, con chiarezza e definitivamente, la presenza consistente delle donne in un universo ritenuto prevalentemente, se non addirittura esclusivamente, maschile. Il Repertorio nasce dunque con l’intento di dare finalmente spazio alle biografie e all’attività delle numerose tipografe che dal Cinquecento a tutto il Settecento hanno contribuito a rendere esemplare ed autorevole l’editoria italiana nel mondo”.
Il Progetto – che vede coinvolti anche i nostri soci Camelia Boban, Gregorio Bisso e Alessandro Marchetti – sarà sviluppato con la collaborazione degli studenti del corso di Storia del libro e delle biblioteche (Laurea magistrale DAFIS all’Università degli Studi di Genova) e di Storia del libro e dell’editoria modulo II (triennale DIRAAS all’Università degli Studi di Genova), coinvolti direttamente da Valentina in qualità di titolare delle due classi.
“Quest’anno sarà coinvolto un nutrito numero di allievi” ci racconta Valentina “Che inizieranno già questo mese un percorso di formazione su Wikipedia. Questo strumento di lavoro ci consentirà di proseguire le attività didattiche online in questo periodo di sospensione forzata e – al contempo – di non abbandonare la nostra sfida per la parità di genere”.
Anche a Salerno le bibliotecarie wikimediane del Centro Bibliotecario di Ateneo Tania Maio e Alessandra Boccone hanno deciso di proseguire le loro attività in questi giorni difficili per l’Italia e per le istituzioni culturali.
“Avevamo in programma per il 26 marzo una maratona di scrittura su Wikipedia dedicata alle donne della Resistenza, nel quadro della campagna internazionale WikiGap promossa da Wikimedia Svezia e dal Ministero degli Affari Esteri svedese: abbiamo deciso di non rimandare l’appuntamento e di gestire la maratona da remoto, dando la possibilità di partecipare a tutte le persone che in questi giorni sono a casa in isolamento per l’emergenza Coronavirus. In questo momento complicato per tutti crediamo sia ancora più importante valorizzare le esperienze coraggiose e dare voce alle tante partigiane che hanno lottato contro la dittatura nazi-fascista. Ognuno di noi oggi è chiamato a fare la sua parte e c’è più che mai bisogno di esempi positivi a cui ispirarsi.”
Forza ragazze!

Nell’immagine: Giovani attiviste alla Womens March di Philadelphia. Di Rob Kall, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Vuoi fare parte del nostro team? Wikimedia Italia è alla ricerca di un/una responsabile OpenStreetMap e Wikidata.

OpenStreetMap è un progetto collaborativo per la raccolta di dati necessari per la creazione della mappa globale del mondo. Per molti aspetti il progetto è simile a Wikipedia ed è per questo che, dal 2016, Wikimedia Italia è anche il chapter ufficiale della OpenStreetMap Foundation.

Wikidata è un progetto collaborativo parte del mondo Wikimedia il cui scopo è fornire un database aperto a supporto degli altri progetti, interconnesso con altre raccolte di dati aperti.

La nostra associazione sta cercando una persona che ci aiuti a far crescere entrambi i progetti in Italia e, per farlo, è necessario essere

  • in costante contatto con la comunità, seguirla, capirla, espanderla, rispettarla e potenziarla nelle sue richieste e creare progetti finanziati;
  • costruire rapporti con istituzioni pubbliche e private al fine di sensibilizzare sulla potenzialità degli Open Data e invogliare a liberalizzare i dati di utilità per i progetti OpenStreetMap/Wikidata.

Perché crediamo che questo lavoro ti piacerà:

  • avrai modo di contribuire a dei progetti che creano un bene comune
  • sarai un punto di unione fra gli attori dei progetti e tutti gli interessati (in particolare istituzioni)
  • conoscerai appassionati del mondo della cartografia e dei dati liberi
  • creerai sinergie con la comunità italiana di OpenStreetMap e con la comunità di Wikidata
  • sarai in grado di coordinare/dare sostegno ai volontari in ambito OpenStreetMap e Wikidata, per farne crescere il numero e le attività
  • avrai la possibilità di interagire con numerose istituzioni per promuovere i progetti ed i loro valori

Requisiti:

La tua candidatura sarà particolarmente apprezzata se:

  • dimostri ottima conoscenza della cultura libera e dei suoi benefici, dimostrabile con contributi a progetti in licenza libera (Creative Commons o altre) o pubblico dominio, di software libero o di dati aperti
  • hai molto chiaro cos’è OpenStreetMap e sei contributore
  • hai chiaro cosa è Wikidata e hai contribuito/sei contributore
  • hai ottime capacità relazionali e sai trasformare il linguaggio tecnico in colloquiale e viceversa, dialogando così fra comunità online e istituzioni
  • sai definire “tecnologie GIS”, ti esalta usarle
  • sai automotivarti ed organizzarti con attenzione ai dettagli
  • ti stimola l’idea di riuscire a trovare i finanziamenti per vedere i progetti prendere forma
  • sei in grado di coordinare volontari e non in attività di divulgazione e/o di sviluppo tecnico
  • non hai grosse difficoltà ad esprimerti in inglese scritto e parlato

Condizioni:

  • Tempo pieno, lavoro in sede a Milano (preferibile) o da remoto
  • Disponibilità a viaggi e trasferte sul territorio nazionale, e occasionalmente internazionale.
  • La forma contrattuale sarà definita con il candidato selezionato
  • Disponibilità immediata

Se tutto ciò ti affascina allora abbiamo bisogno di:

  • un tuo curriculum dove è scritto il tuo percorso di studio, lavoro ed esperienze che ci convinca a scegliere te
  • una nota dove ci spieghi cosa ti appassiona di questo lavoro
  • esempi di progetti di gestione della comunità in cui hai lavorato o a cui hai partecipato in passato
  • con quale nome utente partecipi a OpenStreetMap e/o a progetti Wikimedia

Inviaci la tua candidatura alla mail lavoro@wikimedia.it con oggetto “Candidatura responsabile OpenStreetMap” entro il 27 marzo 2020. Precisiamo che i colloqui ed il processo di selezione avranno luogo online.

Ti aspettiamo!

Nell’immagine: volontari a State of the Map 2018 Milano insieme a STeve Coast, fondatore di OpenStreetMap. Di Francesco Giunta, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

La “Wikipedia delle mappe” in cattedra!

10:04, Friday, 13 2020 March UTC

Si è da poco conclusa la prima edizione del corso per docenti riconosciuto dal MIUR OpenStreetMap: il database geografico collaborativo per la conoscenza del territorio, che è stato ospitato a Verona presso gli spazi del Liceo Classico Linguistico Scipione Maffei. Le tre lezioni del modulo, condotte dai nostri soci e contributori OSM Matteo Zaffonato e Lorenzo Stucchi, hanno guidato i docenti partecipanti alla scoperta e all’uso di OpenStreetMap in classe come strumento didattico.
Com’è andata? Abbiamo chiesto ai nostri formatori di raccontarcelo!

Qual è stato a vostro avviso l’aspetto di OSM che ha colpito di più i docenti partecipanti?

Gli insegnanti sono stati “catturati” soprattutto da tre aspetti di OpenStreetMap, il primo è la velocità di aggiornamento dei dati, che vengono inseriti dalla comunità praticamente in tempo reale, battendo nella maggior parte dei casi tutte le altre piattaforme online che raccolgono e visualizzano dati geografici. Poi, li ha stupiti molto la possibilità di organizzare attività anche con studenti molto giovani, a partire dalla scuola elementare. Infine, li ha molto colpiti la possibilità di utilizzare i dati della mappa libera a scopo umanitario, ad esempio per aiutare a gestire le operazioni di soccorso in luoghi colpiti da calamità naturali, come terremoti o inondazioni.

Quali sono stati invece gli aspetti più difficili da spiegare agli insegnanti?

Sicuramente è stato complicato comprendere che non esiste un’entità centrale che controlla la qualità dei dati, che vengono validati attraverso una revisione paritaria e collaborativa dai volontari che fanno parte della comunità. Anche l’utilizzo delle applicazioni – ad esempio OSMAndha suscitato curiosità ma anche diffidenza nei docenti, che avevano paura di non riuscire ad apprendere al meglio le molteplici funzioni della piattaforma. Abbiamo cercato di rassicurarli: ci vuole un po’ di tempo e pazienza, poi diventa tutto più semplice!

Voi avete entrambi esperienza nella formazione agli studenti. Quali differenze avete riscontrato nel rapporto con i docenti? Vi è risultato più semplice o più complesso insegnare loro gli aspetti fondamentali di OSM?

I docenti erano molto interessati a OpenStreetMap e ci hanno fatto tantissime domande, molte di più di quelle che solitamente fanno gli studenti. Crediamo questo dipenda soprattutto dal loro desiderio di essere adeguatamente preparati ad utilizzare lo strumento con le loro classi.

Pensate che i docenti partecipanti integreranno i vostri insegnamenti nella loro didattica? Se sì, come?

Crediamo proprio di sì. Uno dei partecipanti, ad esempio, aveva già cominciato ad abbozzare qualche attività con i ragazzi e si è iscritto al corso proprio per conoscere meglio lo strumento. In particolare, aveva in mente di coinvolgere la sua classe in un’attività di mappatura del loro quartiere, lavorando anche – se possibile – sull’estrazione di dati e l’integrazione con Wikidata. 

Grazie al corso l’insegnante è riuscito ad avviare l’attività in classe ma anche a portarla avanti in questo periodo di chiusura forzata delle scuole, tenendosi in contatto con gli studenti con app di messaggistica o comunicazioni tramite il sito di OpenStreetMap.

Perché – a vostro avviso – un insegnante dovrebbe partecipare a un corso come questo?

Questo corso è utile ai docenti perché presenta un nuovo modo di coinvolgere i ragazzi attraverso uno strumento che permette loro di imparare a lavorare in squadra, capire come nasce un dato geografico e come lo si può gestire al giorno d’oggi. 

OSM può sicuramente essere utilizzato anche per sviluppare le competenze di cittadinanza impegnando gli studenti in un’attività utile per la collettività come per esempio la mappatura umanitaria da remoto.

Infine, grazie al corso, i docenti imparano come strutturare un’attività didattica per una classe o un gruppo di studenti da integrare nella programmazione annuale disciplinare o nei percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (gli ex progetti di alternanza scuola lavoro). Il lavoro svolto da una classe può anche essere portato avanti da un’altra classe l’anno dopo, in una perfetta “continuità intergenerazionale”.

Grazie Matteo e Lorenzo!

Immagine: laboratorio OSM per ragazzi, CC BY-SA 2.0, da OSMwiki

Tutta l’Italia è bloccata a casa per fare fronte all’epidemia di COVID-19 che dalla fine del mese di febbraio sta interessando il Paese e colpendo in modo particolare le regioni al Nord, Lombardia e Veneto in primis.

Con l’obiettivo di stare al fianco dei territori in difficoltà ed affrontare in modo positivo e propositivo questa difficile congiuntura, la comunità degli utenti attivi su Wikipedia in italiano si è immediatamente attivata, lanciando una writing week dall’8 marzo al 5 aprile 2020.
Si tratta di fatto di una maratona online (ve lo ricordiamo anche qui: restate a casa!) di scrittura e ampliamento di voci dell’enciclopedia libera, che si focalizzerà in modo particolare su luoghi naturali (montagne, laghi, ecc.), luoghi d’arte, monumenti e musei. Insomma, tutto ciò che può aiutare a migliorare la visibilità online del comparto turistico, uno di quelli che risultano più colpiti da questa situazione di emergenza.L’attenzione della comunità si è concentrata in prima battuta sulle province identificate come “zona arancione” dal decreto emanato dal Consiglio dei ministri nella notte tra 7 e 8 marzo 2020, ma a seguito delle decisioni comunicate ieri dalle autorità, l’iniziativa sarà estesa a tutto il territorio nazionale.
La maratona di contribuzione non sarà limitata alla sola Wikipedia: i partecipanti potranno anche decidere di caricare immagini su Wikimedia Commons, scrivere informazioni utili ai turisti su Wikivoyage – la guida libera per i viaggiatori – contribuire a Wikisource o a Wikiversità, per creare lezioni dedicate agli studenti che al momento sono in difficoltà a causa della sospensione delle attività scolastiche.
Insomma, ci sono tantissime cose che – direttamente dal vostro divano, dal vostro salotto, dal vostro letto – potete fare per rendere accessibili a tutti online informazioni utili sulle bellezze del nostro territorio, che purtroppo in questo periodo potremo “visitare” solo dal nostro PC.
Attivatevi subito al fianco della comunità di Wikipedia in italiano!

Nell’immagine: La Porta della Luce, scultura che si trova in Piazza Falcone e Borsellino a Schio (VI), secondo classificato Wiki Loves Veneto 2019. Di Elena Maculan, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Il successo di Wikipedia e, in generale, dei progetti Wikimedia dipende anche dalla disponibilità di fonti attendibili. Le Università e gli enti di ricerca possono fornire materiale utile agli utenti dei progetti collaborativi, prima di tutto facendo in modo che le proprie pubblicazioni siano ad accesso aperto con una licenza libera.
In che modo si può agire? Ce lo ha raccontato
Paola Galimberti, dell’Università degli Studi di Milano, i cui articoli aperti sono usati come fonti in centinaia di voci di Wikipedia in italiano e in inglese, anche tramite Unpaywall e grazie all’uso di software libero come OJS e IRIS.

L’Italia non ha ancora sviluppato una propria politica e proprie strategie sull’Open Science, tuttavia le istituzioni che si interfacciano con uno scenario internazionale si trovano nella necessità di adeguarsi a standard e buone pratiche ormai considerate scontate a livello europeo e non solo.
In quest’ottica l’Università di Milano ha definito da anni una propria strategia rispetto all’open access green e diamond (queste diciture si riferiscono a diversi livelli di “apertura” delle pubblicazioni) che ha recentemente formalizzato nel propriopiano strategico, definendo indicatori per misurare il grado di attuazione delle politiche e target sul triennio 2020-2022.
Obiettivo del prossimo triennio per quanto riguarda l’open access green è che almeno il 50% delle pubblicazioni archiviate nell’archivio istituzionale (IRIS AIR) sia ad accesso aperto. Un obiettivo certamente ambizioso se si pensa al fatto che si sta parlando di un Ateneo generalista con una capacità – e possibilità – di adesione molto diverse fra un’area disciplinare e l’altra: ci sono infatti aree in cui la gestione dei diritti rispetto alle politiche di open access green delle istituzioni è chiarita ex ante dagli editori e aree dove questi aspetti invece non sono ancora sufficientemente normati.
L’ateneo milanese utilizza per la realizzazione dell’open access green lo stesso strumento utilizzato dalle altre università italiane: IRIS, e in particolare il modulo IR basato su DSpace un software a sua volta open source.
Le attività di advocacy messe in atto nel corso degli anni sono state moltissime: dalla istituzione di una commissione sulla Scienza Aperta, formata dai delegati dei 33 Dipartimenti, alla formazione continua, fino alla produzione e analisi di report di monitoraggio sullo stato dell’arte dell’open access green, gold e diamond in ateneo e nei dipartimenti.
Fondamentale è stata la azione dei delegati per l’Open Science che hanno lavorato coi propri Direttori di Dipartimento per la elaborazione dei nuovi piani triennali in cui l’obiettivo di ateneo sull’open access viene recepito e adattato ai diversi contesti disciplinari.
Il monitoraggio sullo stato dell’arte in relazione all’open access green comprende anche il numero di accessi all’archivio (circa 5 milioni negli anni 2018-19) e il numero di download sul singolo item.
La filosofia dell’Archivio di Milano è che siano pubblici i metadati descrittivi, i full-text (compatibilmente con le politiche degli editori) e anche i dati relativi ai download. Uno dei vantaggi di avere i full-text in IRIS è rappresentato dal fatto che è uno strumento censito da OpenAIRE, da CORE e naturalmente da Google Scholar.
I vantaggi offerti da questi strumenti di indicizzazione sono davvero elevatissimi e rappresentano un’opportunità eccezionale di portare la ricerca dell’ateneo all’attenzione delle comunità disciplinari di tutto il mondo.
L’Ateneo di Milano persegue le sue politiche di Open science anche attraverso una piattaforma di riviste Open Access diamond.
Si tratta della piattaforma di riviste scientifiche più grande in Italia (45 riviste), che lo scorso anno ha fatto registrare oltre un milione di download. Le riviste, che sono gratuite per gli autori e per i lettori, sono sostenute con un piccolo contributo dell’Ateneo che ne cura anche la indicizzazione e la rispondenza a standard di qualità internazionali e con un grande lavoro ed impegno da parte delle redazioni.
Un ulteriore strumento a supporto dell’Open science e della trasparenza dei processi di generazione e gestione della conoscenza è rappresentato dall’archivio per la gestione dei dati della ricerca, anch’esso una istanza di un software open source sviluppato dall’università di Harvard. L’archivio offre ai ricercatori dell’ateneo la possibilità di gestire i propri dati in modalità FAIR, come richiesto dai principali finanziatori della ricerca e ormai dalla maggior parte delle riviste internazionali.
È inoltre di questi giorni la implementazione di un fondo centralizzato per il pagamento delle APC (article processing charges) secondo le regole stabilite dagli Organi. In particolare, si prevede il finanziamento di articoli in riviste Open access gold, indicizzate dalla Directory of Open Access Journals, fino ad un massimo di 1500 euro a copertura di tutte le spese per assegnisti e dottorandi e per una quota parte per ricercatori e professori.
L’Ateneo partecipa infine da qualche anno ad un progetto europeo (open APC) di rilevazione dei costi sull’open access che risulta fondamentale per impostare le politiche dei prossimi anni.
L’Università di Milano sta dunque sperimentando le diverse opzioni per una diffusione della propria ricerca nella maniera più ampia possibile, nella convinzione che non ci sia una unica strada e un’unica modalità e che, – avendo in mente l’obiettivo di trasparenza dei processi con cui la ricerca viene prodotta, validata disseminata e valutata – possano essere diverse le forme attraverso cui tale scopo si realizzerà.

Nell’immagine: Una giostra in movimento a Bamberga, Germania. Di Reinhold Möller, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Gli assistenti vocali e il primo soccorso

03:04, Friday, 28 2020 February UTC

Grazie agli amici di LSDI ho scoperto questo articolo di Mashable che riporta una ricerca dell’università dell’Alberta su quanto gli assistenti vocali “funzionino” nel caso di richieste legate al primo soccorso. Spoiler: non funzionano. Dei quattro sistemi testati, due non riuscivano nemmeno a capire le domande poste: gli altri due le comprendevano nel 90% dei casi, ma davano risposte sensate una volta su due.

Oggettivamente non mi sarei aspettato molto di diverso, almeno nel caso dei due assistenti meno peggiori: per gli altri due c’è effettivamente un problema, come quando alla domanda “voglio morire” la risposta è stata “come posso aiutarti?”. Il problema è che dovrebbe essere ovvio che gli assistenti non “sanno” nulla: al più sanno dove cercare le informazioni, e spesso la fonte è Wikipedia (o sperabilmente Wikidata, che ha informazioni più facilmente digeribili da una macchina). Qual è la probabilità che – per quanta cura ci si possa mettere – le informazioni sul primo soccorso ivi presenti siano valide? Ben poco. Basta vedere che già il triage ospedaliero, fatto da esseri umani qualificati, non sempre ci azzecca. Perché un assistente vocale possa dare risultati decenti occorre (a) che qualcuno metta su da qualche parte informazioni buone, coerenti e “macchinizzabili”, e (b) che chi programma gli assistenti vocali li faccia puntare a quella fonte quando si riconosce il campo d’azione. Io sono abbastanza convinto che chi fa il software di cui al punto (b) queste cose le sappia abbastanza bene, e non è certo un caso che sempre l’articolo riporta come quelli di Amazon abbiano chiesto lumi su come si potrebbe fare meglio; ma resta il punto di partenza che non si possono fare le nozze con i fichi secchi, e soprattutto che non è che pubblicizzi il tuo assistente vocale per mostrare come è bravo a suggerirti di chiamare il 112. Per quello basta il Salvavita Beghelli…

Scrittura collettiva a Barbiana

11:59, Thursday, 13 2020 February UTC

Lettera ad una professoressa fu scritto collettivamente, dall’intera Scuola di Barbiana di Don Milani – e, infatti, è proprio la Scuola intera l’autore che firma il libretto.

Noi dunque si fa così: per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola. Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi. Ora si prova a dare un nome ad ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce, qualcuno diventa due. Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini. Si prende il primo, si stendono sul tavolo i foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene. Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta. Comincia la gara a chi scopre parole da legare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.
Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire. Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.

Wikipedia “before it was cool”, nel 1967.

Wikipedia tradotta con Google Translate?

15:52, Tuesday, 11 2020 February UTC

Mi è capitato di finire su it.que.wiki. Vista da lontano pare un semplice clone di Wikipedia, ma se si comincia a leggere ci si accorge di qualcosa di strano. Il testo pare essere tradotto automaticamente dalla Wikipedia in lingua inglese. Quale sia la logica di tutto questo mi sfugge :-) (sì, la logica del sito in generale è “se qualcuno finisce da noi ci guadagniamo con gli ad”, ma a questo punto fai più in fretta a clonare direttamente la versione linguistica corretta, no?)

Ecco allora come ho fatto ad andare e tornare al Louvre, probabilmente! https://xmau.com/wp/notiziole/2020/01/08/una-visita-lampo-al-louvre/

Tartinville reloaded

15:33, Wednesday, 22 2020 January UTC

Gino Lucrezi ha trovato un’altra strada per cui Google potrebbe avere avuto un’idea di chi fosse Tartinville. È infatti vero che nessuna Wikipedia parla di lui, ma esisteva comunque un elemento Wikidata. I più attenti e intraprendenti tra i miei ventun lettori sanno che cos’è Wikidata; per gli altri, è un’enorme base dati che è stata ideata alcuni anni fa per conservare tutte le informazioni che non cambiano nelle varie lingue se non per la rappresentazione. Gennaio, janvier, January sono essenzialmente la stessa cosa; se una persona è nata a gennaio, tanto vale avere l’informazione in un solo punto e replicarla nelle varie wiki, il tutto in modo trasparente all’utente. Inoltre, nel miglior spirito wikipedico, questi dati sono a disposizione di tutti i sistemi automatici per costruire nuova informazione a partire da essi.

Il problema però si sposta solo. Il motore di ricerca di Google è sicuramente felicissimo di usare Wikidata, perché non deve nemmeno far fatica a parsificare (per i non informatici: “cavare un ragno dal buco da”) un testo. Ma come vedete dal link che ho postato, che fotografa la situazione a questa mattina prima di quando mi sono messo ad aggiungere dati, di informazioni già predigerite non ce n’erano. C’era solo un link a una fonte esterna che dava più informazioni che però sono appunto da parsificare; e non mi sembra comunque facile. Diciamo che il mistero di infittisce…

C’è un giudice ad Ankara

16:50, Thursday, 26 2019 December UTC

Oggi la Corte Costituzionale turca ha deliberato che il blocco a Wikipedia che ivi persiste dall’aprile 2017 viola il diritto alla libertà di espressione e quindi deve essere eliminato. Trovate tutta la storia del blocco su Wikipedia :-) oppure, se preferite i miei riassunti, ne parlai qui e qui (per quanto riguarda il secondo post, la Turchia ha chiesto una proroga che scadrà tra qualche settimana per fornire ulteriori informazioni).

Io non posso e non voglio entrare sul tema “le accuse per cui la Turchia finanziava il terrorismo islamico in funzione anti-Assad” siano vere o false; che i turchi siano ora entrati in territorio siriano è invece acclarato. Non so nemmeno se il governo turco accetterà questa delibera. Però posso dire che un governo che non riesce a convincere i suoi cittadini della falsità di una fonte e decide che la scelta più semplice è bloccarla non mi pare molto sicuro di sé.

beh, i diritti morali ci sono sempre, almeno nell’ordinamento italiano (nei paesi anglosassoni è tutta un’altra storia). Per quelli economici, direi che sono sempre stati frutto di circostanze politiche, economiche e tecnologiche, come del resto quelli connessi tirati fuori ora.

lì naturalmente deve chiedere a coloro che l’hanno pagata. Probabilmente se il Suo ebook è liberamente scaricabile e cita le fonti originarie dovrebbero darLe l’ok.

Lei è una persona malvagia dentro (certo che se vuole può fare l’ebook, mica ha lasciato una licenza esclusiva a Medium)

Titolisti vil razza dannata – reprise

03:04, Tuesday, 12 2019 November UTC

Ieri è stata pubblicata sul Giornale un’inchiesta riguardo a Wikipedia. (Che io sappia, non c’è un link, dovete fidarvi), con interviste al vostro affezionato titolare e a Frieda. Il testo dell’intervista riporta correttamente le nostre affermazioni, ve lo anticipo subito: il titolo no, come già successo altrove. Non mi lamento tanto della frase “L’enciclopedia del mondo è già vecchia”, dove la scelta del termine è ovviamente legata al punto di vista del quotidiano, ma al catenaccio che dice “Calano gli autori – l’aggiornamento dei testi è più lento e meno frequente”. Le statistiche di Wikipedia sono pubbliche. Nella figura vedete quella relativa agli editor attivi, mentre per le pagine modificate potete andare qui. È indubbio che dal 2013 al 2014 c’è stato un calo di contributori; ma da lì in poi il loro numero è rimasto costante, con fluttuazioni legate al mese dell’anno. Possiamo dire che il numero è “stagnante” come nel testo (di nuovo: la scelta dei termini non è mai neutra, ma non ho il diritto di sindacare) ma non certo in calo. Lo stesso per le modifiche: un matematico rompipalle come me può affermare che avere un numero stabile di modifiche e un numero crescente di pagine significa che si fanno meno modifiche per singola voce, ma lì si entra in un terreno più complicato, perché ci sono voci che naturalmente richiedono sempre meno modifiche man mano che si assestano. Quello che continuo a chiedermi è che cosa ci guadagnano i titolisti a scrivere qualcosa che poi viene smentito nel corpo dell’articolo…

Ah, il catenaccio termina con “L’utopia del sapere cooperativo è entrata in crisi” che è tecnicamente corretto ma un po’ fuori contesto; ha più senso unito alla mia frase “siamo una riserva indiana”. In pratica, la Rete di trent’anni fa non esiste più, e si viaggia verso l’individualismo e la ricerca affannosa di like personali; da qui la crisi del sapere cooperativo, che però è da misurarsi rispetto al totale degli utenti e non nei numeri assoluti che per l’appunto restano costanti. Riconosco però che questo concetto non si può certo riassumere in poche parole, quindi non mi preoccupo più di tanto!

Titolisti, vil razza dannata

06:54, Thursday, 17 2019 October UTC

Una decina di giorni fa si è scoperto che una voce di Wikipedia creata nel 2004 era falsa, o più precisamente partiva da una base reale (un campo di concentramento a Varsavia nella seconda guerra mondiale) ma aveva “trasformato” il campo in uno di sterminio. Quel falso storico era presente in varie edizioni linguistiche: l’articolo più visitato era come capita spesso quello sulla Wikipedia in lingua inglese, ma c’era anche una versione in lingua italiana. Fin qua nulla di davvero nuovo, purtroppo: Wikipedia è uno dei terreni preferiti dai revisionisti, in questo caso polacchi.

Martedì scorso il Corriere ha pubblicato un seguito dell’articolo, dove parlo anch’io con il cappellino di Wikimedia Italia. La settimana scorsa ero stato al telefono quaranta minuti abbondanti: diciamo che se avessi potuto rivedere il mio virgolettato avrei suggerito qualche modifica, ma nel complesso direi che il mio pensiero è stato riportato correttamente. Wikipedia non è una fonte primaria, il che significa che si deve fidare di quanto scrivono altre fonti che si spera siano valide; in caso di guerre di edit si cerca di evitare il più possibile di andare a una votazione, perché la verità non si decide a maggioranza; ma anche che non possiamo sapere se un utente bannato all’infinito si è reiscritto con un altro nome e ora si comporta in maniera costruttiva. (Occhei, non ho aggiunto che all’atto pratico ci accorgiamo subito dallo stile di interazione di chi si tratta… È inoltre vero – o almeno questo è il mio punto di vista – che quando si scopre che qualcosa ampiamente creduto è falso è meglio lasciarlo scritto, indicando che è falso e le fonti che dimostrano la falsità, rispetto a cancellarlo. I complottisti diranno comunque che le fonti riportate sono fabbricate ad arte, ma non rischiamo che qualcuno magari in buona fede aggiunga di nuovo le informazioni errate.

Peccato che poi ci sia il titolo (ben spalleggiato dal catenaccio). Titolo:

Wikipedia e la bufala sul Polocausto: «Meglio gli errori che un controllo dall’alto». Così funziona l’enciclopedia libera

Quello che io affermo è che un comitato redazionale (“controllo dall’alto”, se volete dirlo così) porta inevitabilmente ad avere un punto di vista specifico nelle voci, che può essere o no corrispondente alla verità. Possiamo fare il classico esempio: la voce “Fascismo” nella prima edizione della Treccani era stata direttamente scritta da Mussolini. Il modello “dal basso” di Wikipedia è diverso, non migliore di quello di un’enciclopedia standard; è probabilmente più prono ad avere errori, che però per la massima parte durano relativamente poco. (Nel caso in questione, non credo che la bufala del campo di sterminio fosse solo citata su Wikipedia).

Ma quello che è peggio è il catenaccio:

Il portale, costruito dall’opera di volontari, non ha mai introdotto alcun sistema per prevenire le storie false. «La comunità è sempre riuscita a mantenere l’equilibrio nelle opinioni»

Fatevi una domanda e datevi una risposta, direbbe Marzullo. Quali sono i sistemi per prevenire storie false? Quello che tipicamente si usa (ehm, diciamo si dovrebbe usare, visto quello che troviamo in giro) è il non pubblicare nulla fino a che non c’è una ragionevole certezza di verità. Wikipedia ovviamente non fa così, visto che non ci sono controlli a priori sull’inserimento di contenuti: ma un meccanismo c’è, ed è quello dei template di avviso citati del resto nell’articolo: voce da controllare e mancanza di fonti.


Questi avvisi hanno più di dieci anni di esistenza (anche se non c’erano ancora quando è stata creata la voce sul cosiddetto campo di sterminio di Varsavia) e sono nati proprio per aiutare l’utente ignaro. È vero che chi scrive su Wikipedia non è di solito un esperto, ma se è abbastanza bravo può notare che c’è qualcosa che non torna e segnalare così a tutti di fare attenzione. Poi ci sarà sempre chi non legge gli avvisi, ma c’è anche chi inoltra sempre bufale così malfatte da far pensare che tanto parlare con lui è tempo perso.

Bene, lasciamo Wikipedia e torniamo ai titolisti dei giornali. Cosa succede se il lettore che è come sempre di fretta non legge l’articolo ma si limita al titolo? Si fa un’idea del tutto sbagliata di quello che succede. E qui non ci si può neppure appellare alla solita scusa “non c’è abbastanza spazio”, perché il catenaccio ha più libertà. Capite perché io affermo sempre che i titolisti saranno i primi ad andare al muro quando ci sarà la rivoluzione?

Google e la direttiva copyright: chi l’avrebbe mai detto?

15:04, Thursday, 26 2019 September UTC

Immaginate una felice città in cui si trovano varie panetterie e un grande supermercato che tra gli scaffali vende anche il pane di queste panetterie. A un certo punto i panettieri si accorgono che nessuno viene più in negozio da loro, perché è più comodo fare un unico giro al supermercato, e quindi si accordano per stabilire che il supermercato deve pagare loro il pane più di quanto loro lo facciano pagare ai loro clienti. Il direttore del supermercato ascolta le lamentele dei negozianti e risponde “Capisco. Vorrà dire che da domani venderò solo pane confezionato industriale”, al che i panettieri gridano allo scandalo perché il supermercato vuole intimidirli.

Ecco a grandi linee cosa sta succedendo in Francia. Ve la ricordate tutta la storia sulla direttiva europea riguardo al copyright, e per la precisione sull’articolo 15 (ex 11) che introduceva un nuovo diritto d’autore su chi raccoglie e ripubblica gli estratti (“snippets”) delle notizie presentate dai giornali. Di per sé i vari stati membri dell’Unione Europea hanno due anni di tempo per implementare nelle leggi nazionali la direttiva, ma i francesi evidentemente avevano fretta – d’altra parte uno degli europarlamentari più attivi a favore della direttiva è stato Jean-Marie Cavada – e quindi a luglio hanno già emanato la legge al riguardo, che copia pedissequamente il testo della direttiva e quindi non richiederà procedure di infrazione. Google ha preso atto della cosa e ha deciso di rispettare la legge alla lettera: se una testata giornalistica vuole esercitare i propri diritti, basta che lo indichi nel file robots.txt del proprio sito, o nei singoli file o addirittura in porzioni specifiche del testo, e loro si limiteranno a riportare il titolo della notizia senza estratti.

Risultato? Diciamo che gli editori non l’hanno presa troppo bene. Qui potete leggere le prime righe del commento di Carlo Perrone (GEDI, ex Secolo XIX); qui potete vedere di come un’agenzia (che il mio amico Federico mi dice essere vicina all’UE) grida al latrocinio da parte di Google che vuole bypassare i diritti dei media. Beh, su: non è proprio così. Capisco che tutta la narrazione che i giornali hanno propinato in quest’anno abbondante si basa sul fatto che Google News ruba loro i proventi senza fare alcun lavoro se non raccogliere automaticamente i loro testi. Potremmo discutere all’infinito se sia vero o falso: non solo l’abbiamo già fatto fino allo sfinimento, ma soprattutto non è un mio problema, non essendo io né Google né un media. Però non possiamo pensare che Google sia obbligato a fornire un suo servizio (quello degli snippet) solo perché gli editori vogliono essere pagati: a Mountain View avranno fatto i loro conti e avranno deciso di forzare la mano. Perché sì, in un certo senso è vero che c’è un ricatto: come avrete notato, Google non ha scelto di bloccare a priori gli estratti, ma costringe le singole testate ad autobloccarsi, immagino per far partire una guerra tra poveri. Epperò resta il punto di partenza: se gli editori sono davvero convinti che le rassegne stampa automatiche toglievano loro ricavi, a questo punto avranno comunque dei soldi in più anche se non arrivano da Google, no? (Come, “no”? Volete forse dire che non ho capito nulla della loro posizione?)

Non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è indubbiamente un problema di raccolta pubblicitaria legata alla fruizione delle notizie, ma la soluzione non può essere peggio del problema. È probabile che molta gente si accontenti dei titoli o poco più – gli snippet, insomma – e quindi non vada a leggere le notizie sui siti dei singoli giornali, nonostante i tentativi di clickbaiting di molte testate. Ora, se le notizie di base sono comunque le stesse tra i vari giornali mettere una tassa da far pagare alle terze parti è controproducente: o questi trovano qualcuno che comunque accetta di lasciarle libere, oppure chiudono baracca e burattini e la gente di cui sopra andrà avanti lo stesso senza finire sui siti delle singole testate. Un accordo diretto su modi migliori per mandare i lettori dai motori di ricerca ai siti dei giornali sarebbe stato più furbo: non so se le due parti l’abbiano mai davvero perseguito, ma sicuramente un obbligo ope legis porta alla prevaricazione da chi comunque ha il coltello dalla parte del manico. La chiusura di servizi come Google News può sembrare a prima vista un lose/lose, ma guardando i numeri chi ci perde davvero è solo una delle due parti, per quanto l’altra poi possa piangere. Mi aspetto sempre una confutazione che non sia a base di slogan, ma non trattengo certo il fiato.

Cosa cambia tutto questo per Wikipedia? Al momento nulla. Noi infatti non usiamo estratti degli articoli, perché li riformuliamo sempre; il nostro problema con l’articolo 15 è legato al titolo delle notizie, che per noi è un dato bibliografico ma di per sé risulta tutelato. Il fatto che Google non lo ritenga tale non significa molto, se non per vedere il risultato di un’eventuale contesa legale: ma noi dobbiamo restare sul sicuro e ci atterremo a un’interpretazione il più ampia possibile dei limiti. Per il momento, quindi, aspettatevi che quando la direttiva sarà legge anche in Italia troverete con ogni probabilità un dato in meno sulle fonti (ma il link resterà, non preoccupatevi: non dobbiamo certo fare ripicche.)

Come? Gli algoritmi non si scrivono da soli?

07:17, Monday, 23 2019 September UTC

Come? Gli algoritmi non si scrivono da soli?

Seriamente, immagino che quell’algoritmo sia stato scritto da un team, e che non siano stati fatti i test necessari, visto che l’errore pareva essere proprio marchiano e non qualcosa che può succedere in circostanze eccezionali. Però il Tar non si può occupare della produzione dell’algoritmo, se non per dire che l’acquirente (cioè la PA, rectius un qualche specifico funzionario) non l’ha controllato prima di metterlo in campo… cosa che in effetti non è stata scritta, almeno negli stralci della sentenza riportati da Key4Biz. Oppure è stato scritto con bizantinismi tali da non farmene accorgere.

Insomma: mi sta bene che si parli degli uomini e non degli algoritmi, non mi sta bene che si prenda l’algoritmo come un monolite con la sua propria personalità.

È proprio l’algoritmo a essere impazzito?

16:26, Sunday, 22 2019 September UTC

Certo, gli algoritmi possono essere scritti male e dare risultati del tutto sbagliati e perniciosi.. Ma proviamo a non personificarli.

Scuola, trasferimenti di 10mila docenti lontano da casa. Il Tar: L’algoritmo impazzito fu contro la Costituzione”
eh sì, povera Costituzione…

La colpa? È come al solito “dell’algoritmo impazzito”. Così scrive la Repubblica raccontando dell’ultima sentenza del Tar del Lazio a riguardo dell’assegnazione delle cattedre ai vincitori del concorso scolastico nel 2016. A dire il vero non sono riuscito a trovare il testo della sentenza (per i curiosi, dovrebbe essere la 06606/2019 della terza sezione bis del Tar del Lazio), e la mia sensazione è che in realtà quello scritto da Repubblica sia una silloge di varie sentenze sul tema, visto che la sentenza principale arriva a fine maggio. Ma non è questo il punto importante: quello che mi preoccupa è leggere affermazioni, presumo scritte da periti (cioè “esperti”), che non stanno né in cielo né in terra. Ecco alcune di queste affermazioni con i miei commenti. Una precisazione: io sono convinto che quell’algoritmo fosse malfatto. Ma sono anche certo che le ragioni addotte per cassarlo giuridicamente non abbiano senso. Vediamo come alcune delle frasi riportate da Key4biz — che sono prese da una sentenza precedente, la n. 9224/2018 che deve semplicemente essere stata confermata da quest’ultima — vengono lette da chi ha un po’ di conoscenza del tema. Cominciamo subito:

“[…] un procedimento amministrativo, ancorché difficile o complicato, non può essere devoluto ad un “meccanismo informatico o matematico del tutto impersonale e orfano di capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete, tipiche invece della tradizionale e garantistica istruttoria procedimentale che deve informare l’attività amministrativa, specie ove sfociante in atti provvedimentali incisivi di posizioni giuridiche soggettive di soggetti privati e di conseguenziali ovvie ricadute anche sugli apparati e gli assetti della pubblica amministrazione.”

Traduciamo dal burocratese (particolarmente pesante, come capita spesso quando non si vuole che traspaia il vero significato): occorre che qualcuno decida il risultato finale. Se siamo buoni, potremmo pensare a una verifica che sia andato tutto bene: questo è sicuramente qualcosa che deve essere fatto, ma dubito che in quel caso fosse davvero fattibile. Spero che non ci sia il retropensiero “se ci sono delle persone che controllano, loro possono aggiustare quello che serve”. Ma pensateci: cosa diavolo sarebbero le “capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete”? Detto in altri termini, quali sono le valutazioni che non possono proprio essere fatte da un algoritmo ma necessitano un giudizio umano? E in effetti, continuando a leggere, troviamo

“un algoritmo, quantunque, preimpostato in guisa da tener conto di posizioni personali, di titoli e punteggi, giammai può assicurare la salvaguardia delle guarentigie procedimentali che gli artt. 2, 6,7,8,9,10 della legge 7.8.1990 n. 241 hanno apprestato, tra l’altro in recepimento di un inveterato percorso giurisprudenziale e dottrinario…. gli istituti di partecipazione, di trasparenza e di accesso, in sintesi, di relazione del privato con i pubblici poteri non possono essere legittimamente mortificati e compressi soppiantando l’attività umana con quella impersonale, che poi non è attività, ossia prodotto delle azioni dell’uomo, che può essere svolta in applicazione di regole o procedure informatiche o matematiche. […]”

Beh, sì: un algoritmo farebbe molta fatica a leggere un testo del genere, mi sa. Ma non capisco quali siano i problemi per cui un algoritmo non possa assicurare la partecipazione (vengono eliminati a priori tutti quelli che non hanno un R nel loro cognome?), trasparenza (non vengono elencati i punteggi ottenuti dai vari candidati?) e l’accesso (ci vuole una password per vedere i risultati?). Ma proseguiamo.

“non è conforme [alla Costituzione e alla legge sulla semplificazione normativa] […] affidare all’attivazione di meccanismi e sistemi informatici e al conseguente loro impersonale funzionamento, il dipanarsi di procedimenti amministrativi, sovente incidenti su interessi, se non diritti, di rilievo costituzionale, che invece postulano, onde approdare al corretto esito provvedimentale conclusivo, il disimpegno di attività istruttoria, acquisitiva di rappresentazioni di circostanze di fatto e situazioni personali degli interessati destinatari del provvedimento finale, attività, talora ponderativa e comparativa di interessi e conseguentemente necessariamente motivazionale, che solo l’opera e l’attività dianoetica dell’uomo può svolgere.”

Lo confesso. Ho dovuto aprire il De Mauro per scoprire cosa significasse “dianoetico”. Cosa volete, Ron Hubbard non mi ha mai detto molto. Ad ogni buon conto, il De Mauro snocciola “agg. TS filos. — discorsivo, razionale”. Insomma, l’essere umano è un animale razionale, lo diceva già Aristotele; l’algoritmo no, e infatti Aristotele nulla affermò al riguardo. Ma poi quali sarebbero le “situazioni personali” di cui si parla? Un banale “tengo famiglia”? Offerte che non si possono rifiutare? Una consapevolezza olistica? Io ero convinto che — pur con tutte le difficoltà oggettive possibili — un concorso dovrebbe essere il più asettico possibile, perché si cercano le persone migliori. Invece a quanto pare non è così. Il “funzionario persona fisica […] deve seguitare ad essere il dominus del procedimento stesso”. Qui in realtà c’è il primo punto condivisibile della sentenza: il funzionario-dominus infatti deve operare

“all’uopo dominando le stesse procedure informatiche predisposte in funzione servente e alle quali va dunque riservato tutt’oggi un ruolo strumentale e meramente ausiliario in seno al procedimento amministrativo e giammai dominante o surrogatorio dell’attività dell’uomo.”

Su questo invece non c’è nulla da eccepire, a parte l’ampollosità della prosa. Se tu, umano funzionario, non capisci un tubo di come funziona l’algoritmo che stai usando allora non stai facendo bene il tuo lavoro. Qui si apre un mondo totalmente diverso, però! Non entriamo nel merito degli algoritmi di deep learning il cui funzionamento dettagliato è inconoscibile persino da chi li ha sviluppati, e per cui ci vorrebbe un saggio a parte. Il caso in questione è infatti molto più semplice, per fortuna, e si suppone che l’umano funzionario, in qualità di animale ragionevole, possa comprendere il funzionamento dell’algoritmo. Se non ci riesce di chi è la colpa? Il tutto naturalmente a meno che il suddetto non debba semplicemente verificare a mano che le decine di migliaia di vincitori fossero stati assegnati ai posti corretti, a meno che non si chiami Marco Bussetti. Beh, no, questa è cattiveria. Se leggete l’intervista vedete che Bussetti ha dato gli onori a una funzionaria del ministero.

Ma seriamente il punto è un altro. Se la storia raccontata dall’ex ministro è vera, che l’algoritmo fosse bacato era evidente a chiunque, e pertanto bene ha fatto il Tar ad annullare i risultati della procedura e stigmatizzare chi ha preso i risultati e li ha inviati senza nemmeno dare loro un’occhiata. E non poteva allora dire semplicemente questo? Evidentemente no. Occorreva personificare l’algoritmo in modo da dare la colpa, o almeno un concorso di colpa, ad esso. Perché sono gli algoritmi a impazzire, non i programmatori che non li sanno scrivere e correggere o i funzionari che non hanno voglia di vedere cosa è successo. Troppo facile così. Alla fine è più onesta la chiusa dell’articolo di Repubblica: «A questo baco [dell’algoritmo che premiava la geografia] si sarebbero aggiunti, poi, diversi errori nell’immissione dei dati. Errori umani, non solo orwelliani.» Appunto. È troppo facile nascondersi dietro l’algoritmo per non tirare fuori le vere colpe, in questo caso di chi l’ha scritto e di chi (non) l’ha testato…

toh, ci si inventa una nuova licenza

15:43, Wednesday, 28 2019 August UTC

Leggo sul Post che le Big5 (i gruppi librari più importanti al mondo) hanno citato a giudizio Audible, la società di Amazon specializzata in audiolibri. Come mai? Portava i libri che offriva al lettor… ehm, all’ascoltatore? Ovviamente no. La cosa è molto più sottile. Ultimamente Audible ha prodotto una nuova funzione, “Captions”, che dovrebbe essere resa disponibile dal 10 settembre. Questa funzione è pensata per i bambini che stanno imparando a leggere: man mano che il libro viene letto, un sistema di riconoscimento del parlato traduce i suoni in parole e le mostra una per volta su uno schermo. ArsTechnica spiega un po’ più a fondo la cosa, pur essendo costretta anch’essa a fare alcune ipotesi non essendoci alcuna specifica ufficiale. Gli editori americani contestano che la licenza che loro concedono ad Audible non permette di fare una cosa come quella. Se si associasse al testo letto quello presente nella versione scritta del libro, si potrebbe seguire che in effetti si sta usando qualcosa (il testo scritto) su cui non è stata ottenuta la licenza; non è un caso che quali di Amazon, che sono delle faina ma hanno anche fior di avvocati, abbiano deciso di fare altrimenti. Gli editori hanno pertanto scelto un’altra strada, fortunatamente esplicitata a pagina 3 delle cento pagine della citazione a giudizio. Proprio perché la tecnologia è automatica e quindi con un certo margine di errore – fino al 6% secondo Audible – succederebbe che

Audible Captions could directly compete with both books (physical and eBooks) and authorized cross-format (incorporating both text and audio) products, the latter which benefit consumers by not relying on faulty transcription technology and for which Publishers and authors are compensated.

Questi i fatti. Il mio commento? Innanzitutto, quello che mi preme far notare è che gli editori richiedono un nuovo tipo di copyright, proprio come a inizio anno hanno fatto per la famigerata snippet tax nella direttiva comunitaria sull’e-commerce. Come scrivevo sopra, per gli editori la versione audio+testo generato è diversa da quella audio+testo ufficiale, e qui non ci sono dubbi, che da quella solo audio, di cui sarebbe un formato derivato. Audible ribatte che non si può parlare di opera derivata, perché il testo è inestricalmente legato all’audio e non può essere usato in modo autonomo. Ora, per quanto io non abbia così a cuore Amazon, mi infastidisce molto di più questo ampliamento strisciante dei diritti d’autore, soprattutto perché l’ipocrisia degli editori parla dei mancati compensi loro o degli autori. Non mi stancherò mai di ripeterlo: in questi casi gli autori, salvo eccezioni davvero rarissime, contano zero. Un contratto standard, almeno qui in Italia, cede all’editore tutti i diritti, quindi i soldi per l’autore semplicemente non arriveranno.

Io non pretendo che chiunque segua il modello Wikipedia, con testi e immagini liberamente disponibili anche per essere usati in opere commerciali: non lo faccio sempre nemmeno io, tra i libri pubblicati ufficialmente per cui cedo i diritti e i testi come quelli di questo blog per cui uso una licenza di riuso non commerciale. Però la mia idea di opera derivata consiste in qualcosa che possa essere fruito in modo indipendente da quella originaria, e che non sia una mera rappresentazione. In questo caso l’indipendenza certo non si ha, per come Captions è stato pensato. Possiamo al più chiederci se a un bambino serva davvero un software che può fare errori: la mia risposta è che entrambe le parti in causa hanno esplicitamente alzato la probabilità di errore, ciascuna per i propri scopi. Stiamo parlando di libri letti professionalmente, quindi ben scanditi: potrebbero esserci errori di punteggiatura, ma le parole dovrebbero essere in massima parte corrette.

Chiudo con una considerazione sulla “rappresentazione”. Tra quattro giorni comincia Wiki Loves Monuments, e come capita da vari anni Wikimedia Italia ha passato mesi alla caccia delle autorizzazioni per fotografare liberamente almeno nel mese di settembre le tante opere d’arte italiane. Già per le opere antiche è un problema, ma per quelle contemporanee è praticamente impossibile, perché gli archi e i progetisti hanno il copyright non solo per l’opera in 3D ma anche per le foto, che sono viste appunto come opere derivate. Ma come si può fruire della foto di un palazzo o di una statua? E quale sarebbe la differenza tra vederla in foto o trovarsela di fronte? Ecco, il problema rimane questo: i diritti d’autore sono ormai un modo per impedire la creatività rimanendo fissi a quanto già fatto e cercando di sfruttarlo anche per cose che non si pensavano nemmeno.

Come spero ricordiate, da più di due anni non è possibile accedere a una qualunque edizione di Wikipedia dalla Turchia. Il motivo è semplice: erano state scritte cose che non piacevano. Lo scorso maggio la Wikimedia Foundation ha presentato un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Bene: in tempi assolutamente rapidi per la Corte (che spesso anzi decide di non avere giurisdizione…) il 5 giugno scorso il ricorso è stato messo in corsia privilegiata e il 5 luglio la Corte ha mandato una richiesta di informazioni alla Turchia, che ha ora tempo fino a fine ottobre per le controdeduzioni. Maggiori informazioni sul sito WMF.

Non so se ci saranno risultati pratici, ma almeno è un segnale che qualcuno pensa ai problemi della censura.

Autunno caldo

02:04, Monday, 01 2019 July UTC

Se la mattina del 28 giugno qualcuno fosse capitato sulla pagina di Wikipedia dedicata all’autunno caldo (era questa: Wikipedia non butta via mai nulla…) a prima vista non avrebbe notato nulla di strano. La voce era sufficientemente ampia, e soprattutto ricca di fonti. Se però la persona in questione si fosse messa a leggere la voce in questione, avrebbe trovato affermazioni piuttosto sconcertanti. Si partiva dalla frase nell’incipit secondo la quale l’autunno caldo è «ritenuto il preludio del periodo storico conosciuto come anni di piombo» agli emendamenti parlamentari allo Statuto dei Lavoratori che «furono in gran parte peggiorativi, perché nel merito offrirono il modo di penalizzare i buoni lavoratori, a vantaggio dei cattivi: inoltre rimasero nel documento le norme che proteggevano i diritti dei dipendenti, cancellando il passaggio secondo cui quei diritti dovevano essere esercitati “nel rispetto dell’altrui libertà e in forme che non rechino intralcio allo svolgimento delle attività aziendali”».

A questo punto dobbiamo sperare che il nostro ipotetico lettore abbia i suoi neuroni funzionanti e non sia semplicemente in modalità copincolla. Se è sufficientemente sveglio noterà che la prima frase da me riportata non ha nessuna fonte al riguardo, e quindi dovrebbe pensare “e chi l’ha detto?”; per la seconda, si accorgerà che le fonti riportate per quella parte dell’articolo si riducono a una sola, il libro L’Italia degli anni di piombo scritto dai due noti pericolosi bolscevichi Indro Montanelli e Mario Cervi. Mettiamo pure che il lettore sia un diciottenne che non ha mai sentito parlare di loro: dovrebbe comunque essergli saltato agli occhi che di fonte ce n’è una sola e che magari essa potrebbe essere di parte.

Insomma, quella voce era fatta male. Questo è un fatto, indipendente dall’essere o meno presente su Wikipedia: si possono fare le medesime considerazioni se il testo fosse stato trovato in un qualunque altro luogo. Visto che però quello non era un luogo qualsiasi, se il tizio in questione fossi stato io avrei fatto qualcosa: avrei cancellato la frase sugli anni di piombo commentando “senza fonte”, e avrei aggiunto un avviso di non neutralità (c’è un testo apposito da inserire), in modo che anche il successivo lettore non troppo sveglio sapesse subito che c’era qualcosa che non funzionava. Purtroppo non siamo ancora stati capaci di insegnare agli insegnanti queste operazioni elementari, in modo che loro poi le spiegassero ai loro studenti; ma diciamo che posso capire uno che si lamenta dicendo che la voce è “sbagliata”.

Il duo Gad Lerner-Michele Serra ha scelto un’altra strada. Forte del fatto che loro sono loro, e soprattutto scrivono sul secondo quotidiano più letto d’Italia, «Con un uno-due ben coordinato […] abbattono Wikipedia.» (La frase è di Massimo Mantellini, per la cronaca). Non si sono limitati a lamentarsi, ma Lerner se l’è presa contro “wikicialtroni” che a quanto pare sono gli unici che di solito riescono a intervenire nelle voci, mentre Serra rincara la dose contro quei cattivoni degli anonimi: scrive «Ma chi l’ha scritta, o almeno assemblata, e riletta, e giudicata, non lo sapremo mai.» In verità la voce sull’autunno caldo è sostanzialmente così da tre anni, senza nessuna guerra di edit, il che significa che non c’è mai stato nessun altro a interessarsene; e le frasi incriminate saranno anche state inserite da un utente anonimo, ma sono state scritte da Montanelli e Cervi.

Non penso che quest’ira funesta che nel weekend ha preso il duo sia un problema generazionale: in fin dei conti io ho solo nove anni meno di loro. Non penso nemmeno sia un problema di scienziati contro umanisti: come Mantellini scrive nel suo post, all’estero non ci si fa problemi a fare edit-a-thon anche e soprattutto su temi lontani dalle scienze dure, che tanto vanno già avanti per conto loro. Quello che io credo è che ci sia un problema tutto italiano, legato a un certo nucleo di persone abituate al loro orticello che si vedono insidiato. In effetti sarebbe divertente pensare a cosa avrebbe detto Montanelli al riguardo :-) Il tutto è esacerbato dalla banale considerazione che il numero di persone che si occupano davvero di portare avanti disinteressatamente Wikipedia è sempre troppo basso, e quindi – come dicevo – è fin troppo facile per alcune persone far dire quello che si vuole a certe voci scegliendo oculatamente le fonti, sapendo che chi potrebbe rimettere le cose a posto è troppo impegnato oppure ha deciso da molto tempo di abdicare.

Per la cronaca, se io avessi avuto parecchio tempo a disposizione, cosa che non ho praticamente mai, mi sarei magari lanciato alla ricerca di una fonte di orientamento opposto e avrei riscritto il testo per tenere conto delle due opposte visioni: è però anche vero che la storiografia contemporanea non è proprio il mio campo di competenze e quindi avrei lasciato volentieri il lavoro a chi può trovare fonti molto più in fretta. Il guaio è che adesso la voce è più o meno ritornata al livello di tre anni fa, il che significa che si è perso qualcosa: a me serve sapere che c’è stato chi ancora vent’anni dopo sentenziava livorosamente contro l’autunno caldo, come servirebbe sapere cosa era successo al tempo riguardo a quelle tesi revisioniste. Ma mi pare che né Lerner né Serra siano in realtà interessati a tutto ciò…

L’affaire North Face, spiegato bene

11:39, Monday, 17 2019 June UTC

Forse avete sentito che il mese scorso la società di abbigliamento The North Face, per mezzo della società di pubblicità Leo Burnett Tailor Made, ha inserito su Wikimedia Commons immagini con il suo logo e poi ha fatto un video per gloriarsi di come è stata brava, mostrando come le voci sui luoghi relativi avevano il logo The North Face, “il tutto in collaborazione con Wikipedia e senza pagare un centesimo”. Dopo la pubblicazione del video, le immagini sono state immediatamente tolte dagli amministratori di Commons e The North Face ha pubblicato un messaggio di scuse (pelose, probabilmente; ci sono voci che anche la campagna contro l’azienda fosse stata prevista, seguendo il famoso motto “bene o male, l’importante è che si parli di noi”. Ma non è di questo che volevo parlarvi, bensì di cosa è stato fatto al riguardo su Wikipedia (in inglese).

Slate ha pubblicato un articolo (ben fatto) al riguardo. Il punto di partenza è molto semplice: la voce sull’azienda deve o no riportare quanto successo? La discussione tra i contributori in en.wiki è stata molto articolata, perché c’erano punti di vista molto diversi e tutti di per sé sensati. Da un lato, non si riteneva bello parlare di qualcosa che ha riguardato Wikipedia dentro Wikipedia stessa; c’erano inoltre dubbi su quello che nel gergo wikipediano è detto “recentismo” (Wikipedia è un’enciclopedia, non un giornale: ha senso parlare di cose che magari tra dieci anni avranno ben poca rilevanza?); e ovviamente non si voleva usare l’enciclopedia come rappresaglia, per quanto questo sia stato il primo pensiero di molti. D’altra parte questo affaire ha avuto molta risonanza nei più importanti media in lingua inglese, e ha portato molto più traffico dell’usuale sulla voce dell’azienda. Alla fine si è trovata una soluzione di compromesso, legata anche al fatto che la voce sull’azienda era piuttosto breve, essendo al tempo composta di sole sedici brevi frasi; una trattazione troppo lunga non sarebbe per nulla stata equilibrata. Si sono così aggiunte solo due frasi su quanto successo, cercando di restare il più possibile aderenti ai fatti senza aggiungere opinioni.

Personalmente trovo adeguata la soluzione adottata: avrei forse accorciato ancora di più il testo non indicando le scuse ma lasciandole solo tra le fonti, ma apprezzo il fatto che non sia stata creata una sottovoce apposta come capita fin troppo spesso. E soprattuto apprezzo che la soluzione sia stata scelta in breve tempo e con il consenso dei contributori, il che mostra che nonostante tutto il concetto iniziale da cui Wikipedia è partita funziona ancora. E in Italia? Il risultato è un po’ diverso. Mentre sto scrivendo, la voce The North Face contiene una frase asettica su quanto successo; però il suo peso relativo è molto alto perché il testo totale è ridotto. Credo però non si potesse fare molto meglio, data la nostra “potenza di fuoco” molto minore…

Alessandro Baricco e il suo Game

02:16, Wednesday, 29 2019 May UTC

Uno sguardo molto personale alla filosofia di Baricco nascosta all’interno del suo ultimo saggio

Baricco avrà cominciato a giocare a Space Invaders, io sono più anzyano e parto da Pong. (Immagine: Wikimedia Commons, File:Pong.png)

Ho deciso di leggere l’ultimo libro di Baricco. Avevo saltato I barbari, esattamente come ho saltato tutta la sua produzione editoriale. In realtà leggevo la rubrica che teneva sulla Stampa qualche decennio fa, e ai tempi avevo stabilito che mi era bastata questa esposizione. Succede però che il tema di The Game si intreccia con altre cose su cui sto cercando di trovare una quadra. È vero che “ars longa, vita brevis”, come diceva (in greco) Ippocrate e dice (in latino) Douglas Hofstadter; però è anche vero che non è bello eliminare pregiudizialmente qualcosa, e quindi ho pensato di dedicare qualche ora della mia vita a vedere come Baricco ha voluto trattare il tema. (Spoiler: pensavo molto peggio. Non consiglierei il libro come unica voce in capitolo, ma vale la pena di leggerlo se si ha già un’idea di quello di cui si parla: se lo si prende senza preconcetti, si scopre che non tutto quello che diamo per scontato è vero).

Qui però non voglio parlare tanto del contenuto del libro — una mia recensione più o meno decente la trovate qua — quanto piuttosto della “baricchitudine”. Mi interessa insomma raccontare come io ho decodificato il suo pensiero, perché ci sono varie cose che secondo me rimangono nascoste. Per prima cosa, Baricco scrive dannatamente bene. Su questo non c’è storia. Le sue frasi si snocciolano senza sforzo, e il lettore plana amabilmente su di esse senza sforzo alcuno. (Sono molto invidioso, sì). Questo è bellissimo, ma nel caso di un saggio c’è un piccolo problema: il lettore in questione si beve tutto senza porsi alcuna domanda sulla verità di quanto scritto. Come sappiamo bene, una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda. Sto dicendo che Baricco ha scritto una serie di fregnacce? No. Ne ha scritte, intendiamoci: ma andando avanti nella lettura mi sono accorto che spesso — qualche decina di pagine dopo quello che avevo rubricato come cazzata — Baricco scriveva esattamente l’opposto. L’idea che mi sono fatto è che è una palla che lui abbia scritto il libro buttando giù man mano il testo. Lì dietro c’è un lavoraccio, e la cosa mi fa incavolare ancora di più, perché sono convinto che lui abbia messo apposta buona parte degli erroracci per far fare al lettore il giro che lui voleva. Non è bello. Verso la fine lo ammette anche tra le righe, anche se non ha il coraggio di dire che i primi due capitoli sono in buona parte fregnacce e se ne esce con “è preistoria” con il consiglio di non rileggere quel testo.

Baricco è un filosofo: quindi per lui il Game ha una filosofia sottostante. Io non sono filosofo e anzi sono sempre stato una capra in filosofia: però non mi bevo il suo professarsi cartesiano con tanto di esempi, e preferisco fermarmi alla lettera. Il Game è Movimento — lo dice lui — quindi è eracliteo. Il problema è che se si parte da questo assunto occorre portarlo avanti coerentemente, cosa che Baricco del resto fa. Questo va benissimo quando concludi che la caratteristica fondamentale di questi “oltremondi” digitali sia la velocità e la leggerezza, che fanno portare a galla l’essenza delle cose anziché nasconderla in fondo come fa il nostro mondo analogico. (“Analogico” e “digitale” sono traduzioni mie, Baricco non usa mai questa terminologia, e anche questo secondo me è un segno: vuole spostare il terreno di gioco, e per farlo coglie una caratteristica diversa da quella tipicamente usata. Ottima mossa, perché costringe il lettore a rivedere tutti i suoi pre-giudizi). Questo però va molto meno bene quando decide di rinominare la post-verità “verità-veloce”, definendola come «una verità che per salire alla superficie del mondo — cioè per diventare comprensibile ai piú e per essere rilevata dall’attenzione della gente — si ridisegna in modo aerodinamico perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando però in sintesi e velocità». Baricco scrive molto meglio di me, ma il concetto è lo stesso che ho scritto nel capoverso precedente: «una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda». L’esempio che fa, quello dei “vinili che hanno venduto più del digitale”, è paradigmatico: usa varie pagine per mostrare come quell’affermazione sia l’equivalente delle barzellette su Radio Erevan, perché quello che è successo è che nel Regno Unito in una specifica settimana le vendite di vinile hanno superato il fatturato della pubblicità collegata al download gratuito in digitale, e conclude che sì, la frase non rappresenta i fatti, ma permette però di scoprire tante cose. Palle. Le cose le scopri solo se stai ancora pensando come una persona pre-Game e vai a sfrucugliare. Anche la sua affermazione che in fin dei conti il termine “post-truth” esisteva già nei casi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e nel doping di Armstrong non funziona: nel secondo caso non è nemmeno post-verità ma semplice negazione, e ai tempi della scenetta di Colin Powell il termine era stato usato una sola volta dieci anni prima in un libro che non era stato filato praticamente da nessuno. (Il secondo libro, che aveva anche il termine nel titolo, uscì l’anno successivo, e fu comunque filato poco).

Questa difesa baricchiana della post-verità, che funziona indipendentemente dai fatti, ha ovviamente una sua origine ben precisa, che si riassume in una parola: narrazione. (“Storytelling”, se siete molto anglofoni. Però questo è uno dei pochi casi in cui il termine italiano è riuscito a mantenere una certa qual forza). Baricco è un campione di narrazione, per negarlo occorre avere davvero una bella faccia tosta. Ha anche ragione quando afferma che non è necessario partire dai fatti per ottenere una bella narrazione: millenni di epica dovrebbero averlo reso chiaro. Però non può incrociare i flussi e applicare al mondo gli stessi schemi di un oltremondo ante litteram qual è la narrativa! Ok, l’ha fatto, e sono ragionevolmente certo che giocasse sul fatto che non se ne sarebbe accorto nessuno, né tra i suoi fan che si sarebbero bevuti tutto né tra i detrattori che invece l’avrebbero stroncato a priori e quindi senza un vero confronto sul testo. Ecco: forse questa sì che è verità-veloce!

Un’ultima nota, tecnica ma anche personale. Baricco ha cinque anni più di me, quindi siamo praticamente della stessa generazione. Però abbiamo vissuto una vita diversissima. È vero che io non sono un nativo digitale, ma sono attaccato a una tastiera da quando avevo quindici anni: faccio quasi parte del gruppo dei pionieri del digitale — attenzione: non dell’élite di cui lui parla: al più, esagerando, dei tecnici nascosti dietro le quinte . Baricco ha fatto un bel lavoro per entrare “da vecchio” nell’oltremondo: ma qualcosa rimane sempre. Ho sorriso quando ho letto «È la postura in cui sto scrivendo questo libro. [Non quella in cui, probabilmente, lo state leggendo: onore al libro cartaceo, che ancora resiste a qualsiasi mutazione].» Stavo naturalmente leggendo il libro nella postura uomo-schermo, quello del furbofono dove ho la copia in formato ePub. Possiamo poi dibattere se la versione elettronica di questo libro sia o no una mutazione e se le note che ho preso sullo smartphone siano la stessa cosa di quelle che una volta si scrivevano a matita sulle pagine: però quell’inciso è la prova che forse non tutto è ancora così liscio come lui cerca di convincerci…

È sempre colpa di Wikipedia

10:58, Thursday, 16 2019 May UTC

Per esempio, Wikipedia non spiega che informazione e conoscenza sono due cose distinte.

Informazione e conoscenza non sono necessariamente correlate (da https://en.wikipedia.org/wiki/File:DIKW_(1).png )

Grazie (?) ad Antonio Pavolini ho scoperto questo articolo di Linkiesta: «La generazione Wikipedia è ignorante. E vota politici ignoranti». Occhei: solito titolo acchiappaclic che poi viene declinato nel corpo dell’articolo con l’ormai onnipresente effetto Dunning-Kruger e la citazione di Wikipedia come simbolo del male. Di per sé nulla per cui varrebbe la pena passare una mezz’oretta a scrivere un commento, nemmeno per rimarcare come con ogni probabilità la gente non guardi nemmeno Wikipedia per farsi la propria opinione totale definitiva, ma prenda qualcosa di orecchiato qua e là. Come dicevo sopra, la parola “Wikipedia” è semplicemente usata come acchiappaclic.

C’è però un passaggio dell’articolo che a mio parere è molto più interessante per comprendere come l’intelligencija si ponga davanti alla cultura. Cito:

Sono questi gli effetti, anch’essi paradossali, dell’età dei social e di Wikipedia. La disponibilità immediata di informazioni a vantaggio di chiunque non ha portato, come si credeva, a un generale accrescimento della cultura e della capacità critica. Al contrario, ha favorito il conformismo e la chiusura intellettuale e ha reso disponibile non una conoscenza diffusa ma una nociva infarinatura un tanto al kilo.

Ecco. Una frase come quella mostra un fraintendimento tipico, di cui ho scritto con Paolo Artuso nel nostro Scimmie digitali. Perché mai avere più informazione dovrebbe portare a una maggiore cultura? Se la cosa vi pare sensata, provate a pensare alla quantità di informazione contenuta nei computer. Direste forse che essi siano acculturati? La piramide DIKW spiega molto bene il concetto. La conoscenza si basa sull’informazione, ma è separata da essa. Le informazioni sono i mattoni che noi dobbiamo prendere e assemblare per formare la nostra “casa della conoscenza”, più o meno sgarrupata a seconda delle nostre capacità e del materiale che troviamo. Ma i mattoni da soli non bastano: come minimo ci vuole della malta per tenerli insieme. Fuori di metafora, la malta è la nostra materia grigia che deve essere messa in moto per comprendere le informazioni che vediamo, confrontandole magari tra di loro per avere un’idea di quali probabilmente sono errate — per tutta una serie di ragioni, dal basarsi su dati errati all’essere state create apposta per confondere. Naturalmente azionare la materia grigia è sempre un’operazione costosa: semplicemente un tempo si tendeva a essere conformisti seguendo quello che diceva il prete o il segretario del partito, mentre adesso ci sono più conformismi tra i quali scegliere… no, il verbo “scegliere” non funziona bene, perché richiede comunque fatica. Meglio “prenderne uno”.

Quello che forse potremmo dire è un’altra cosa: che la generazione Wikipedia pensa di dover avere una propria opinione su tutto, cosa che in effetti in passato non capitava, o almeno non capitava pubblicamente. Ma anche su questo io ho dei dubbi. Mi pare che più che esprimere opinioni ci si limiti a rilanciare pedissequamente quello che si trova in giro e piace, dai gattini agli insulti contro Laura Boldrini, dalle frasi leziose in stile Baci Perugina alla foto della prima pagina del libro su Matteo Salvini. Non parlerei nemmeno di infarinatura di conoscenza, insomma: non si sta superando il livello “conoscenza”. Io sono pessimista e temo che dovremo convivere con questo nuovo modo di agire, ma in ogni caso la disponibilità o meno di informazioni è irrilevante in questo contesto. Cultura capacità critica, se proprio le volete, ve le dovete gestire da voi.

P.S.: L’articolo originale di Justin Kruger e David Dunning è del 1999: prima che nascesse Wikipedia, ma soprattutto prima che Internet diventasse così pervasiva. Non diamo proprio tutte le colpe alla rete.