Venerdì 24 febbraio 2023 il Tribunale di Venezia ha emesso
un’ordinanza
secondo cui Ravensburger, una casa di produzione di giochi tedesca,
dovrà pagare alle Gallerie dell’Accademia di Venezia una
somma di denaro per aver riprodotto su un proprio puzzle
l’immagine dell’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci.
Essendo Da Vinci morto da più di settant’anni, le sue
opere appartengono al pubblico
dominio e, anche tra gli addetti ai lavori, non tutti
concordano su questo approccio alla gestione delle opere su cui i
diritti d’autore sono scaduti.
Pubblichiamo di seguito un contributo di Deborah De Angelis e
Brigitte Vézina, rispettivamente rappresentante di Creative
Commons Italia e direttrice dell’area Policy and Open Culture
di Creative Commons. L’articolo è stato pubblicato con
il titolo originale
The Vitruvian Man: A Puzzling Case for the Public Domain
sul sito di Communia.
È di venerdì scorso la notizia dell’ordinanza
del tribunale di primo grado di Venezia su un giudizio cautelare
notificato dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, museo
pubblico del Ministero dei Beni Culturali. La posta in gioco: un
puzzle Ravensburger raffigurante il famoso disegno
dell’Uomo
Vitruviano del 1490, opera del genio del Rinascimento
italiano Leonardo da Vinci.
I convenuti sono le aziende tedesche produttrici di giocattoli
di fama mondiale Ravensburger AG, Ravensburger Verlag GMBH e la
loro sede italiana rappresentata da Ravensburger S.r.l.. Sono stati
citati in giudizio per aver utilizzato l’immagine del
famosissimo disegno in pubblico dominio per produrre e vendere un
puzzle senza l’autorizzazione o il pagamento di un compenso
alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dove l’opera
fisica è conservata.
Una domanda sconcertante
Soffermiamoci su questo punto. Autorizzazione, tariffa, opera in
dominio pubblico… I conti non tornano. Il pubblico dominio
è costituito da opere che non sono protette dal diritto
d’autore, liberamente utilizzabili da chiunque per qualsiasi
scopo. Il pubblico dominio è fonte inesauribile di opere
creative che ispira tutti noi e da cui dipende tutta la
creatività. La tutela del pubblico dominio è infatti
così importante che nel 2019 il legislatore europeo ha reso
esplicito all’articolo 14 della Direttiva Europea sul Diritto
d’Autore nel Mercato Unico Digitale (CDSM) che le
riproduzioni non originali di opere appartenenti al pubblico
dominio devono rimanere in pubblico dominio: nessuna protezione del
diritto d’autore deriva dal semplice atto di riproduzione di
opere in pubblico dominio, ad es. attraverso la
digitalizzazione.
Allora, come mai le Gallerie dell’Accademia hanno potuto
impedire a Ravensburger di utilizzare un’immagine
dell’Uomo Vitruviano di pubblico dominio sui suoi puzzle?
Come mai il tribunale:
- ha inibito ai convenuti di utilizzare a fini commerciali
l’immagine dell’opera “Uomo Vitruviano” di
Leonardo da Vinci e il suo nome, in qualsiasi forma e qualsiasi
prodotto e/o strumento, anche digitale, sui propri siti e su tutti
gli altri siti e social network sotto il loro controllo;
- ha condannato i convenuti al pagamento alle Gallerie
dell’Accademia di Venezia di una penale di 1.500 euro per
ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordinanza
cautelare;
- ha disposto la pubblicazione dell’ordinanza in estratti
e/o sintesi del suo contenuto da parte delle Gallerie
dell’Accademia e a spese dei convenuti su due quotidiani
nazionali e su due quotidiani locali?
La risposta: il Codice dei Beni Culturali italiano
La risposta risiede in un particolare atto legislativo italiano:
il Codice dei Beni Culturali italiano (D.Lgs. 42/2014). Secondo il
Codice dei Beni Culturali e la giurisprudenza in materia, le
riproduzioni digitali fedeli di opere del patrimonio culturale,
comprese le opere in pubblico dominio, possono essere utilizzate a
fini commerciali solo dietro il rilascio di un’autorizzazione
e il pagamento di un canone. È importante sottolineare che la
decisione di richiedere l’autorizzazione e richiedere il
pagamento è rimessa alla discrezionalità di ciascun
istituto culturale (cfr. articoli 107 e 108). In pratica, ciò
significa che gli istituti culturali hanno la facoltà di
consentire agli utenti di riprodurre e riutilizzare gratuitamente
riproduzioni digitali fedeli di opere di pubblico dominio, anche
per usi commerciali. Questa flessibilità è fondamentale
affinché le istituzioni sostengano l’open access al
patrimonio culturale.
Incompatibilità con l’articolo 14 Direttiva 2019/790
(CDSM)
Comunque sia, il sistema “autorizzazione+tassa” del
Codice dei Beni Culturali generalmente infligge un duro colpo al
pubblico dominio in Italia, e cosa allarmante, oltre i confini
nazionali — Creative Commons richiama l’attenzione su
questo aspetto nella
Global Open Culture Call to Action to Policymakers.
È infatti del tutto in contrasto con la legislazione UE che
tutela il pubblico dominio: l’art. 32, quater della legge
italiana sul diritto d’autore (legge 22 aprile 1941, n. 633)
contrasta palesemente con l’intento del legislatore europeo.
Questo perché l’art. 32, quater recepisce l’art.
14 Direttiva 2019/790 ma ne limita l’efficacia
all’applicazione del Codice dei beni culturali. Noi di
Communia abbiamo validi motivi per ritenere che ciò sia
incompatibile con la lettera e lo spirito dell’articolo
14.
Anche nei casi in cui la legislazione europea non abbia di per
sé effetti o applicabilità diretti nell’ordinamento
giuridico nazionale degli Stati membri, essa deve sempre
rappresentare un indispensabile parametro guida per i
tribunali nazionali, che sono chiamati a interpretare il diritto
nazionale alla luce della legislazione europea (ossia, un obbligo
di interpretazione conforme). Inoltre, esiste un divieto generale
per gli Stati membri di far prevalere una norma nazionale su una
norma comunitaria contraria, senza distinguere tra diritto
nazionale anteriore e posteriore.
Non è l’unico caso
Quello dell’Uomo Vitruviano purtroppo non è un caso
isolato. Solo pochi mesi fa commentavamo quella che contrapponeva
il
Museo degli Uffizi a Jean Paul Gaultier, dove il
convenuto, uno stilista francese, utilizzava le immagini di un
altro capolavoro del Rinascimento, la Nascita della Venere di
Botticelli. Questi casi sono destinati a lasciare dietro di sé
un disastro: grande incertezza sull’uso del patrimonio
culturale nell’intero mercato unico, creatività
ostacolata, imprenditorialità europea soffocata,
opportunità economiche ridotte e un dominio pubblico diminuito
e impoverito. Per affrontare tali questioni, auspichiamo che la
Corte di Giustizia Europea abbia presto occasione di chiarire che
il pubblico dominio non deve essere limitato, a maggior ragione da
norme al di fuori del diritto d’autore e dei diritti
connessi, che compromettono la chiara volontà del legislatore
europeo di tutelare il pubblico dominio.
È curioso notare che, anche se l’ordinanza cautelare
dovrebbe essere eseguita con specifico riferimento al puzzle
dell’Uomo Vitruviano, sul sito del convenuto si possono
ancora acquistare puzzle che riproducono “La Gioconda”
e “L’Ultima Cena” ” di Leonardo da Vinci;
“Il bacio” di Hayez e “Il bacio” di Klimt e
tanti altri monumenti, opere d’arte, immagini della natura e
di animali.
Liberalizziamolo
L’azione legale è il modo giusto per affrontare la
questione? I procedimenti giudiziari sono costosi e non cambieranno
la realtà. Un approccio diverso (compatibile con una politica
di accesso aperto e la protezione del pubblico dominio) che
liberalizza la fedele riproduzione del patrimonio culturale in
pubblico dominio sarebbe più favorevole al turismo,
all’industria creativa e al beneficio della società
civile in generale. Oltre ad essere un approccio compatibile con il
principio sancito dall’art. 14 della Direttiva CDSM.
Deborah De Angelis, Brigitte Vézina
Immagine:
Uomo Vitruviano (dettaglio), di Leonardo da Vinci, Pubblico
dominio, attraverso Wikimedia Commons