Mentre cresce l’attesa per la premiazione nazionale di Wiki Loves Monuments Italia 2019, che si svolgerà sabato 23 novembre a Torino, i concorsi speciali e locali legati all’ottava edizione di WLM iniziano a “svelare” i loro scatti migliori: dopo Wiki Loves Valle del Primo Presepe, sabato 9 novembre è stata la volta di Wiki Loves Basilicata.

Nella splendida cornice del Museo Archeologico Provinciale di Potenza, i partner istituzionali e gli sponsor del concorso locale – APT Basilicata, Unione Pro Loco Basilicata, Rete dei Borghi Eccellenti Lucani, Cantina di Barile, Volo dell’Angelo, Ivy Tour e Basilicata Gusto – hanno incoronato le cinque foto vincitrici dell’edizione 2019 della competizione lucana, promossa anche quest’anno con grande entusiasmo e passione dal nostro socio Luigi Catalani e dallo staff di Basilicata Wiki.

Sul podio quest’anno uno scatto realizzato da Michele Luongo che ritrae Castello Caracciolo, l’affascinante rocca medievale che sovrasta Brienza, nel potentino: “La mattina in cui ho realizzato lo scatto” ci ha raccontato Luongo “Sono stato letteralmente rapito dalla luce, che metteva in evidenza tutta la poesia di quel luogo magico che è l’antico borgo della città, custode, come tanti altri paesi lucani, di una storia antica che merita di essere conosciuta”.

Ci spostiamo in provincia di Matera per la medaglia d’argento, con la fotografia realizzata da Sonia Mariapia Sacco che ritrae la Torre Normanna di Tricarico nel bel mezzo di una forte tempesta: “Lo scatto è nato in una serata calma, senza pioggia, ma con un cielo squarciato dai fulmini che illuminavano la città: ho colto l’attimo!” ci ha detto Sonia Mariapia “La fotografia è una passione che mi è stata trasmessa da mio padre. La recente adesione del Comune di Tricarico mi ha spinta a partecipare a Wiki Loves Monuments e mi ha dato l’opportunità di unire questo mio interesse per la fotografia paesaggistica alla promozione del nostro ricco patrimonio culturale”.

Il terzo gradino del podio ci fa tornare in provincia di Potenza, con una magica veduta di Castelmezzano innevata realizzata da Paolo Santarsiero, che ci racconta “La sera in cui realizzai lo scatto la temperatura era scesa sotto i -10°, il cielo era terso e puntellato di stelle e l’abitato di Castelmezzano, da quella posizione, spuntava tra le rocce innevate come una lunga brace di tizzoni ardenti: dopo lo scatto sono rimasto diversi minuti in contemplazione. Grazie a Wiki Loves Monuments ho avuto l’opportunità di condividere con tantissime persone questa visione”. È di Potenza anche lo scatto che si è classificato quarto, realizzato al Castello Fittipaldi-Antinori di Brindisi Montagna da Sergio Manicone: “Guardando il castello si rimane incantati dalla sua bellezza ed è come tornare indietro nel tempo immergendosi nel fascino dell’epoca medievale”.

La classifica chiude in bellezza con una fotografia scattata all’alba alle Tavole Palatine di Metaponto da Roberto Strafella, che commenta con grande senso poetico: “Volevo realizzare uno scatto che ritraesse questa antica testimonianza di un glorioso passato vissuto dalla Lucania nel momento in cui il buio della notte con la bellezza della luna piena cede la scena ai primi colori del giorno: l’eterno alternarsi di un tempo senza fine e senza confini”.

Le cinque foto vincitrici di Wiki Loves Basilicata saranno esposte fino al 7 dicembre 2019 al Museo archeologico di Potenza in una mostra inaugurata proprio in occasione della premiazione, che raccoglie anche i 20 scatti più belli dell’edizione nazionale 2018 del concorso. A questo link orari e indicazioni per visitare l’esposizione: da non perdere!

Nell’immagine: lo scatto di Michele Luongo che si è classificato al primo posto per Wiki Loves Basilicata 2019, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

lì naturalmente deve chiedere a coloro che l’hanno pagata. Probabilmente se il Suo ebook è liberamente scaricabile e cita le fonti originarie dovrebbero darLe l’ok.

Lei è una persona malvagia dentro (certo che se vuole può fare l’ebook, mica ha lasciato una licenza esclusiva a Medium)

Titolisti vil razza dannata – reprise

03:04, Tuesday, 12 2019 November UTC

Ieri è stata pubblicata sul Giornale un’inchiesta riguardo a Wikipedia. (Che io sappia, non c’è un link, dovete fidarvi), con interviste al vostro affezionato titolare e a Frieda. Il testo dell’intervista riporta correttamente le nostre affermazioni, ve lo anticipo subito: il titolo no, come già successo altrove. Non mi lamento tanto della frase “L’enciclopedia del mondo è già vecchia”, dove la scelta del termine è ovviamente legata al punto di vista del quotidiano, ma al catenaccio che dice “Calano gli autori – l’aggiornamento dei testi è più lento e meno frequente”. Le statistiche di Wikipedia sono pubbliche. Nella figura vedete quella relativa agli editor attivi, mentre per le pagine modificate potete andare qui. È indubbio che dal 2013 al 2014 c’è stato un calo di contributori; ma da lì in poi il loro numero è rimasto costante, con fluttuazioni legate al mese dell’anno. Possiamo dire che il numero è “stagnante” come nel testo (di nuovo: la scelta dei termini non è mai neutra, ma non ho il diritto di sindacare) ma non certo in calo. Lo stesso per le modifiche: un matematico rompipalle come me può affermare che avere un numero stabile di modifiche e un numero crescente di pagine significa che si fanno meno modifiche per singola voce, ma lì si entra in un terreno più complicato, perché ci sono voci che naturalmente richiedono sempre meno modifiche man mano che si assestano. Quello che continuo a chiedermi è che cosa ci guadagnano i titolisti a scrivere qualcosa che poi viene smentito nel corpo dell’articolo…

Ah, il catenaccio termina con “L’utopia del sapere cooperativo è entrata in crisi” che è tecnicamente corretto ma un po’ fuori contesto; ha più senso unito alla mia frase “siamo una riserva indiana”. In pratica, la Rete di trent’anni fa non esiste più, e si viaggia verso l’individualismo e la ricerca affannosa di like personali; da qui la crisi del sapere cooperativo, che però è da misurarsi rispetto al totale degli utenti e non nei numeri assoluti che per l’appunto restano costanti. Riconosco però che questo concetto non si può certo riassumere in poche parole, quindi non mi preoccupo più di tanto!

Prendete subito la vostra agenda e appuntate questa data, sabato 23 novembre, e la città di Torino. Perché? Il motivo è semplice: vi proponiamo di trascorrere un’intera giornata insieme a noi, per scoprire i vincitori di Wiki Loves Monuments 2019 e per la nostra tradizionale assemblea autunnale, in cui si discuterà dei piani dell’associazione per il 2020.

Il programma è fitto, dunque fate attenzione: si inizia la mattina alle 9:30 presso la Sala Consiglieri di Palazzo Cisterna, dove si svolgerà la premiazione nazionale della ottava edizione italiana della grande competizione fotografica Wiki Loves Monuments e un convegno sulla libertà di panorama, tema centrale per il concorso in Italia.

Nello splendido edificio storico, dove saremo ospitati grazie al patrocinio della Città Metropolitana e del Comune di Torino, finalmente sveleremo al pubblico i dieci scatti selezionati quest’anno dalla Giuria di Wiki Loves Monuments. Ma non solo!

La premiazione sarà anche occasione per noi di confrontarci con ospiti speciali (che vi sveleremo prestissimo!) su un argomento che ci sta particolarmente a cuore e che nel nostro Paese ha una particolare rilevanza per Wiki Loves Monuments: la libertà di panorama.

La libertà di panorama è un’eccezione al diritto d’autore che ancora oggi in Italia non è prevista e che impedisce di pubblicare con licenza libera scatti realizzati “sulla pubblica via”, cosa che, insieme agli altri vincoli normativi imposti dal nostro ordinamento, rende particolarmente difficoltosa la realizzazione del concorso nel nostro Paese.

È questa la ragione per cui ogni anno i volontari e lo staff di Wikimedia Italia svolgono un lavoro certosino per contattare ogni pubblica amministrazione, ogni diocesi, ogni ente del nostro Paese che ha in consegna ciascun monumento per farsi accordare un’autorizzazione a fotografare e pubblicare con licenza libera sui progetti Wikimedia i beni culturali.

Inoltre, l’associazione da anni dialoga con le istituzioni per abbattere queste limitazioni e poter più facilmente valorizzare sui progetti Wikimedia le bellezze del nostro patrimonio culturale, consentendo a tutto il mondo di poterle liberamente ammirare.

Il convegno e la cerimonia di premiazione termineranno alle 12:30, ma non la nostra giornata wikimediana, che proseguirà presso la Casa del quartiere in via Morgari 14 alle 14:30 con l’assemblea dei soci di Wikimedia Italia.

In questa assemblea autunnale parleremo soprattutto…del futuro: il Direttivo dell’associazione presenterà infatti ai soci il piano delle attività e il bilancio preventivo per l’anno 2020, raccogliendo commenti e spunti utili da parte dei membri dell’associazione. 

Come sempre, vi ricordiamo che la nostra assemblea è aperta a tutti anche se solamente i soci in regola con la propria quota hanno diritto di voto sulle decisioni.

Avete appuntato tutto? Ora non dimenticate di iscrivervi agli eventi! Per la premiazione di Wiki Loves Monuments potete farlo qui, mentre per l’assemblea di Wikimedia Italia le registrazioni vengono raccolte in questa pagina (accessibile solo ai soci WMI).
Vi aspettiamo!

Nell’immagine: L’assemblea straordinaria dei soci Wikimedia Italia, che si è svolta a Milano a giugno 2019. Di Settimioma, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

La cittadinanza digitale si impara a scuola

09:17, Tuesday, 05 2019 November UTC

Utilizzare Wikipedia, OpenStreetMap e i progetti collaborativi come strumento didattico a scuola: perché farlo? Che vantaggi può avere per docenti e studenti? Mentre stanno per cominciare i nostri corsi formativi riconosciuti dal MIUR per i docenti di scuola secondaria di primo e secondo grado,  abbiamo intervistato un’insegnante, Roberta Reginato, che già da diversi anni promuove la conoscenza dei progetti Wikimedia nella sua scuola, il Liceo G. Marconi di Conegliano, in provincia di Treviso.

Buongiorno Roberta, ha voglia di raccontarci come è nata l’idea di inserire un approfondimento su Wikipedia all’interno delle attività per il Safer Internet Day nel vostro Liceo?

Ho una formazione umanistica e mi appassionano gli studi sulla comunicazione, per questo nella mia attività didattica ho sempre cercato di dare spazio all’educazione ai media. Ritengo infatti che i libri siano uno strumento fondamentale per la didattica, tuttavia – per educare i ragazzi al senso critico e alla libertà di pensiero – credo oggi sia necessario anche istruirli e guidarli alla comprensione e all’uso dei nuovi linguaggi multimediali: dal cinema, al giornalismo, alla pubblicità. 

Con il crescente sviluppo della Rete è stato per me naturale (e appassionante!) progettare nuovi percorsi didattici che conducessero all’acquisizione di competenze digitali, come richiesto dall’Unione europea: una decina di anni fa ho dunque assunto il ruolo di funzione strumentale per la didattica con le TIC (tecnologie dell’informazione e comunicazione) e ora, al Liceo Marconi, sono referente d’istituto per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo e la cittadinanza digitale.

Il tema della sicurezza online è centrale per la tutela dei minori e altrettanto centrale – in particolare nel percorso liceale – è la capacità di ricercare, analizzare e verificare criticamente le informazioni sia offline che online, sviluppando sia l’attitudine a condividerle appropriatamente nel rispetto del diritto d’autore e della netiquette sia la capacità di fare fact checking e riconoscere le potenziali fake news. 

Sono queste le ragioni per cui tra le attività programmate per il nostro Safer Internet Day ho incluso l’incontro con un esperto wikimediano per approfondire la storia, le caratteristiche e le modalità di contribuzione alla più grande enciclopedia libera e collaborativa al mondo.

A suo avviso, perché oggi ha senso portare le piattaforme collaborative a scuola? I progetti Wikimedia possono avere un ruolo nell’educazione alla cittadinanza digitale?

Viviamo nella cosiddetta società della conoscenza, un’epoca in cui il sapere accessibile a tutti è lo strumento più potente di progresso e di democrazia. 

In base al framework europeo Dig Comp 2.1, la scuola ha il compito di stimolare cinque aree che descrivono le competenze di base dei cittadini, tra cui l’alfabetizzazione su informazioni e dati, la collaborazione e comunicazione e la creazione di contenuti digitali

Per fare questo, è necessario e imprescindibile predisporre ambienti di apprendimento dinamici e introdurre nuove metodologie attive, che permettano agli studenti di applicare le specifiche abilità in contesti reali. 

La didattica basata sui progetti Wikimedia rappresenta una risposta a questa esigenza, con attività di tipo laboratoriale in cui gli studenti, revisionando o creando nuove voci dell’enciclopedia libera o lavorando sugli altri progetti collaborativi, sperimentano l’applicazione di un metodo rigoroso, basato sulla citazione di fonti autorevoli, e toccano con mano l’importanza di agire eticamente e con responsabilità.

Ai docenti che ancora nutrono perplessità in merito a Wikipedia, cosa può raccontare per fargli cambiare idea?

Le perplessità della scuola rispetto a Wikipedia nascono dal fatto che gli studenti, quando fanno una ricerca online, si fermano in genere ai primi risultati dei motori di ricerca e dunque alle voci di Wikipedia, spesso senza controllare la bibliografia o verificare quanto i contenuti siano approfonditi o corretti.

Questi comportamenti, che denotano mancanza di metodo e di consapevolezza nella ricerca documentale, spesso spingono i docenti a disincentivare l’uso di WIkipedia senza fornire adeguate motivazioni.

In realtà penso stia a noi docenti insegnare le basi dell’information literacy, non tanto vietando l’uso di Wikipedia, ma piuttosto spiegando quando può essere utile consultare l’enciclopedia libera e come utilizzarla, per non cadere nel plagio o nella violazione dei diritti d’autore. 

Sono queste competenze che noi docenti per primi dobbiamo sviluppare, attraverso una formazione mirata e permanente, integrando l’insegnamento delle nostre discipline con l’apprendimento di un corretto metodo di studio, offline e online.

A breve partiranno le nostre iniziative formative riconosciute dal MIUR dedicate ai docenti: se le chiedessimo di motivare i suoi colleghi a partecipare, che cosa direbbe loro?

Partecipare ai corsi può essere un’ottima occasione per apprendere o approfondire le competenze di cui parlavo sopra e utilizzarle per introdurre una didattica laboratoriale nelle proprie classi, con la soddisfazione di contribuire realmente ad una grande comunità globale che si impegna a diffondere conoscenza libera in rete.

Grazie Roberta!

Nell’immagine: Libro o computer? Studentesse al lavoro! Di Ziko-C, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

“Un’esperienza che non dimenticherò” è così che Alice Vitali nella sua relazione conclusiva descrive i suoi dieci giorni in Armenia al WikiCamp estivo organizzato da Wikimedia Armenia, a cui ha potuto partecipare grazie a una borsa di partecipazione messa a disposizione da Wikimedia Italia.
Alice, studentessa universitaria che ha da poco iniziato il secondo anno di Informatica Umanistica a Pisa, ha appreso dell’esistenza dei WikiCamp in occasione di un’editathon in Toscana dove ha incontrato Luca Landucci, nostro socio di recente entrato a fare parte del Direttivo di Wikimedia Italia.
Alice ci racconta “devo dire che il mio primo pensiero è stato: darei qualsiasi cosa per andare in Armenia e lì scrivere su Wikipedia insieme a tanti ragazzi della mia età. Speriamo questo sogno diventi realtà, anche se mi sembra impossibile”…E invece il sogno è davvero diventato realtà e l’1 luglio Alice si è ritrovata su un volo diretto a Yerevan, dove la attendeva Susanna Mkrtchyan, fondatrice e presidente di Wikimedia Armenia.

Il Camp, in cui erano coinvolti più di 80 ragazzi dai 15 ai 19 anni provenienti quasi esclusivamente dall’Armenia e dalla Georgia, si è svolto a Tsaghkadzor, una località di montagna a meno di un’ora di distanza da Yerevan: “il viaggio in pullman per raggiungere la città è stato un po’ un trauma” racconta Alice “in molti già si conoscevano, quindi parlavano e cantavano a squarciagola canzoni tradizionali armene…E io mi sono sentita un po’ un pesce fuor d’acqua. Ma poi, nei giorni successivi è stato tutto in discesa: io mi sono sciolta, i ragazzi anche, e verso la fine parlavo perfino con chi non capiva una parola di inglese, a suon di gesti e sorrisi o urlando “targman!” (“traduttore!” in armeno) per richiedere supporto. Mi sono sentita accolta in una maniera incredibile da questi ragazzi così fieri ed entusiasti di essere stati selezionati per partecipare al Camp, così volenterosi, competitivi addirittura, così fieri del proprio Paese, della propria storia, delle proprie tradizioni. E anche così interessati a capire meglio me, quella italiana che risultava quasi pittoresca in un contesto del genere”.

Durante i dieci giorni di Camp i ragazzi si sono dedicati alla scrittura su Wikipedia, guidati dagli esperti di Wikimedia Armenia che li hanno seguiti passo per passo nel loro lavoro di stesura o traduzione di voci su argomenti a scelta: “quello che mi ha colpito” ci ha raccontato Alice “è stata la serietà di tutti i ragazzi, a prescindere dall’età: non si perdeva tempo, non ci si distraeva. Ognuno faceva il suo lavoro col sorriso e con tanta buona volontà, sentendosi fortunato per il semplice fatto di avere l’opportunità di partecipare ad un’iniziativa del genere”.

Non sono mancati i momenti ludici: ogni pomeriggio e ogni sera, dopo cena, ai ragazzi venivano proposte attività sportive o ricreative, da competizioni di logica, a tornei di ping pong e tiro alla fune, fino ad arrivare a una simulazione di combattimento corpo a corpo tenuta dai militari dell’esercito armeno . 

“Addirittura, alcune sere arrivava al Camp una cantante armena dell’Opera che, in mio onore” ci ha raccontato Alice ha fatto imparare a tutti i ragazzi la canzone “L’italiano” di Toto Cutugno. Non potete immaginare che risate mi sono fatta a sentire cantare a squarciagola 80 ragazzi armeni: “Sono un italiano, un italiano vero”.

“Il Camp è stato per me indimenticabile” conclude Alice In soli dieci giorni siamo riusciti ad instaurare un legame incredibile, il tutto a partire dalla scrittura su Wikipedia. Scrivere sull’enciclopedia libera mi ha dato la possibilità di imparare tante cose sugli argomenti più disparati e grazie a questa esperienza, oltre alla conoscenza di un sacco di nozioni, sono riuscita a portarmi a casa anche tanti nuovi amici.”

Grazie Alice di averci fatto vivere questa avventura con te! 

Nell’immagine: Alice Vitali al WikiCamp in Armenia. Foto di Sargis Ghazaryan, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Potenza, gli scatti di Wiki Loves in mostra al Museo

09:50, Wednesday, 30 2019 October UTC

Mentre attendiamo di conoscere i vincitori dell’edizione 2019 di Wiki Loves Monuments, la mostra delle fotografie premiate nel 2018 giunge alla penultima tappa del suo tour in Italia: lasciata San Quirico D’Orcia, gli splendidi scatti che ritraggono i nostri beni culturali raggiungono la città di Potenza.

Dopo essere state ospitate al Castello, in biblioteca e in un palazzo nobiliare le fotografie saranno questa volta esposte nelle sale del Museo archeologico provinciale di Potenza con una selezione ancora più ricca, che comprenderà anche gli scatti premiati per l’edizione 2019 del concorso locale Wiki Loves Basilicata.

Si tratterà di una “prima” assoluta: i vincitori del concorso regionale saranno infatti svelati sabato 9 novembre alle ore 18, nell’ambito della cerimonia di inaugurazione della mostra e premiazione del contest locale, che in questi anni ha raggiunto un’ampia partecipazione da parte dei cittadini e tantissima visibilità sul territorio.

Grazie agli sforzi del nostro socio Luigi Catalani e dello staff di Basilicata wiki, seguiti da una entusiasta risposta a livello locale, i comuni coinvolti nel concorso dal 2016 a oggi sono infatti passati da 6 a 80, i fotografi partecipanti da 47 a 110 e gli scatti raccolti da poco più di 700 a oltre 2500.

Sabato 9 novembre sarà dunque l’occasione per festeggiare questi ottimi risultati insieme a chi ha preso parte al concorso e a chi ha supportato l’edizione 2019, come APT Basilicata, Unione Pro Loco Basilicata, BEL Borghi Eccellenti Lucani, Cantina di Barile, Ivy Tour e Il Volo dell’Angelo.

All’evento saranno inoltre presenti i giurati che insieme a Luigi Catalani hanno selezionato e premieranno gli scatti vincitori: la curatrice Piera De Marca, i fotografi Carla Di Camillo e Nicola Figliuolo, la critica d’arte Fiorella Fiore, la blogger Caterina Policaro e la digital media manager Annalisa Romeo insieme a Luigi Zotta di ICOM Italia, Pietro L’Annunziata per FIAF e Gianni Lacorazza per APT Basilicata.

Vi consigliamo di non perdere questa “grande festa”, ma per chi proprio non potrà esserci vi segnaliamo che – prima di raggiungere la Puglia – la mostra resterà a Potenza fino a sabato 7 dicembre e sarà accessibile gratuitamente il martedì dalle 9.00 alle 13.00 e dal mercoledì al sabato dalle ore 9:00 alle 13:00 dalle ore 16:00 alle 19:00.

Le meraviglie d’Italia (e della Basilicata) vi aspettano!

Nell’immagine: Il Rione Dirupo di Pisticci (MT), la foto di Cinzia Astorino terza classificata per Wiki Loves Basilicata 2018, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

La nostra Giuria ha scelto: chi saranno i magnifici dieci?

09:48, Wednesday, 30 2019 October UTC

È giunto il tempo del verdetto per i partecipanti all’ottava edizione in Italia di Wiki Loves Monuments: la Giuria nazionale del concorso si è riunita a BASE Milano lunedì 28 ottobre per scegliere i dieci scatti migliori tra le tantissime fotografie raccolte quest’anno nel nostro Paese.
I quattro fotografi professionisti Settimio Benedusi, Pietro Baroni, Marianna Santoni e Lino Aldi, insieme agli esperti wikimediani Gianfranco Buttu e Alexandre Albore, hanno analizzato con grande attenzione la selezione di 131 scatti identificati come finalisti dalla pre-giuria di quest’anno, composta da oltre 40 volontari.
Come sono stati scelti i finalisti? È stato complesso ma non troppo, grazie allo strumento Montage, sviluppato dai volontari della comunità di Wikimedia Commons, che ha reso molto più semplici i lavori della pre-giuria.
Dopo aver eliminato con cura le immagini tagliate o fuori fuoco, quelle che contenevano una filigrana o watermark e tutte quelle che non ritraevano monumenti autorizzati per l’edizione 2019 di WLM in Italia, i pre-giurati hanno votato le fotografie rimaste attribuendo loro un punteggio: ogni immagine è stata votata da almeno sei pre-giurati e solo le fotografie che hanno raggiunto un voto maggiore o uguale al 7,5 sono passate alla fase finale.
“La qualità delle fotografie quest’anno è piuttosto buona” – hanno commentato i nostri giurati nazionali – “Gli scatti arrivati in finale sono caratterizzati da un ottimo utilizzo delle linee e della simmetria, mentre c’è ancora tanto lavoro da fare sul colore: è un peccato che diverse immagini siano state eccessivamente ritoccate e che i fotografi non abbiano scelto di sfruttare la luce naturale”. Per contro, pare vivere una fase di appassionata ricerca il bianco e nero, di cui anche quest’anno la Giuria ha ricevuto in valutazione esemplari interessantissimi e irresistibilmente attraenti.
La scelta dei “magnifici dieci” è stata molto complessa e ha messo alla prova la Giuria, che ha dovuto soffermarsi a riflettere su molte delle immagini, per capire quanto privilegiare l’estetica, quanto il rigore formale e quanto il contenuto informativo, che comprende la possibilità di utilizzo su Wikipedia.
Ora la decisione è stata presa e non vediamo l’ora di condividerla con tutti voi: entro la fine di novembre, nell’ambito della cerimonia di premiazione di Wiki Loves Monuments 2019 in Italia, potremo finalmente annunciare i vincitori.
A breve vi daremo maggiori dettagli sull’evento, continuate a seguirci sul nostro blog e sui nostri canali social!

Nell’immagine: Quattro membri della Giuria Nazionale di WLM 2019 in Italia e la project manager di Wikimedia Italia Marta Arosio. Da sinistra, Settimio Benedusi, Marta Arosio, Alexandre Albore, Lino Aldi e Pietro Baroni. Foto di Settimio Benedusi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Con un ultimo meeting di raccordo a Bruxelles si conclude oggi, mercoledì 23 ottobre, il progetto V-IOLA, l’attività finanziata dall’Unione europea che negli ultimi 19 mesi ci ha visti impegnati al fianco del Dipartimento di Protezione Civile (DPC), Fondazione CIMA, Croce Rossa Italiana, Rumena e Montenegrina e altri importanti partner in una serie di appuntamenti mirati a studiare e migliorare i processi di attivazione di volontari online per ridurre i rischi ambientali/umanitari e meglio coordinare le operazioni di soccorso.

Il nostro contributo al percorso, che è stato seguito in tutte le sue fasi dal nostro ex-project manager e attivo contributore OpenStreetMap Alessandro Palmas, è derivato soprattutto dalla condivisione delle procedure di attivazione e coordinamento già sviluppate dalla comunità OSM: i volontari della “Wikipedia delle mappe” hanno infatti più volte supportato le procedure di soccorso mappando zone colpite da calamità, come è successo ad esempio nell’estate del 2016 durante il terremoto in Centro Italia.

“Sin dal primo appuntamento operativo” ci ha raccontato Alessandro  “Abbiamo mostrato ai  soggetti coinvolti nel progetto la velocità e semplicità d’uso di applicazioni come OsmAnd, Geopaparazzi, Mapillary e Fieldpapers, che consentono facilmente la raccolta di dati da parte dei volontari sul campo, che potranno poi essere registrati sulla mappa libera in tempo reale da risorse attivate online.  L’1% sul campo e il 99% da remoto è stato il nostro motto in tutte le esercitazioni pratiche che abbiamo condotto con i partner nell’ambito del progetto”.

Diversi test operativi si sono svolti tra la Serbia e il Montenegro (di alcuni avevamo parlato qui), aree di competenza del progetto, ma gli appuntamenti più partecipati sono stati quelli che si sono svolti a gennaio 2019 a Savona presso la sede di Fondazione CIMA e a settembre 2019 a Finale Emilia (MO) presso il Campo regionale di addestramento e formazione della Croce Rossa Italiana, che hanno coinvolto circa 40 persone.

“Aver partecipato a V-IOLA è stata un’ottima occasione per Wikimedia Italia e per OpenStreetMap, che diventa un progetto sempre più conosciuto e utilizzato da soggetti chiave come la Protezione Civile o la Croce Rossa” ci ha detto Alessandro Palmas  “Ad esempio, abbiamo saputo da un funzionario della CRI che nelle operazioni di rilevamento dei danni in seguito al ciclone Idai in Mozambico l’organizzazione ha utilizzato di Mapillary come sistema di documentazione. Mi auguro che sistemi come questo siano utilizzati in modo crescente anche in Italia, dove Wikimedia Italia e la comunità italiana di OSM sono sempre pronti ad attivarsi e ad avviare sinergie.”   

Nell’immagine: Workshop a Belgrado nell’ambito del progetto V-IOLA. Di Alessandro Palmas, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Maratona OpenStreetMap a Torino, con la cultura…si mappa!

10:18, Wednesday, 23 2019 October UTC

Venerdì 4 ottobre la Sala Principi d’Acaja dell’Università degli Studi di Torino ha ospitato la terza edizione del Torino Mapping Party, la maratona di raccolta e caricamento di dati su OpenStreetMap promossa da Wikimedia Italia, 5T e ITHACA – con il patrocinio della Città di Torino.

Anche quest’anno l’evento ha registrato il tutto esaurito, con 40 persone coinvolte nelle attività di mappatura, “novellini” ed esperti, che hanno apportato complessivamente più di 3.300 modifiche al grande database libero, inserendo informazioni relative ai principali musei cittadini.

L’edizione 2019 dell’iniziativa – a cui ha partecipato anche il nostro coordinatore OSM per il Piemonte, Marco Brancolini – si è infatti concentrata sulla raccolta di dati relativi all’accessibilità dei luoghi della cultura e ha visto coinvolti tre importanti poli culturali del capoluogo piemontese, che hanno accettato di ospitare i mappatori e condividere dettagli sulle loro strutture: il Museo Egizio, il Museo Nazionale del Cinema e i Musei Reali.

Grazie a questa importante collaborazione, i partecipanti all’evento hanno potuto svolgere attività di mapping outdoor, registrando su OpenStreetMap informazioni per chi desidera raggiungere i musei cittadini – attraversamenti pedonali, parcheggi per i disabili, rampe e semafori (indicando se sono dotati o meno di segnalazione acustica) – ma anche di mappatura indoor degli spazi museali, primo caso in Italia.

Muniti di cellulari, rilevatori GPS e fogli Fieldpapers i mappatori “all’aria aperta” hanno potuto registrare su OSM circa 8 km di elementi stradali, 9 fermate di bus e oltre 50 elementi puntuali relativi a incroci e attraversamenti pedonali, oltre ad aggiornare più di 260 parametri di accessibilità sulla piattaforma Wheelmap, basata su OSM e dedicata alla registrazione di percorsi più o meno adatti alle persone in sedia a rotelle.

Anche grazie al supporto di mappe e planimetrie fornite dai Musei coinvolti nell’iniziativa, i mappatori indoor hanno invece potuto registrare sulla mappa libera dati relativi alle aree comuni dei diversi poli culturali (servizi, biglietteria, bookshop), alle opere custodite, alle dotazioni di sicurezza (estintori fissi, manichette antincendio) e ai diversi supporti per i visitatori, come mappe e modelli tattili o piante illustrative dei diversi piani. 

Non ci resta che attendere la prossima edizione del Torino Mapping Party….Ovviamente continuando a mappare su OSM per ingannare l’attesa!

Nell’immagine: Foto di gruppo all’edizione 2019 del Torino Mapping Party. Di Andrea Pellegrini, CC BY-NC

L’attesa è finita per i partecipanti a Wiki Loves Valle del Primo Presepe: domenica 20 ottobre la Giuria del concorso – composta dall’Assessore alla Cultura del Comune di Rieti,  il Professor Gianfranco Formichetti, da Mons. Pompili, Vescovo di Rieti e dal nostro socio Gianfranco Buttu – ha annunciato pubblicamente alla presenza di più di 300 persone i nomi dei vincitori della prima edizione della competizione per valorizzare le bellezze della cosiddetta “Valle Santa”.
In cima alla classifica, lo scatto “Sorella Luna” realizzato da Monica Domeniconi, che abbiamo intervistato subito dopo la premiazione.

Eccoci con la nostra vincitrice, raccontaci, come hai conosciuto Wiki Loves Valle del Primo Presepe e cosa ti ha spinto a partecipare al concorso?

Sono venuta a conoscenza del concorso tramite mio papà, che ha partecipato all’evento di presentazione dell’iniziativa a Rieti. Essendo entrambi appassionati di fotografia, dello splendido territorio della Valle Santa e della figura di San Francesco abbiamo pensato che questa fosse l’occasione giusta per noi. E devo dire che non sbagliavamo: io ho vinto l’oro e mio padre, Giuliano Domeniconi, ha conquistato il terzo posto con il suo scatto “Eccomi, in attesa del viandante”.
[NdR: la medaglia d’argento è invece andata allo scatto di Dario Mariantoni realizzato al Santuario della Foresta]

Ti aspettavi di vincere?

Ammetto che non mi aspettavo di trionfare con questa immagine: è una fotografia realizzata in modo estemporaneo con il cellulare e non con la mia macchina reflex con cui di solito scatto. Credo però che la Giuria sia stata colpita più dal “cuore”, dal messaggio che ho voluto dare che dalla tecnica.

In effetti lo scatto coglie un momento molto particolare, raccontaci di più!

Si tratta di una fotografia che ho realizzato a marzo 2017 e sono andata a recuperare appositamente per il concorso. Camminavo per il centro storico in una notte di luna piena e quasi per caso ho visto splendere la luce lunare nella mano della Statua di San Francesco, mentre il chiarore illuminava l’architettura della Cattedrale di Rieti. Non ho voluto perdere l’attimo e ho subito scattato con il mio cellulare, cercando di cogliere la prospettiva migliore per catturare questo istante di comunione tra natura, cultura e spiritualità. 

Il tuo scatto è pubblicato su Wikimedia Commons e ora tutti potranno utilizzarlo: che cosa ne pensi?

Credo questo sia bellissimo e spero che la mia fotografia venga utilizzata da tantissime persone. Sono nata nella Valle Santa e amo il territorio che mi circonda: l’idea che il mio scatto possa aiutare a valorizzare le nostre bellezze mi rende orgogliosa e felice. 

Grazie Monica e ancora complimenti per il tuo scatto!

Nell’immagine: I tre scatti vincitori, realizzati da Monica Domeniconi, Dario Mariantoni e Giuliano Domeniconi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons (link alle foto nel testo dell’articolo)

Wiki Loves Valle del Primo Presepe sta per incoronare il suo vincitore: questa domenica, 20 ottobre, presso la Chiesa San Domenico di Rieti alle 17:30 si svolgerà la premiazione del concorso speciale promosso quest’anno per la prima volta dalla Diocesi, dal Comune di Rieti e dalla Provincia di S.Bonaventura dei Frati Minori in collaborazione con Wikimedia Italia.
“Quando abbiamo deciso di intraprendere questa iniziativa, non ci saremmo mai aspettati di raccogliere ben 470 scatti, raggiungendo un ottimo risultato in termini di partecipazione” ci ha detto il Monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti “Le immagini sono importanti ma lo è ancor di più la partecipazione di tante persone di età differenti che si sono messe in gioco per far conoscere i “tesori” della Valle Santa reatina.”

L’accoglienza verso il concorso da parte della cittadinanza è stata infatti più che positiva: le fotografie raccolte a Rieti da sole rappresentano infatti il 40% degli scatti raccolti quest’anno per Wiki Loves Monuments nell’intera regione Lazio

“La partecipazione alla nostra prima wikigita, che si è svolta sabato 21 settembre, è andata oltre ogni nostra previsione” ci racconta Daniele Sinibaldi, Assessore alle Attività Produttive e Turismo del Comune di Rieti “Ma forse il più bel risultato è stato constatare che i due gruppi che hanno fatto il tour dei monumenti erano costituiti per il novanta per cento da giovani.”.

Un grande numero di fotografi “in erba” ha preso parte alla competizione, comprese anche tre classi dell’istituto comprensivo “Marconi – Sacchetti Sassetti”, alcuni alunni dell’Istituto Magistrale Statale “Elena Principessa di Napoli” e altri studenti della sezione turistica dell’Istituto Tecnico Economico “Luigi di Savoia” che hanno partecipato al concorso nell’ambito di un percorso per le competenze trasversali e per l’orientamento.
“La Valle del Primo Presepe è un progetto nato per far conoscere la storia e il messaggio di Francesco da Rieti in primis a chi ogni giorno calpesta, cura e vive questa terra.” ci ha detto il Mons. Pompili “Il concorso Wiki Loves Valle del Primo Presepe rappresenta una delle tante attività che possono acquisire un valore aggiunto solo se “partecipate” e condivise: bambini, studenti, fotografi professionisti o semplici amanti della fotografia uniti nel nome di Francesco.”

Chi si aggiudicherà il primo premio del concorso? “La foto vincitrice deve saper coniugare l’aspetto estetico-artistico e quello dei contenuti in un ambito, come quello del nostro territorio, che ha caratteristiche ambientali e spirituali particolarmente suggestive.”, ci ha detto l’Assessore alla Cultura del Comune di Rieti, Professor Gianfranco Formichetti, che insieme al Mons. Pompili e al nostro socio Gianfranco Buttu compone la Giuria del concorso speciale.

Le immagini di Wiki Loves Valle del Primo Presepe rimarranno a disposizione di tutti su Wikimedia Commons ma verranno anche utilizzate dalla Diocesi e dal Comune di Rieti, come ci ha detto Daniele Sinibaldi, “Il Comune ha avviato una serie di iniziative finalizzate a creare un’immagine identitaria e il più possibile attraente delle bellezze del nostro territorio: stiamo lavorando al restyling del portale turistico della città Visit Rieti, delle mappe del centro storico e della segnaletica di prossimità. Come possiamo non utilizzare alcuni degli scatti più suggestivi caricati in Wikimedia Commons?”

Non vediamo l’ora di ammirare questi piccoli capolavori: ci vediamo domenica 20 ottobre a Rieti!

Nell’immagine: Il Santuario di Fonte Colombo fotografato da Giuliano.domeniconi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Titolisti, vil razza dannata

06:54, Thursday, 17 2019 October UTC

Una decina di giorni fa si è scoperto che una voce di Wikipedia creata nel 2004 era falsa, o più precisamente partiva da una base reale (un campo di concentramento a Varsavia nella seconda guerra mondiale) ma aveva “trasformato” il campo in uno di sterminio. Quel falso storico era presente in varie edizioni linguistiche: l’articolo più visitato era come capita spesso quello sulla Wikipedia in lingua inglese, ma c’era anche una versione in lingua italiana. Fin qua nulla di davvero nuovo, purtroppo: Wikipedia è uno dei terreni preferiti dai revisionisti, in questo caso polacchi.

Martedì scorso il Corriere ha pubblicato un seguito dell’articolo, dove parlo anch’io con il cappellino di Wikimedia Italia. La settimana scorsa ero stato al telefono quaranta minuti abbondanti: diciamo che se avessi potuto rivedere il mio virgolettato avrei suggerito qualche modifica, ma nel complesso direi che il mio pensiero è stato riportato correttamente. Wikipedia non è una fonte primaria, il che significa che si deve fidare di quanto scrivono altre fonti che si spera siano valide; in caso di guerre di edit si cerca di evitare il più possibile di andare a una votazione, perché la verità non si decide a maggioranza; ma anche che non possiamo sapere se un utente bannato all’infinito si è reiscritto con un altro nome e ora si comporta in maniera costruttiva. (Occhei, non ho aggiunto che all’atto pratico ci accorgiamo subito dallo stile di interazione di chi si tratta… È inoltre vero – o almeno questo è il mio punto di vista – che quando si scopre che qualcosa ampiamente creduto è falso è meglio lasciarlo scritto, indicando che è falso e le fonti che dimostrano la falsità, rispetto a cancellarlo. I complottisti diranno comunque che le fonti riportate sono fabbricate ad arte, ma non rischiamo che qualcuno magari in buona fede aggiunga di nuovo le informazioni errate.

Peccato che poi ci sia il titolo (ben spalleggiato dal catenaccio). Titolo:

Wikipedia e la bufala sul Polocausto: «Meglio gli errori che un controllo dall’alto». Così funziona l’enciclopedia libera

Quello che io affermo è che un comitato redazionale (“controllo dall’alto”, se volete dirlo così) porta inevitabilmente ad avere un punto di vista specifico nelle voci, che può essere o no corrispondente alla verità. Possiamo fare il classico esempio: la voce “Fascismo” nella prima edizione della Treccani era stata direttamente scritta da Mussolini. Il modello “dal basso” di Wikipedia è diverso, non migliore di quello di un’enciclopedia standard; è probabilmente più prono ad avere errori, che però per la massima parte durano relativamente poco. (Nel caso in questione, non credo che la bufala del campo di sterminio fosse solo citata su Wikipedia).

Ma quello che è peggio è il catenaccio:

Il portale, costruito dall’opera di volontari, non ha mai introdotto alcun sistema per prevenire le storie false. «La comunità è sempre riuscita a mantenere l’equilibrio nelle opinioni»

Fatevi una domanda e datevi una risposta, direbbe Marzullo. Quali sono i sistemi per prevenire storie false? Quello che tipicamente si usa (ehm, diciamo si dovrebbe usare, visto quello che troviamo in giro) è il non pubblicare nulla fino a che non c’è una ragionevole certezza di verità. Wikipedia ovviamente non fa così, visto che non ci sono controlli a priori sull’inserimento di contenuti: ma un meccanismo c’è, ed è quello dei template di avviso citati del resto nell’articolo: voce da controllare e mancanza di fonti.


Questi avvisi hanno più di dieci anni di esistenza (anche se non c’erano ancora quando è stata creata la voce sul cosiddetto campo di sterminio di Varsavia) e sono nati proprio per aiutare l’utente ignaro. È vero che chi scrive su Wikipedia non è di solito un esperto, ma se è abbastanza bravo può notare che c’è qualcosa che non torna e segnalare così a tutti di fare attenzione. Poi ci sarà sempre chi non legge gli avvisi, ma c’è anche chi inoltra sempre bufale così malfatte da far pensare che tanto parlare con lui è tempo perso.

Bene, lasciamo Wikipedia e torniamo ai titolisti dei giornali. Cosa succede se il lettore che è come sempre di fretta non legge l’articolo ma si limita al titolo? Si fa un’idea del tutto sbagliata di quello che succede. E qui non ci si può neppure appellare alla solita scusa “non c’è abbastanza spazio”, perché il catenaccio ha più libertà. Capite perché io affermo sempre che i titolisti saranno i primi ad andare al muro quando ci sarà la rivoluzione?

Google e la direttiva copyright: chi l’avrebbe mai detto?

15:04, Thursday, 26 2019 September UTC

Immaginate una felice città in cui si trovano varie panetterie e un grande supermercato che tra gli scaffali vende anche il pane di queste panetterie. A un certo punto i panettieri si accorgono che nessuno viene più in negozio da loro, perché è più comodo fare un unico giro al supermercato, e quindi si accordano per stabilire che il supermercato deve pagare loro il pane più di quanto loro lo facciano pagare ai loro clienti. Il direttore del supermercato ascolta le lamentele dei negozianti e risponde “Capisco. Vorrà dire che da domani venderò solo pane confezionato industriale”, al che i panettieri gridano allo scandalo perché il supermercato vuole intimidirli.

Ecco a grandi linee cosa sta succedendo in Francia. Ve la ricordate tutta la storia sulla direttiva europea riguardo al copyright, e per la precisione sull’articolo 15 (ex 11) che introduceva un nuovo diritto d’autore su chi raccoglie e ripubblica gli estratti (“snippets”) delle notizie presentate dai giornali. Di per sé i vari stati membri dell’Unione Europea hanno due anni di tempo per implementare nelle leggi nazionali la direttiva, ma i francesi evidentemente avevano fretta – d’altra parte uno degli europarlamentari più attivi a favore della direttiva è stato Jean-Marie Cavada – e quindi a luglio hanno già emanato la legge al riguardo, che copia pedissequamente il testo della direttiva e quindi non richiederà procedure di infrazione. Google ha preso atto della cosa e ha deciso di rispettare la legge alla lettera: se una testata giornalistica vuole esercitare i propri diritti, basta che lo indichi nel file robots.txt del proprio sito, o nei singoli file o addirittura in porzioni specifiche del testo, e loro si limiteranno a riportare il titolo della notizia senza estratti.

Risultato? Diciamo che gli editori non l’hanno presa troppo bene. Qui potete leggere le prime righe del commento di Carlo Perrone (GEDI, ex Secolo XIX); qui potete vedere di come un’agenzia (che il mio amico Federico mi dice essere vicina all’UE) grida al latrocinio da parte di Google che vuole bypassare i diritti dei media. Beh, su: non è proprio così. Capisco che tutta la narrazione che i giornali hanno propinato in quest’anno abbondante si basa sul fatto che Google News ruba loro i proventi senza fare alcun lavoro se non raccogliere automaticamente i loro testi. Potremmo discutere all’infinito se sia vero o falso: non solo l’abbiamo già fatto fino allo sfinimento, ma soprattutto non è un mio problema, non essendo io né Google né un media. Però non possiamo pensare che Google sia obbligato a fornire un suo servizio (quello degli snippet) solo perché gli editori vogliono essere pagati: a Mountain View avranno fatto i loro conti e avranno deciso di forzare la mano. Perché sì, in un certo senso è vero che c’è un ricatto: come avrete notato, Google non ha scelto di bloccare a priori gli estratti, ma costringe le singole testate ad autobloccarsi, immagino per far partire una guerra tra poveri. Epperò resta il punto di partenza: se gli editori sono davvero convinti che le rassegne stampa automatiche toglievano loro ricavi, a questo punto avranno comunque dei soldi in più anche se non arrivano da Google, no? (Come, “no”? Volete forse dire che non ho capito nulla della loro posizione?)

Non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è indubbiamente un problema di raccolta pubblicitaria legata alla fruizione delle notizie, ma la soluzione non può essere peggio del problema. È probabile che molta gente si accontenti dei titoli o poco più – gli snippet, insomma – e quindi non vada a leggere le notizie sui siti dei singoli giornali, nonostante i tentativi di clickbaiting di molte testate. Ora, se le notizie di base sono comunque le stesse tra i vari giornali mettere una tassa da far pagare alle terze parti è controproducente: o questi trovano qualcuno che comunque accetta di lasciarle libere, oppure chiudono baracca e burattini e la gente di cui sopra andrà avanti lo stesso senza finire sui siti delle singole testate. Un accordo diretto su modi migliori per mandare i lettori dai motori di ricerca ai siti dei giornali sarebbe stato più furbo: non so se le due parti l’abbiano mai davvero perseguito, ma sicuramente un obbligo ope legis porta alla prevaricazione da chi comunque ha il coltello dalla parte del manico. La chiusura di servizi come Google News può sembrare a prima vista un lose/lose, ma guardando i numeri chi ci perde davvero è solo una delle due parti, per quanto l’altra poi possa piangere. Mi aspetto sempre una confutazione che non sia a base di slogan, ma non trattengo certo il fiato.

Cosa cambia tutto questo per Wikipedia? Al momento nulla. Noi infatti non usiamo estratti degli articoli, perché li riformuliamo sempre; il nostro problema con l’articolo 15 è legato al titolo delle notizie, che per noi è un dato bibliografico ma di per sé risulta tutelato. Il fatto che Google non lo ritenga tale non significa molto, se non per vedere il risultato di un’eventuale contesa legale: ma noi dobbiamo restare sul sicuro e ci atterremo a un’interpretazione il più ampia possibile dei limiti. Per il momento, quindi, aspettatevi che quando la direttiva sarà legge anche in Italia troverete con ogni probabilità un dato in meno sulle fonti (ma il link resterà, non preoccupatevi: non dobbiamo certo fare ripicche.)

Come? Gli algoritmi non si scrivono da soli?

07:17, Monday, 23 2019 September UTC

Come? Gli algoritmi non si scrivono da soli?

Seriamente, immagino che quell’algoritmo sia stato scritto da un team, e che non siano stati fatti i test necessari, visto che l’errore pareva essere proprio marchiano e non qualcosa che può succedere in circostanze eccezionali. Però il Tar non si può occupare della produzione dell’algoritmo, se non per dire che l’acquirente (cioè la PA, rectius un qualche specifico funzionario) non l’ha controllato prima di metterlo in campo… cosa che in effetti non è stata scritta, almeno negli stralci della sentenza riportati da Key4Biz. Oppure è stato scritto con bizantinismi tali da non farmene accorgere.

Insomma: mi sta bene che si parli degli uomini e non degli algoritmi, non mi sta bene che si prenda l’algoritmo come un monolite con la sua propria personalità.

È proprio l’algoritmo a essere impazzito?

16:26, Sunday, 22 2019 September UTC

Certo, gli algoritmi possono essere scritti male e dare risultati del tutto sbagliati e perniciosi.. Ma proviamo a non personificarli.

Scuola, trasferimenti di 10mila docenti lontano da casa. Il Tar: L’algoritmo impazzito fu contro la Costituzione”
eh sì, povera Costituzione…

La colpa? È come al solito “dell’algoritmo impazzito”. Così scrive la Repubblica raccontando dell’ultima sentenza del Tar del Lazio a riguardo dell’assegnazione delle cattedre ai vincitori del concorso scolastico nel 2016. A dire il vero non sono riuscito a trovare il testo della sentenza (per i curiosi, dovrebbe essere la 06606/2019 della terza sezione bis del Tar del Lazio), e la mia sensazione è che in realtà quello scritto da Repubblica sia una silloge di varie sentenze sul tema, visto che la sentenza principale arriva a fine maggio. Ma non è questo il punto importante: quello che mi preoccupa è leggere affermazioni, presumo scritte da periti (cioè “esperti”), che non stanno né in cielo né in terra. Ecco alcune di queste affermazioni con i miei commenti. Una precisazione: io sono convinto che quell’algoritmo fosse malfatto. Ma sono anche certo che le ragioni addotte per cassarlo giuridicamente non abbiano senso. Vediamo come alcune delle frasi riportate da Key4biz — che sono prese da una sentenza precedente, la n. 9224/2018 che deve semplicemente essere stata confermata da quest’ultima — vengono lette da chi ha un po’ di conoscenza del tema. Cominciamo subito:

“[…] un procedimento amministrativo, ancorché difficile o complicato, non può essere devoluto ad un “meccanismo informatico o matematico del tutto impersonale e orfano di capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete, tipiche invece della tradizionale e garantistica istruttoria procedimentale che deve informare l’attività amministrativa, specie ove sfociante in atti provvedimentali incisivi di posizioni giuridiche soggettive di soggetti privati e di conseguenziali ovvie ricadute anche sugli apparati e gli assetti della pubblica amministrazione.”

Traduciamo dal burocratese (particolarmente pesante, come capita spesso quando non si vuole che traspaia il vero significato): occorre che qualcuno decida il risultato finale. Se siamo buoni, potremmo pensare a una verifica che sia andato tutto bene: questo è sicuramente qualcosa che deve essere fatto, ma dubito che in quel caso fosse davvero fattibile. Spero che non ci sia il retropensiero “se ci sono delle persone che controllano, loro possono aggiustare quello che serve”. Ma pensateci: cosa diavolo sarebbero le “capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete”? Detto in altri termini, quali sono le valutazioni che non possono proprio essere fatte da un algoritmo ma necessitano un giudizio umano? E in effetti, continuando a leggere, troviamo

“un algoritmo, quantunque, preimpostato in guisa da tener conto di posizioni personali, di titoli e punteggi, giammai può assicurare la salvaguardia delle guarentigie procedimentali che gli artt. 2, 6,7,8,9,10 della legge 7.8.1990 n. 241 hanno apprestato, tra l’altro in recepimento di un inveterato percorso giurisprudenziale e dottrinario…. gli istituti di partecipazione, di trasparenza e di accesso, in sintesi, di relazione del privato con i pubblici poteri non possono essere legittimamente mortificati e compressi soppiantando l’attività umana con quella impersonale, che poi non è attività, ossia prodotto delle azioni dell’uomo, che può essere svolta in applicazione di regole o procedure informatiche o matematiche. […]”

Beh, sì: un algoritmo farebbe molta fatica a leggere un testo del genere, mi sa. Ma non capisco quali siano i problemi per cui un algoritmo non possa assicurare la partecipazione (vengono eliminati a priori tutti quelli che non hanno un R nel loro cognome?), trasparenza (non vengono elencati i punteggi ottenuti dai vari candidati?) e l’accesso (ci vuole una password per vedere i risultati?). Ma proseguiamo.

“non è conforme [alla Costituzione e alla legge sulla semplificazione normativa] […] affidare all’attivazione di meccanismi e sistemi informatici e al conseguente loro impersonale funzionamento, il dipanarsi di procedimenti amministrativi, sovente incidenti su interessi, se non diritti, di rilievo costituzionale, che invece postulano, onde approdare al corretto esito provvedimentale conclusivo, il disimpegno di attività istruttoria, acquisitiva di rappresentazioni di circostanze di fatto e situazioni personali degli interessati destinatari del provvedimento finale, attività, talora ponderativa e comparativa di interessi e conseguentemente necessariamente motivazionale, che solo l’opera e l’attività dianoetica dell’uomo può svolgere.”

Lo confesso. Ho dovuto aprire il De Mauro per scoprire cosa significasse “dianoetico”. Cosa volete, Ron Hubbard non mi ha mai detto molto. Ad ogni buon conto, il De Mauro snocciola “agg. TS filos. — discorsivo, razionale”. Insomma, l’essere umano è un animale razionale, lo diceva già Aristotele; l’algoritmo no, e infatti Aristotele nulla affermò al riguardo. Ma poi quali sarebbero le “situazioni personali” di cui si parla? Un banale “tengo famiglia”? Offerte che non si possono rifiutare? Una consapevolezza olistica? Io ero convinto che — pur con tutte le difficoltà oggettive possibili — un concorso dovrebbe essere il più asettico possibile, perché si cercano le persone migliori. Invece a quanto pare non è così. Il “funzionario persona fisica […] deve seguitare ad essere il dominus del procedimento stesso”. Qui in realtà c’è il primo punto condivisibile della sentenza: il funzionario-dominus infatti deve operare

“all’uopo dominando le stesse procedure informatiche predisposte in funzione servente e alle quali va dunque riservato tutt’oggi un ruolo strumentale e meramente ausiliario in seno al procedimento amministrativo e giammai dominante o surrogatorio dell’attività dell’uomo.”

Su questo invece non c’è nulla da eccepire, a parte l’ampollosità della prosa. Se tu, umano funzionario, non capisci un tubo di come funziona l’algoritmo che stai usando allora non stai facendo bene il tuo lavoro. Qui si apre un mondo totalmente diverso, però! Non entriamo nel merito degli algoritmi di deep learning il cui funzionamento dettagliato è inconoscibile persino da chi li ha sviluppati, e per cui ci vorrebbe un saggio a parte. Il caso in questione è infatti molto più semplice, per fortuna, e si suppone che l’umano funzionario, in qualità di animale ragionevole, possa comprendere il funzionamento dell’algoritmo. Se non ci riesce di chi è la colpa? Il tutto naturalmente a meno che il suddetto non debba semplicemente verificare a mano che le decine di migliaia di vincitori fossero stati assegnati ai posti corretti, a meno che non si chiami Marco Bussetti. Beh, no, questa è cattiveria. Se leggete l’intervista vedete che Bussetti ha dato gli onori a una funzionaria del ministero.

Ma seriamente il punto è un altro. Se la storia raccontata dall’ex ministro è vera, che l’algoritmo fosse bacato era evidente a chiunque, e pertanto bene ha fatto il Tar ad annullare i risultati della procedura e stigmatizzare chi ha preso i risultati e li ha inviati senza nemmeno dare loro un’occhiata. E non poteva allora dire semplicemente questo? Evidentemente no. Occorreva personificare l’algoritmo in modo da dare la colpa, o almeno un concorso di colpa, ad esso. Perché sono gli algoritmi a impazzire, non i programmatori che non li sanno scrivere e correggere o i funzionari che non hanno voglia di vedere cosa è successo. Troppo facile così. Alla fine è più onesta la chiusa dell’articolo di Repubblica: «A questo baco [dell’algoritmo che premiava la geografia] si sarebbero aggiunti, poi, diversi errori nell’immissione dei dati. Errori umani, non solo orwelliani.» Appunto. È troppo facile nascondersi dietro l’algoritmo per non tirare fuori le vere colpe, in questo caso di chi l’ha scritto e di chi (non) l’ha testato…

toh, ci si inventa una nuova licenza

15:43, Wednesday, 28 2019 August UTC

Leggo sul Post che le Big5 (i gruppi librari più importanti al mondo) hanno citato a giudizio Audible, la società di Amazon specializzata in audiolibri. Come mai? Portava i libri che offriva al lettor… ehm, all’ascoltatore? Ovviamente no. La cosa è molto più sottile. Ultimamente Audible ha prodotto una nuova funzione, “Captions”, che dovrebbe essere resa disponibile dal 10 settembre. Questa funzione è pensata per i bambini che stanno imparando a leggere: man mano che il libro viene letto, un sistema di riconoscimento del parlato traduce i suoni in parole e le mostra una per volta su uno schermo. ArsTechnica spiega un po’ più a fondo la cosa, pur essendo costretta anch’essa a fare alcune ipotesi non essendoci alcuna specifica ufficiale. Gli editori americani contestano che la licenza che loro concedono ad Audible non permette di fare una cosa come quella. Se si associasse al testo letto quello presente nella versione scritta del libro, si potrebbe seguire che in effetti si sta usando qualcosa (il testo scritto) su cui non è stata ottenuta la licenza; non è un caso che quali di Amazon, che sono delle faina ma hanno anche fior di avvocati, abbiano deciso di fare altrimenti. Gli editori hanno pertanto scelto un’altra strada, fortunatamente esplicitata a pagina 3 delle cento pagine della citazione a giudizio. Proprio perché la tecnologia è automatica e quindi con un certo margine di errore – fino al 6% secondo Audible – succederebbe che

Audible Captions could directly compete with both books (physical and eBooks) and authorized cross-format (incorporating both text and audio) products, the latter which benefit consumers by not relying on faulty transcription technology and for which Publishers and authors are compensated.

Questi i fatti. Il mio commento? Innanzitutto, quello che mi preme far notare è che gli editori richiedono un nuovo tipo di copyright, proprio come a inizio anno hanno fatto per la famigerata snippet tax nella direttiva comunitaria sull’e-commerce. Come scrivevo sopra, per gli editori la versione audio+testo generato è diversa da quella audio+testo ufficiale, e qui non ci sono dubbi, che da quella solo audio, di cui sarebbe un formato derivato. Audible ribatte che non si può parlare di opera derivata, perché il testo è inestricalmente legato all’audio e non può essere usato in modo autonomo. Ora, per quanto io non abbia così a cuore Amazon, mi infastidisce molto di più questo ampliamento strisciante dei diritti d’autore, soprattutto perché l’ipocrisia degli editori parla dei mancati compensi loro o degli autori. Non mi stancherò mai di ripeterlo: in questi casi gli autori, salvo eccezioni davvero rarissime, contano zero. Un contratto standard, almeno qui in Italia, cede all’editore tutti i diritti, quindi i soldi per l’autore semplicemente non arriveranno.

Io non pretendo che chiunque segua il modello Wikipedia, con testi e immagini liberamente disponibili anche per essere usati in opere commerciali: non lo faccio sempre nemmeno io, tra i libri pubblicati ufficialmente per cui cedo i diritti e i testi come quelli di questo blog per cui uso una licenza di riuso non commerciale. Però la mia idea di opera derivata consiste in qualcosa che possa essere fruito in modo indipendente da quella originaria, e che non sia una mera rappresentazione. In questo caso l’indipendenza certo non si ha, per come Captions è stato pensato. Possiamo al più chiederci se a un bambino serva davvero un software che può fare errori: la mia risposta è che entrambe le parti in causa hanno esplicitamente alzato la probabilità di errore, ciascuna per i propri scopi. Stiamo parlando di libri letti professionalmente, quindi ben scanditi: potrebbero esserci errori di punteggiatura, ma le parole dovrebbero essere in massima parte corrette.

Chiudo con una considerazione sulla “rappresentazione”. Tra quattro giorni comincia Wiki Loves Monuments, e come capita da vari anni Wikimedia Italia ha passato mesi alla caccia delle autorizzazioni per fotografare liberamente almeno nel mese di settembre le tante opere d’arte italiane. Già per le opere antiche è un problema, ma per quelle contemporanee è praticamente impossibile, perché gli archi e i progetisti hanno il copyright non solo per l’opera in 3D ma anche per le foto, che sono viste appunto come opere derivate. Ma come si può fruire della foto di un palazzo o di una statua? E quale sarebbe la differenza tra vederla in foto o trovarsela di fronte? Ecco, il problema rimane questo: i diritti d’autore sono ormai un modo per impedire la creatività rimanendo fissi a quanto già fatto e cercando di sfruttarlo anche per cose che non si pensavano nemmeno.

Come spero ricordiate, da più di due anni non è possibile accedere a una qualunque edizione di Wikipedia dalla Turchia. Il motivo è semplice: erano state scritte cose che non piacevano. Lo scorso maggio la Wikimedia Foundation ha presentato un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Bene: in tempi assolutamente rapidi per la Corte (che spesso anzi decide di non avere giurisdizione…) il 5 giugno scorso il ricorso è stato messo in corsia privilegiata e il 5 luglio la Corte ha mandato una richiesta di informazioni alla Turchia, che ha ora tempo fino a fine ottobre per le controdeduzioni. Maggiori informazioni sul sito WMF.

Non so se ci saranno risultati pratici, ma almeno è un segnale che qualcuno pensa ai problemi della censura.

Autunno caldo

02:04, Monday, 01 2019 July UTC

Se la mattina del 28 giugno qualcuno fosse capitato sulla pagina di Wikipedia dedicata all’autunno caldo (era questa: Wikipedia non butta via mai nulla…) a prima vista non avrebbe notato nulla di strano. La voce era sufficientemente ampia, e soprattutto ricca di fonti. Se però la persona in questione si fosse messa a leggere la voce in questione, avrebbe trovato affermazioni piuttosto sconcertanti. Si partiva dalla frase nell’incipit secondo la quale l’autunno caldo è «ritenuto il preludio del periodo storico conosciuto come anni di piombo» agli emendamenti parlamentari allo Statuto dei Lavoratori che «furono in gran parte peggiorativi, perché nel merito offrirono il modo di penalizzare i buoni lavoratori, a vantaggio dei cattivi: inoltre rimasero nel documento le norme che proteggevano i diritti dei dipendenti, cancellando il passaggio secondo cui quei diritti dovevano essere esercitati “nel rispetto dell’altrui libertà e in forme che non rechino intralcio allo svolgimento delle attività aziendali”».

A questo punto dobbiamo sperare che il nostro ipotetico lettore abbia i suoi neuroni funzionanti e non sia semplicemente in modalità copincolla. Se è sufficientemente sveglio noterà che la prima frase da me riportata non ha nessuna fonte al riguardo, e quindi dovrebbe pensare “e chi l’ha detto?”; per la seconda, si accorgerà che le fonti riportate per quella parte dell’articolo si riducono a una sola, il libro L’Italia degli anni di piombo scritto dai due noti pericolosi bolscevichi Indro Montanelli e Mario Cervi. Mettiamo pure che il lettore sia un diciottenne che non ha mai sentito parlare di loro: dovrebbe comunque essergli saltato agli occhi che di fonte ce n’è una sola e che magari essa potrebbe essere di parte.

Insomma, quella voce era fatta male. Questo è un fatto, indipendente dall’essere o meno presente su Wikipedia: si possono fare le medesime considerazioni se il testo fosse stato trovato in un qualunque altro luogo. Visto che però quello non era un luogo qualsiasi, se il tizio in questione fossi stato io avrei fatto qualcosa: avrei cancellato la frase sugli anni di piombo commentando “senza fonte”, e avrei aggiunto un avviso di non neutralità (c’è un testo apposito da inserire), in modo che anche il successivo lettore non troppo sveglio sapesse subito che c’era qualcosa che non funzionava. Purtroppo non siamo ancora stati capaci di insegnare agli insegnanti queste operazioni elementari, in modo che loro poi le spiegassero ai loro studenti; ma diciamo che posso capire uno che si lamenta dicendo che la voce è “sbagliata”.

Il duo Gad Lerner-Michele Serra ha scelto un’altra strada. Forte del fatto che loro sono loro, e soprattutto scrivono sul secondo quotidiano più letto d’Italia, «Con un uno-due ben coordinato […] abbattono Wikipedia.» (La frase è di Massimo Mantellini, per la cronaca). Non si sono limitati a lamentarsi, ma Lerner se l’è presa contro “wikicialtroni” che a quanto pare sono gli unici che di solito riescono a intervenire nelle voci, mentre Serra rincara la dose contro quei cattivoni degli anonimi: scrive «Ma chi l’ha scritta, o almeno assemblata, e riletta, e giudicata, non lo sapremo mai.» In verità la voce sull’autunno caldo è sostanzialmente così da tre anni, senza nessuna guerra di edit, il che significa che non c’è mai stato nessun altro a interessarsene; e le frasi incriminate saranno anche state inserite da un utente anonimo, ma sono state scritte da Montanelli e Cervi.

Non penso che quest’ira funesta che nel weekend ha preso il duo sia un problema generazionale: in fin dei conti io ho solo nove anni meno di loro. Non penso nemmeno sia un problema di scienziati contro umanisti: come Mantellini scrive nel suo post, all’estero non ci si fa problemi a fare edit-a-thon anche e soprattutto su temi lontani dalle scienze dure, che tanto vanno già avanti per conto loro. Quello che io credo è che ci sia un problema tutto italiano, legato a un certo nucleo di persone abituate al loro orticello che si vedono insidiato. In effetti sarebbe divertente pensare a cosa avrebbe detto Montanelli al riguardo :-) Il tutto è esacerbato dalla banale considerazione che il numero di persone che si occupano davvero di portare avanti disinteressatamente Wikipedia è sempre troppo basso, e quindi – come dicevo – è fin troppo facile per alcune persone far dire quello che si vuole a certe voci scegliendo oculatamente le fonti, sapendo che chi potrebbe rimettere le cose a posto è troppo impegnato oppure ha deciso da molto tempo di abdicare.

Per la cronaca, se io avessi avuto parecchio tempo a disposizione, cosa che non ho praticamente mai, mi sarei magari lanciato alla ricerca di una fonte di orientamento opposto e avrei riscritto il testo per tenere conto delle due opposte visioni: è però anche vero che la storiografia contemporanea non è proprio il mio campo di competenze e quindi avrei lasciato volentieri il lavoro a chi può trovare fonti molto più in fretta. Il guaio è che adesso la voce è più o meno ritornata al livello di tre anni fa, il che significa che si è perso qualcosa: a me serve sapere che c’è stato chi ancora vent’anni dopo sentenziava livorosamente contro l’autunno caldo, come servirebbe sapere cosa era successo al tempo riguardo a quelle tesi revisioniste. Ma mi pare che né Lerner né Serra siano in realtà interessati a tutto ciò…

L’affaire North Face, spiegato bene

11:39, Monday, 17 2019 June UTC

Forse avete sentito che il mese scorso la società di abbigliamento The North Face, per mezzo della società di pubblicità Leo Burnett Tailor Made, ha inserito su Wikimedia Commons immagini con il suo logo e poi ha fatto un video per gloriarsi di come è stata brava, mostrando come le voci sui luoghi relativi avevano il logo The North Face, “il tutto in collaborazione con Wikipedia e senza pagare un centesimo”. Dopo la pubblicazione del video, le immagini sono state immediatamente tolte dagli amministratori di Commons e The North Face ha pubblicato un messaggio di scuse (pelose, probabilmente; ci sono voci che anche la campagna contro l’azienda fosse stata prevista, seguendo il famoso motto “bene o male, l’importante è che si parli di noi”. Ma non è di questo che volevo parlarvi, bensì di cosa è stato fatto al riguardo su Wikipedia (in inglese).

Slate ha pubblicato un articolo (ben fatto) al riguardo. Il punto di partenza è molto semplice: la voce sull’azienda deve o no riportare quanto successo? La discussione tra i contributori in en.wiki è stata molto articolata, perché c’erano punti di vista molto diversi e tutti di per sé sensati. Da un lato, non si riteneva bello parlare di qualcosa che ha riguardato Wikipedia dentro Wikipedia stessa; c’erano inoltre dubbi su quello che nel gergo wikipediano è detto “recentismo” (Wikipedia è un’enciclopedia, non un giornale: ha senso parlare di cose che magari tra dieci anni avranno ben poca rilevanza?); e ovviamente non si voleva usare l’enciclopedia come rappresaglia, per quanto questo sia stato il primo pensiero di molti. D’altra parte questo affaire ha avuto molta risonanza nei più importanti media in lingua inglese, e ha portato molto più traffico dell’usuale sulla voce dell’azienda. Alla fine si è trovata una soluzione di compromesso, legata anche al fatto che la voce sull’azienda era piuttosto breve, essendo al tempo composta di sole sedici brevi frasi; una trattazione troppo lunga non sarebbe per nulla stata equilibrata. Si sono così aggiunte solo due frasi su quanto successo, cercando di restare il più possibile aderenti ai fatti senza aggiungere opinioni.

Personalmente trovo adeguata la soluzione adottata: avrei forse accorciato ancora di più il testo non indicando le scuse ma lasciandole solo tra le fonti, ma apprezzo il fatto che non sia stata creata una sottovoce apposta come capita fin troppo spesso. E soprattuto apprezzo che la soluzione sia stata scelta in breve tempo e con il consenso dei contributori, il che mostra che nonostante tutto il concetto iniziale da cui Wikipedia è partita funziona ancora. E in Italia? Il risultato è un po’ diverso. Mentre sto scrivendo, la voce The North Face contiene una frase asettica su quanto successo; però il suo peso relativo è molto alto perché il testo totale è ridotto. Credo però non si potesse fare molto meglio, data la nostra “potenza di fuoco” molto minore…

Alessandro Baricco e il suo Game

02:16, Wednesday, 29 2019 May UTC

Uno sguardo molto personale alla filosofia di Baricco nascosta all’interno del suo ultimo saggio

Baricco avrà cominciato a giocare a Space Invaders, io sono più anzyano e parto da Pong. (Immagine: Wikimedia Commons, File:Pong.png)

Ho deciso di leggere l’ultimo libro di Baricco. Avevo saltato I barbari, esattamente come ho saltato tutta la sua produzione editoriale. In realtà leggevo la rubrica che teneva sulla Stampa qualche decennio fa, e ai tempi avevo stabilito che mi era bastata questa esposizione. Succede però che il tema di The Game si intreccia con altre cose su cui sto cercando di trovare una quadra. È vero che “ars longa, vita brevis”, come diceva (in greco) Ippocrate e dice (in latino) Douglas Hofstadter; però è anche vero che non è bello eliminare pregiudizialmente qualcosa, e quindi ho pensato di dedicare qualche ora della mia vita a vedere come Baricco ha voluto trattare il tema. (Spoiler: pensavo molto peggio. Non consiglierei il libro come unica voce in capitolo, ma vale la pena di leggerlo se si ha già un’idea di quello di cui si parla: se lo si prende senza preconcetti, si scopre che non tutto quello che diamo per scontato è vero).

Qui però non voglio parlare tanto del contenuto del libro — una mia recensione più o meno decente la trovate qua — quanto piuttosto della “baricchitudine”. Mi interessa insomma raccontare come io ho decodificato il suo pensiero, perché ci sono varie cose che secondo me rimangono nascoste. Per prima cosa, Baricco scrive dannatamente bene. Su questo non c’è storia. Le sue frasi si snocciolano senza sforzo, e il lettore plana amabilmente su di esse senza sforzo alcuno. (Sono molto invidioso, sì). Questo è bellissimo, ma nel caso di un saggio c’è un piccolo problema: il lettore in questione si beve tutto senza porsi alcuna domanda sulla verità di quanto scritto. Come sappiamo bene, una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda. Sto dicendo che Baricco ha scritto una serie di fregnacce? No. Ne ha scritte, intendiamoci: ma andando avanti nella lettura mi sono accorto che spesso — qualche decina di pagine dopo quello che avevo rubricato come cazzata — Baricco scriveva esattamente l’opposto. L’idea che mi sono fatto è che è una palla che lui abbia scritto il libro buttando giù man mano il testo. Lì dietro c’è un lavoraccio, e la cosa mi fa incavolare ancora di più, perché sono convinto che lui abbia messo apposta buona parte degli erroracci per far fare al lettore il giro che lui voleva. Non è bello. Verso la fine lo ammette anche tra le righe, anche se non ha il coraggio di dire che i primi due capitoli sono in buona parte fregnacce e se ne esce con “è preistoria” con il consiglio di non rileggere quel testo.

Baricco è un filosofo: quindi per lui il Game ha una filosofia sottostante. Io non sono filosofo e anzi sono sempre stato una capra in filosofia: però non mi bevo il suo professarsi cartesiano con tanto di esempi, e preferisco fermarmi alla lettera. Il Game è Movimento — lo dice lui — quindi è eracliteo. Il problema è che se si parte da questo assunto occorre portarlo avanti coerentemente, cosa che Baricco del resto fa. Questo va benissimo quando concludi che la caratteristica fondamentale di questi “oltremondi” digitali sia la velocità e la leggerezza, che fanno portare a galla l’essenza delle cose anziché nasconderla in fondo come fa il nostro mondo analogico. (“Analogico” e “digitale” sono traduzioni mie, Baricco non usa mai questa terminologia, e anche questo secondo me è un segno: vuole spostare il terreno di gioco, e per farlo coglie una caratteristica diversa da quella tipicamente usata. Ottima mossa, perché costringe il lettore a rivedere tutti i suoi pre-giudizi). Questo però va molto meno bene quando decide di rinominare la post-verità “verità-veloce”, definendola come «una verità che per salire alla superficie del mondo — cioè per diventare comprensibile ai piú e per essere rilevata dall’attenzione della gente — si ridisegna in modo aerodinamico perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando però in sintesi e velocità». Baricco scrive molto meglio di me, ma il concetto è lo stesso che ho scritto nel capoverso precedente: «una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda». L’esempio che fa, quello dei “vinili che hanno venduto più del digitale”, è paradigmatico: usa varie pagine per mostrare come quell’affermazione sia l’equivalente delle barzellette su Radio Erevan, perché quello che è successo è che nel Regno Unito in una specifica settimana le vendite di vinile hanno superato il fatturato della pubblicità collegata al download gratuito in digitale, e conclude che sì, la frase non rappresenta i fatti, ma permette però di scoprire tante cose. Palle. Le cose le scopri solo se stai ancora pensando come una persona pre-Game e vai a sfrucugliare. Anche la sua affermazione che in fin dei conti il termine “post-truth” esisteva già nei casi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e nel doping di Armstrong non funziona: nel secondo caso non è nemmeno post-verità ma semplice negazione, e ai tempi della scenetta di Colin Powell il termine era stato usato una sola volta dieci anni prima in un libro che non era stato filato praticamente da nessuno. (Il secondo libro, che aveva anche il termine nel titolo, uscì l’anno successivo, e fu comunque filato poco).

Questa difesa baricchiana della post-verità, che funziona indipendentemente dai fatti, ha ovviamente una sua origine ben precisa, che si riassume in una parola: narrazione. (“Storytelling”, se siete molto anglofoni. Però questo è uno dei pochi casi in cui il termine italiano è riuscito a mantenere una certa qual forza). Baricco è un campione di narrazione, per negarlo occorre avere davvero una bella faccia tosta. Ha anche ragione quando afferma che non è necessario partire dai fatti per ottenere una bella narrazione: millenni di epica dovrebbero averlo reso chiaro. Però non può incrociare i flussi e applicare al mondo gli stessi schemi di un oltremondo ante litteram qual è la narrativa! Ok, l’ha fatto, e sono ragionevolmente certo che giocasse sul fatto che non se ne sarebbe accorto nessuno, né tra i suoi fan che si sarebbero bevuti tutto né tra i detrattori che invece l’avrebbero stroncato a priori e quindi senza un vero confronto sul testo. Ecco: forse questa sì che è verità-veloce!

Un’ultima nota, tecnica ma anche personale. Baricco ha cinque anni più di me, quindi siamo praticamente della stessa generazione. Però abbiamo vissuto una vita diversissima. È vero che io non sono un nativo digitale, ma sono attaccato a una tastiera da quando avevo quindici anni: faccio quasi parte del gruppo dei pionieri del digitale — attenzione: non dell’élite di cui lui parla: al più, esagerando, dei tecnici nascosti dietro le quinte . Baricco ha fatto un bel lavoro per entrare “da vecchio” nell’oltremondo: ma qualcosa rimane sempre. Ho sorriso quando ho letto «È la postura in cui sto scrivendo questo libro. [Non quella in cui, probabilmente, lo state leggendo: onore al libro cartaceo, che ancora resiste a qualsiasi mutazione].» Stavo naturalmente leggendo il libro nella postura uomo-schermo, quello del furbofono dove ho la copia in formato ePub. Possiamo poi dibattere se la versione elettronica di questo libro sia o no una mutazione e se le note che ho preso sullo smartphone siano la stessa cosa di quelle che una volta si scrivevano a matita sulle pagine: però quell’inciso è la prova che forse non tutto è ancora così liscio come lui cerca di convincerci…

È sempre colpa di Wikipedia

10:58, Thursday, 16 2019 May UTC

Per esempio, Wikipedia non spiega che informazione e conoscenza sono due cose distinte.

Informazione e conoscenza non sono necessariamente correlate (da https://en.wikipedia.org/wiki/File:DIKW_(1).png )

Grazie (?) ad Antonio Pavolini ho scoperto questo articolo di Linkiesta: «La generazione Wikipedia è ignorante. E vota politici ignoranti». Occhei: solito titolo acchiappaclic che poi viene declinato nel corpo dell’articolo con l’ormai onnipresente effetto Dunning-Kruger e la citazione di Wikipedia come simbolo del male. Di per sé nulla per cui varrebbe la pena passare una mezz’oretta a scrivere un commento, nemmeno per rimarcare come con ogni probabilità la gente non guardi nemmeno Wikipedia per farsi la propria opinione totale definitiva, ma prenda qualcosa di orecchiato qua e là. Come dicevo sopra, la parola “Wikipedia” è semplicemente usata come acchiappaclic.

C’è però un passaggio dell’articolo che a mio parere è molto più interessante per comprendere come l’intelligencija si ponga davanti alla cultura. Cito:

Sono questi gli effetti, anch’essi paradossali, dell’età dei social e di Wikipedia. La disponibilità immediata di informazioni a vantaggio di chiunque non ha portato, come si credeva, a un generale accrescimento della cultura e della capacità critica. Al contrario, ha favorito il conformismo e la chiusura intellettuale e ha reso disponibile non una conoscenza diffusa ma una nociva infarinatura un tanto al kilo.

Ecco. Una frase come quella mostra un fraintendimento tipico, di cui ho scritto con Paolo Artuso nel nostro Scimmie digitali. Perché mai avere più informazione dovrebbe portare a una maggiore cultura? Se la cosa vi pare sensata, provate a pensare alla quantità di informazione contenuta nei computer. Direste forse che essi siano acculturati? La piramide DIKW spiega molto bene il concetto. La conoscenza si basa sull’informazione, ma è separata da essa. Le informazioni sono i mattoni che noi dobbiamo prendere e assemblare per formare la nostra “casa della conoscenza”, più o meno sgarrupata a seconda delle nostre capacità e del materiale che troviamo. Ma i mattoni da soli non bastano: come minimo ci vuole della malta per tenerli insieme. Fuori di metafora, la malta è la nostra materia grigia che deve essere messa in moto per comprendere le informazioni che vediamo, confrontandole magari tra di loro per avere un’idea di quali probabilmente sono errate — per tutta una serie di ragioni, dal basarsi su dati errati all’essere state create apposta per confondere. Naturalmente azionare la materia grigia è sempre un’operazione costosa: semplicemente un tempo si tendeva a essere conformisti seguendo quello che diceva il prete o il segretario del partito, mentre adesso ci sono più conformismi tra i quali scegliere… no, il verbo “scegliere” non funziona bene, perché richiede comunque fatica. Meglio “prenderne uno”.

Quello che forse potremmo dire è un’altra cosa: che la generazione Wikipedia pensa di dover avere una propria opinione su tutto, cosa che in effetti in passato non capitava, o almeno non capitava pubblicamente. Ma anche su questo io ho dei dubbi. Mi pare che più che esprimere opinioni ci si limiti a rilanciare pedissequamente quello che si trova in giro e piace, dai gattini agli insulti contro Laura Boldrini, dalle frasi leziose in stile Baci Perugina alla foto della prima pagina del libro su Matteo Salvini. Non parlerei nemmeno di infarinatura di conoscenza, insomma: non si sta superando il livello “conoscenza”. Io sono pessimista e temo che dovremo convivere con questo nuovo modo di agire, ma in ogni caso la disponibilità o meno di informazioni è irrilevante in questo contesto. Cultura capacità critica, se proprio le volete, ve le dovete gestire da voi.

P.S.: L’articolo originale di Justin Kruger e David Dunning è del 1999: prima che nascesse Wikipedia, ma soprattutto prima che Internet diventasse così pervasiva. Non diamo proprio tutte le colpe alla rete.

E ti dovremmo anche pagare

02:04, Thursday, 04 2019 April UTC

C’è una persona (qui sul blog non faccio nomi, ma visto che uno dei tanti posti in cui ha scritto è un forum pubblico potete trovarvelo da voi, almeno fino a che non cancellerà il post) che si lamenta perché su Wikipedia hanno cancellato un testo scritto da Lui. Fin qua, nulla di nuovo, come non è neppure nuovo che cerchi qualcuno che gestisca Wikipedia Italia – anche se mi piacerebbe che questo qualcuno venisse trovato, così almeno potrei mandargli tutta la gente che fa queste domande.

Quello che è un po’ diverso dal solito, e che mi ha convinto a scrivere questo post, sono un paio di sue affermazioni:

«Tralaltro nonostante i fondi e la normativa non ti pagano neanche»

«non c’era un sito …cera la mia parola… così facendo credo sia diffamazione»

Posso immaginare che “la normativa” sia la direttiva sul copyright, spiegata benissimo dalla stampa tutta. Già comincio ad avere seri problemi a comprendere perché se non Ti si fa scrivere da qualche parte qualcosa “sulla Tua parola” Tu parli di diffamazione: io avrei piuttosto detto “censura”, ma evidentemente i Tuoi processi mentali ti fanno dedurre che se io [*] non credo alla Tua parola allora ti sto diffamando. Ma l’apoteosi è pensare che qualcuno debba essere pagato per scrivere quello che lui stesso vuole scrivere: in un sito privato, tra l’altro, ma anche se Wikipedia fosse pubblica non cambierebbe nulla. O forse no: potremmo proporre al nostro governo che attualmente si trova un po’ in difficoltà di aprire un sito italiani.gov.it e pagare chiunque voglia scriverci su. Anziché il reddito di cittadinanza avremmo il reddito di scrittura!

[*] Qui e in seguito “io” è da intendersi in senso generico: non ho mai avuto a che fare con la persona in questione, per mia fortuna.

lobbying

09:02, Tuesday, 26 2019 March UTC

Come potete leggere, finalmente il presidente dell’Europarlamento Antonio “Mussolini ha anche fatto cose buone” Tajani ha pronunciato una decisa presa di posizione contro i lobbisti che “fanno pressioni indebite” sugli eurodeputati (i “MEP”, Members of the European Parliament). Come? Dite che Tajani in realtà si riferiva agli altri lobbisti, quelli che sono contro la direttiva sul copyright nella forma in cui è stata definita? Che rimane schierato? Naaaah, non è possibile. Tajani, voi lo sapete è un uomo di onore.

Parliamo più in generale. Fare lobbying non è necessariamente Una Brutta Cosa: tra l’altro è un modo per esprimere i punti di vista dei vari attori. Quello che non va è farlo di nascosto, direttamente o indirettamente. È vero che per trasparenza le varie società devono indicare quanti soldi hanno usato per le attività di lobbying e spulciando molto attentamente i rapporti dell’Europarlamento si possono trovare questi dati. Ma non sapere come sono stati usati rende più difficile capire se si parla di attività borderline. Da questo punto di vista noi di Wikimedia Italia siamo tranquilli, perché gli unici (pochi) soldi che abbiamo messo sono serviti per mandare un nostro rappresentante a Strasburgo per cercare di convincere all’ultimo minuto gli indecisi. Inoltre noi cerchiamo di essere il più possibile oggettivi. Sono stato intervistato per Radiouno (i miei due minuti si dovrebbero sentire dopo le 10:30) e non ho avuto prolemi a dire che ci sono alcune parti della direttiva apprezzabili, come la maggior tutela degli autori e la parte sulle opere orfane: certo non è quallo che avremmo auspicato, ma è chiaro che direttive come queste non possono che essere un compromesso. Sono certo che la “fazione opposta” non sarà così equa…

P.S.: La mia profezia, a parte l’approvazione della direttiva a larga maggioranza, è che Google e Facebook non ne verranno poi molto toccate. Non ci sarà più Google News, i filtri automatici già presenti su YouTube saranno un po’ ristretti, Facebook metterà lo stesso tipo di filtri. Se arriveranno du’ spicci ai media, arriveranno dai medi-piccoli attori che saranno i veri sconfitta. Eppure i “liberisti” voteranno in massa a favore della direttiva…

Wikipedia vuole oscurare Angela Luce. Perché?

15:39, Tuesday, 05 2019 March UTC

Il titolo di questo post non è ovviamente mio: arriva nientepopodimeno che dal comunicato stampa di un evento tenutosi ieri al Palazzo delle Arti di Napoli, con un intervento di un docente di Diritto Costituzionale, di cui purtroppo non ho trovato fonti istituzionali.

Facciamo un passo indietro. Ieri nel tardo pomeriggio, dopo una di quelle sessioni estenuanti di lavoro in cui non si riesce a far funzionare nulla, scopro che ci sono stati due giornalisti di testate diverse che hanno chiesto informazioni su Angela Luce: uno è stato gestito autonomamente dallo staff di Wikimedia Italia, all’altro ho poi risposto io dopo aver cercato di capire esattamente cosa poteva essere successo; non mi era ancora chiaro che il tutto arriva dopo la conferenza stampa, e quindi avevo solo a disposizione le informazioni che potevo ricavare direttamente dalla cronologia della voce di Wikipedia.

In effetti, rispetto a quello che capita di solito – qualcuno che si ritiene importantissimo ma che in realtà non si fila nessuno e quindi viene espunto da Wikipedia – non ci sono dubbi che la signora Luce sia una persona rilevante: la voce su lei è presente sull’enciclopedia sin dal 2007. Qual è allora il problema? Cito direttamente dal comunicato stampa, presumibilmente opera di Giovanna Castellano:

Come sarà spiegato nel corso della conferenza stampa, si tratta di persone (almeno 3) che conoscono molto bene sia l’artista che il suo percorso e tuttavia, scientemente, hanno deciso di eliminare dalla sua pagina, eventi importantissimi che la riguardano. E, quel che è peggio, trincerandosi dietro l’anonimato garantito dai nick-name e forti del “potere” di controllo, potere che nel caso di Angela Luce viene usato in maniera distorta e schizofrenica.

Occhei, forse rileggendolo non è molto chiaro. O almeno a me non è chiaro come si possa sapere che quelle persone “conoscono molto bene sia l’artista che il suo percorso” considerando che “si trincerano dietro l’anonimato”. Qualcosa in più si può forse comprendere leggendo la parte fuori dal paywall dell’articolo del Mattino al riguardo:

la Luce vorrebbe inserire alcuni premi, come quello letterario di Camaiore, gli incontri con principesse e presidenti della Repubblica, serate in suo onore, i complimenti e i biglietti di stima ricevuti dai grandi artisti.

Ora non c’è nulla di male se la signora Luce viene intervistata e racconta di tutti i “complimenti e i biglietti di stima” da lei ricevuti. Ancora più naturale è che una sezione del sito personale della signora Luce riporti tutti questi complimenti e biglietti di stima. Ma voi vi aspettereste forse che una voce sull’Enciclopedia del Cinema Treccani riporti quelle notizie? E allora perché dovrebbero esserci su Wikipedia? Cosa c’entra – sempre citando dal comunicato stampa – che “tutto l’apparato di gestione della
sedicente enciclopedia è tenuto in piedi grazie a donazioni di privati”? (Ah, ricordo che l'”apparato di gestione” è in mano alla Wikimedia Foundation americana ed è la gestione tecnica del sito; la gestione delle singole voci è tenuta in piedi grazie al lavoro volontario e gratuito di chi ci scrive).

Comunque se volete scoprire “quanto è stato rimosso” per il momento non ci sono problemi: basta aprire la cronologia della voce (è un tab in alto in mezzo alla pagina) e cercare. L’ho appena fatto e ho scoperto che per esempio a fine 2017, per una decina di volte, un’utente che si trincera dietro il nick-name “Marisa roberti” voleva tra l’altro far sapere a tutti i lettori della voce che

Angela Luce ha avuto tre incontri con gli studenti: all'[[Università di Bologna]] e alla [[Federico II di Napoli]] con una lezione-spettacolo su [[Raffaele Viviani]] e la sua opera, e ancora a Napoli, nell’Aula Magna della Facoltà di Sociologia.

Purtroppo non ci era comunque dato di sapere qual è il suo piatto preferito per colazione; ma immagino che nel caso ce lo potrebbe dire la signora Giovanna Castellano, che presumo sia pagata per gestire l’immagine della signora Luce – nulla di male in questo, figuriamoci! – e quindi ha scelto questo modo per guadagnarsi il suo onorario – ecco, qui un po’ di male c’è, perché se vuoi metterti a fare qualcosa in un posto che non è tuo magari cominci prima a studiarti le regole di quel posto.

P.S.: ho scritto “per il momento” non perché Wikipedia o la Wikimedia Foundation voglia cancellare le tracce di quanto successo – non ce ne sarebbe nessuna ragione – ma perché l’articolo del Mattino lascia intuire che verrà sporta denuncia per conto della signora Luce contro la Wikimedia Foundation ed eventualmente coloro che hanno editato la voce: in questi casi la policy della WMF prevede che la voce in questione sia oscurata fino alla fine della contesa legale, per evitare ingerenze. È vero che ci saranno tanti altri luoghi della rete dove avere tutte le informazioni e notizie sulla signora Luce, però sarebbe sempre una perdita che Wikipedia non possa fornire quelle principali.

Mercoledì 13 parlo a Bologna sul copyright

03:04, Friday, 08 2019 February UTC

Come sapete, tra i miei cappellini c’è anche quello di portavoce di Wikimedia Italia: cappellino con il quale l’anno scorso mi sono attirato le critiche di SIAE, FIEG, AIE e loro amici per aver cercato di far presente che le norme previste per la nuova direttiva europea sul copyright (ma poi la voteranno? Chi lo può sapere…) non erano poi tutta quella bellezza che loro magnificavano.

Bene: mercoledì 13 febbraio alle 18 sarò uno dei panelisti dell’evento “Copyright: libertà e diritti fra nuove normative e futuro dell’editoria” al CUBO Unipol di Bologna. L’ingresso è libero ma su prenotazione a http://www.cubounipol.it/detail/agenda/p/copyright-libert-e-diritti; qualche informazione in più su Facebook a https://www.facebook.com/events/527377751105234/. Oh, tra i panelist c’è gente molto più seria di me quindi potrebbe essere interessante :-)

Qui mihi adiuvat?

03:04, Thursday, 07 2019 February UTC

Come forse ricorderete, un paio d’anni fa c’è stata una lunga diatriba su Wikipedia in lingua italiana relativa alla cancellazione della voce su Salvatore Aranzulla. Io ne avevo anche parlato su Medium: il punto è che nonostante quanto pensino in tanti io non ho alcun potere sull’enciclopedia e il mio parere (mantenere una pagina, sia pur sfrondata da tutto ciò che enciclopedico non è: per me è enciclopedico qualunque tema che tanta gente cerca) è risultato in forte minoranza.

L’altro giorno, in un impeto movimentista, ho pensato di scrivere una (micro)voce su di lui sulla Wikipedia in latino. Il vantaggio è che essendo latino non c’è virtualmente nessun italiano che si potrà lamentare; il problema è che io il latino mica me lo ricordo, saranno quarant’anni che non mi tocca tradurre dall’italiano al latino, e quindi non sono capace di andare molto avanti. Come vedete dalla pagina che ho citato, c’è un avviso – anche in inglese, non preoccupatevi – che dice che in tre mesi la voce potrebbe essere cancellata. Qualcuno vuole darle una mano? Materiale ce n’è, ma è in italiano.

P.S.: ho scoperto che anche se Google Translate afferma di avere il latino tra le sue lingue, in realtà non sa tradurre un tubo. Sono ancora più bravo io, il che è tutto detto.

Prima che vi affanniate a cercarla su un vocabolario, la parola “sesquimilionesimo” non esiste. Prima che io scrivessi questo post, nemmeno San Google la riportava. Certo, magari qualcuno ha studiato, sa che il prefisso sesqui- significa una volta e mezzo, e quindi capisce che sto parlando della voce numero 1.500.000 di Wikipedia in lingua italiana, un traguardo che è stato raggiunto venerdì mattina. E qual è questa voce, vi chiederete? Non si sa. Il mistero è questo.

Quello che è successo è stato infatti molto particolare, e l’ho scoperto per caso. Esiste un contatore del numero delle voci, {{NUMBEROFARTICLES}}, che per esempio è sfoggiato in alto a destra nella pagina principale di Wikipedia in italiano. Di solito il contatore viene incrementato automaticamente con la creazione di una voce (e decrementato con la cancellazione…), ma a volte si perde qualcosa. Il modo pratico per ovviare a questo fatto è lo stesso che avviene nei censimenti: si va avanti con le stime, ma ogni tanto si rifà un conteggio da capo. Per quanto riguarda Wikipedia, questo capita due volte al mese: per un caso del destino, quando è partito a mezzanotte (ora di San Francisco, le nostre 9 del mattino) del primo febbraio ha scoperto che non erano state contate un migliaio circa di voci: più di quelle che mancavano per raggiungere il milione e mezzo.

In definitiva, è impossibile sapere quale è stata esattamente la voce “premiata”! Mi diverto a pensare a tutti quelli che avevano in canna nuove voci da aggiungere al momento giusto e sono stati fregati da questo assestamento: ma è anche vero che la mia filosofia preferisce la qualità alla quantità e quindi non è un punto di vista neutrale…

Dov’è la direttiva copyright?

13:04, Monday, 21 2019 January UTC

Ricordate tutta la storia sulla direttiva europea per il copyright nel mercato digitale? A settembre l’Europarlamento aveva votato un testo parecchio punitivo per gli amanti della comunicazione libera, visto che estendeva parecchio le regole attuali sul copyright – regole che, ribadisco, noi di Wikimedia Italia riteniamo corrette come principio, ma per cui avremmo voluto alcune eccezioni in casi in cui non sono lesi reali diritti economici. A quel punto è partito il trilogo tra Commissione, Consiglio ed Europarlamento per armonizzare vieppiù la normativa, e oggi ci sarebbe dovuto essere il voto a riguardo. E invece no. Il voto è stato rimandato su richiesta di un certo numero di paesi, tra cui l’Italia in variegata compagnia (Germania, Polonia, Ungheria…)

A pensare male si commette peccato, lo so: ma credo che c’entrino parecchio i soldi messi da Google che ovviamente è contro l’articolo 11, la “tassa sulle citazioni” nata esplicitamente perché gli editori possano ricevere introiti dai link di Google News verso i loro siti. Checché si dica, la censura quasi preventiva sul caricamento di file da parte degli utenti prevista dall’artiolo 13 non è per loro così importante, la tecnologia ce l’hanno: anzi forse per loro era meglio la versione originale con la censura davvero preventiva. Però è chiaro che parlare di censura fa molta più presa verso l’opinione pubblica. Certo, i lobbisti dall’altra parte, con la nostrana Siae in testa, hanno tentato qualche contromisura, come la newsletter Articolo 13, che però non mi pare abbia avuto chissà quale successo. Ad ogni modo adesso la situazione è in stallo: i tempi tecnici per approvare la direttiva prima che il termine della legislatura mandi tutto a gambe all’aria sono stretti, e non credo che si arriverà a un compromesso di direttiva monca con stralcio dei due articoli incriminati. Da un punto di vista teorico, infatti, una nuova direttiva che superi quella attuale che risale al 2001 quindi quasi alla preistoria è necessaria: ma mi pare tanto che i grandi attori siano più interessati alla vil pecunia che ad avere una legge equa per tutti.

In tutto questo, avrete forse notato l’assenza del movimento Wikimedia dal dibattito. La cosa non è casuale: noi possiamo portare idee, abbiamo anche l’orgoglio di dire che le nostre idee sono sensate: ma nonostante quanto ci sia stato rinfacciato noi non siamo al soldo di nessuno. Personalmente ritengo sia la campagna Google che quella Siae sfacciatamente di parte, nel senso che nascondono dati ufficiali per portare l’acqua al loro mulino: poi è chiaro che anche un orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta, e quindi se si otterrà un risultato positivo per un motivo negativo noi apprezzeremo il risultato, esattamente come se si otterrà un risultato negativo (sempre per un motivo negativo…) accetteremo quanto votato. Ma continueremo a ritenere che il copyright deve tutelare l’autore (non le corporation) ma allo stesso tempo non deve diventare un moloch che abbracci qualunque imprevedibile sviluppo, impedendo la creatività che è la sua vera ragione d’essere.

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