Copyright UE a una settimana dal voto decisivo: che fare?

10:32, Wednesday, 20 2019 March UTC

Siamo davvero giunti alla fase finale: la Direttiva UE sul copyright sarà votata in plenaria dal Parlamento europeo tra una settimana, il 26 marzo.
Il testo della normativa arriva tra le mani dei rappresentanti dei Paesi membri in una formulazione che ha sollevato un coro unanime di proteste da parte di tantissimi cittadini europei – sono quasi 5 milioni le persone che hanno firmato la petizione online #savetheinternet – ma anche il disappunto di centinaia di organizzazioni non profit, think tank, studiosi e ricercatori che vedono nella nuova Direttiva una potenziale minaccia alla libertà in Rete.
A queste numerose voci si è unito fin dalle prime battute anche il movimento Wikimedia, che nel testo finale della normativa individua più ostacoli alla diffusione della conoscenza libera che opportunità future: in particolare, gli articoli 11 e 13 introducono forti limiti alla Rete aperta, mentre restano assenti dal testo della Direttiva provvedimenti che potrebbero favorire il sapere libero, come l’estensione a tutti gli stati membri UE della libertà di panorama e delle eccezioni al diritto d’autore per le opere derivate caricate dagli utenti.
Insieme a Wikimedia Foundation e ai coordinamenti nazionali del movimento, anche le comunità di utenti attivi sui progetti Wikimedia nelle varie edizioni linguistiche hanno preso più volte posizione in contrasto alla Direttiva.
Gli utenti attivi su Wikipedia in lingua italiana hanno oscurato l’enciclopedia libera in segno di protesta a luglio 2018 in occasione del primo voto in plenaria del Parlamento europeo sulla Direttiva, seguiti dalle comunità di lingua inglese, estone, lettone, polacca e spagnola.
Per domani, giovedì 21 marzo, è già stato confermato un oscuramento di Wikipedia in tedesco, slovacco, ceco e danese mentre diverse comunità linguistiche con forte presenza in Europa (inglese, italiano, francese, spagnolo, olandese, polacco, portoghese) hanno aperto pagine di discussione, a cui tutti gli utenti registrati possono prendere parte, per valutare la possibilità di unirsi alla protesta.
Le diverse comunità e i capitoli nazionali Wikimedia hanno inoltre intrapreso in queste settimane azioni di advocacy per sensibilizzare i cittadini e gli europarlamentari sul tema: si va dalle chiamate dirette ai membri del Parlamento alla pubblicazione di articoli, dalla sottoscrizione di petizioni alla diffusione di dichiarazioni ufficiali sulla Direttiva. In questa pagina trovate l’elenco completo delle iniziative.

E tu, cosa puoi fare in questa settimana per tutelare la libertà in Rete?

  • Partecipare alla discussione sul tema al Bar di Wikipedia in lingua italiana
  • Chiedere agli europarlamentari italiani di schierarsi contro la Direttiva se desiderano avere il tuo sostegno per le imminenti elezioni del Parlamento Europeo
  • Sensibilizzare i tuoi seguaci sui canali social utilizzando l’hashtag #saveyourinternet

Unisciti a noi!

Nell’immagine: Corteo di protesta a Berlino contro la Direttiva UE copyright. Di Leonard Lenz, CC0, via Wikimedia Commons

Wikipedia è tra le fonti di informazione più consultate in rete: costantemente tra i dieci siti web più visitati al mondo, l’enciclopedia libera rappresenta un punto di riferimento per milioni di persone che desiderano informarsi sulle tematiche più disparate, dalla storia alla scienza alla letteratura, fino ad arrivare allo sport o allo spettacolo.
Se l’enciclopedia libera è il più grande archivio aperto di conoscenza esistente ad oggi, non dovrebbe forse essere un dovere morale o addirittura un obbligo deontologico per un ricercatore o un docente universitario contribuirvi?
Ne è fermamente convinto Armando Bisogno, socio Wikimedia Italia e Professore associato di Storia Medievale all’Università di Salerno, che da anni porta avanti all’interno del suo Ateneo e negli istituti scolastici campani il progetto Vivarium, con l’obiettivo di sperimentare in aula nuovi modelli didattici basati sul digitale e mettere così in connessione le discipline umanistiche e l’innovazione in campo informatico.
Si inserisce in questo percorso il doppio evento che si svolgerà lunedì 25 e martedì 26 marzo presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Salerno, promosso dallo stesso Dipartimento insieme al Centro interdipartimentale di Filosofia tardo-antica, medievale e umanistica (FiTMU), con la collaborazione di Wikimedia Italia e dell’associazione Mind The Gaps, nell’ambito della campagna europea All Digital Week 2019.
Il primo appuntamento sarà nella giornata di lunedì alle 17:30 in Aula F4 con uno spazio di domande e risposte sul tema “Open Science e Open Data” con i Proff. Armando Bisogno e Vittorio Scarano. L’obiettivo del confronto, ci racconta Armando, è “vincere i pregiudizi che ancora oggi resistono nel mondo accademico riguardo alla scienza aperta e ai progetti Wikimedia. “I docenti e i ricercatori sono per noi “nodi” fondamentali per la diffusione della conoscenza aperta” continua Armando “Per questo desideriamo farli riflettere sull’impatto che Wikipedia ha sulla vita delle persone e sul “dovere” di migliorare la qualità delle voci che chi fa ricerca specialistica ha nei confronti della vastissima platea di utenti che ogni giorno sulle pagine dell’enciclopedia libera forma le proprie opinioni. A tal fine invitiamo i docenti a partecipare e contribuire – rispettando le regole e le logiche collaborative dell’enciclopedia libera – per comprendere le potenzialità di Wikipedia e degli altri progetti Wikimedia e imparare a utilizzarli nella pratica, trasferendo poi queste competenze agli studenti. Ciò consentirà di immettere nel sistema un know-how che non se ne va nel momento in cui gli studenti terminano il loro percorso di studi ma resta e diventa parte della filosofia di una scuola, di un Ateneo o di un Dipartimento”
Per questo martedì 26 marzo i docenti, i dottorandi e i ricercatori saranno subito coinvolti in una prova pratica con la maratona di scrittura “Knowledge loves Wikipedia: Edit-a-thon per l’università”, che si svolgerà a partire dalle ore 14 presso il Laboratorio Turing.
Guidati da esperti wikipediani, tra cui anche il nostro Coordinatore nazionale didattica Luigi Catalani, i docenti e i ricercatori coinvolti potranno lavorare al miglioramento di voci relative alla propria disciplina di studio, a partire dalla ampia bibliografia che conoscono o di cui possono disporre.
“Non ci aspettiamo di raddoppiare i contenuti delle voci Wikipedia in una giornata, ma desideriamo che docenti e ricercatori acquistino familiarità con il modello e, in particolare, imparino a inserire nelle voci i riferimenti alle fonti. Poi, sarebbe bello se ciascuno di loro “adottasse” una voce relativa alla propria disciplina di studio, prendendosi cura del suo sviluppo e arricchimento ma anche confrontandosi positivamente con la comunità”.
Se siete docenti, ricercatori o dottorandi, potete partecipare gratuitamente agli eventi (anche da remoto!) seguendo la procedura di iscrizione qui indicata. I nostri volontari vi aspettano!

Nell’immagine: Docenti a scuola di Wikipedia. Di Franz Glaw, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

È tempo di festeggiare! Sabato 23 marzo celebreremo insieme la conoscenza libera e le bellezze d’Italia con la cerimonia di premiazione di Wiki Loves Monuments 2018, la settima edizione italiana del grande concorso che valorizza il nostro ricco patrimonio culturale sui progetti Wikimedia.
Protagonisti della giornata saranno i vincitori del concorso, che saranno premiati dai partner di Wiki Loves Monuments 2018 e da due illustri membri della Giuria di qualità: la fotografa professionista Lucia Esposto, delegata FIAF e Presidente del Circolo Fotografico milanese, e Gianfranco Buttu, utente wikipediano che ha valutato le immagini non solo per la loro bellezza estetica ma anche per l’uso che è possibile farne sui progetti Wikimedia.
A fare gli onori di casa anche quest’anno sarà l’Assessore a Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data Lorenzo Lipparini, che ha sostenuto la partecipazione del Comune di Milano al concorso, garantendo l’autorizzazione a fotografare e condividere con licenza libera gli scatti di oltre 900 monumenti.
Sarà invece il nostro Presidente Lorenzo Losa a raccontare l’ormai lunga storia del concorso e i raggiungimenti di questa edizione, ma anche ad illustrare ai presenti tutte le complessità e le sfide connesse all’organizzazione di WLM nel nostro Paese, a causa dell’assenza di libertà di panorama e dei vincoli imposti dalla normativa vigente.
La vera sorpresa la lasciamo alla fine: in anteprima assoluta in occasione della cerimonia, al Castello sarà esposta la mostra degli scatti vincitori di WLM 2018, che comprende tutte le immagini premiate al concorso nazionale e i primi classificati dei sette concorsi locali promossi quest’anno dai coordinamenti e dai partner regionali di Wikimedia Italia.
Vi aspettiamo per applaudire i nostri vincitori, ammirare gli splendidi scatti premiati e brindare insieme – speriamo con il sole in volto – nello splendido cortile del Castello.
L’accesso all’evento è gratuito, con registrazione obbligatoria a questo link. Affrettatevi, i posti a disposizione sono limitati!

Nell’immagine: Sailko, Marco Chemello e Claudio Concina, rispettivamente il quinto classificato WLM 2018, il coordinatore WMI per il Veneto e il vincitore del premio Wiki Loves Veneto, mostrano le loro fotografie alla premiazione locale a Verona. Di Stefano Maurizio Venturini, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Venerdì 15 marzo alle 15:30, nell’ambito della Milano Digital Week, la sede di AMAT – l’Agenzia Mobilità, Ambiente e Territorio del Comune di Milano – ospiterà un incontro aperto al pubblico volto a presentare e discutere tre percorsi attivati dall’azienda, che prevedono l’utilizzo di tecnologie digitali per strutturare servizi legati ai temi dell’acustica, della pianificazione della mobilità e dell’accessibilità.
Quest’ultimo progetto è particolarmente interessante per chi, come noi, ama la conoscenza libera e gli open data perché prevede l’utilizzo di OpenStreetMap come strumento innovativo per mappare l’accessibilità della città di Milano ai disabili e pianificare futuri interventi di miglioramento.
Il nostro progetto ha radici nel 2014 – ci ha raccontato un esperto di AMATquando, in vista di EXPO Milano 2015, il Comune di Milano, ATM, AMAT, le principali associazioni a tutela dei disabili attive in città e altri stakeholder hanno partecipato alla Task Force Accessibilità con l’obiettivo di condurre una ricognizione complessiva sull’accessibilità del trasporto pubblico a Milano per indirizzare finanziamenti e pianificare interventi sia nel breve termine, in vista dell’evento, che nel lungo periodo. In parallelo a questa attività procedeva anche la stesura da parte del Comune del proprio PEBA, il Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche.
Il passo successivo – continua –  era unire i dati sulla mobilità ai dati sui servizi per poter quindi rispondere a domande come “è veramente possibile raggiungere i servizi e gli edifici pubblici a partire dalle fermate accessibili del trasporto pubblico? Esiste un modo per ottimizzare gli interventi di manutenzione e garantire dei percorsi certi e sicuri nello spazio pubblico? In un sistema complesso di origini e destinazioni multiple, possiamo classificare gli interventi di abbattimento delle barriere architettoniche in relazione a tutti gli itinerari che abilitano?”
Nel 2016 è stato quindi attivato un progetto sperimentale su un’area ristretta della città che ha preso il nome di “1 kmq Facile” nel quale è stato possibile testare questo approccio innovativo.
Ed è qui che entra in gioco OpenStreetMap: a seguito del successo della sperimentazione, AMAT e il Comune di Milano si sono posti l’obiettivo di estendere il “kmq facile” a tutta Milano.
Registrare per tutta la città dati molto specifici come, ad esempio, la presenza di gradini, la tipologia di pavimentazione o l’inclinazione delle rampe dei marciapiedi è un lavoro estremamente utile quanto impegnativo – ci ha detto l’intervistato – per questo abbiamo pensato subito al doppio vantaggio che offre l’utilizzo di una piattaforma aperta come OpenStreetMap: da un lato, possiamo contare sul coinvolgimento di una comunità di mappatori che può aiutarci a raccogliere i dati, dall’altro possiamo fare sì che le informazioni raccolte siano accessibili e riutilizzabili da chiunque, anche per sviluppare applicazioni al servizio della cittadinanza o dei turisti. Questo è peraltro pienamente in linea con le politiche del Comune sugli open data.
Il primo passo è stato riversare sulla “Wikipedia delle mappe” gli elementi raccolti nell’ambito della nostra prima sperimentazione, confrontandoci con la comunità sulle modalità di registrazione delle informazioni.
La mappatura sarà poi estesa all’area del Municipio 1, dove hanno sede i principali servizi pubblici, per poi arrivare a tutta la città. Il progetto verrà inoltre arricchito e integrato con fotografie sferiche condivise su Mapillary.
Al momento attuale il confronto con la comunità è per noi vitale – conclude – ed è questo uno dei motivi per cui abbiamo deciso di promuovere l’evento di venerdì prossimo. Mostrare la serietà del nostro approccio può innanzitutto essere un volano per mappatori volenterosi. Inoltre diversi aspetti del progetto restano ancora da approfondire: ad esempio come possiamo registrare in modo efficace, univoco e veloce le informazioni relative al restringimento della larghezza dei passaggi pedonali sui marciapiedi? Ha senso/è possibile registrare sulla mappa libera informazioni sulle aree o i manufatti che necessitano di manutenzione?  Per confrontarsi con AMAT su questi interrogativi e porne di nuovi, invitiamo tutti i mappatori e gli appassionati di OpenStreetMap a partecipare all’evento di venerdì 15: l’iscrizione è completamente gratuita, basta compilare l’apposito modulo su Eventbrite.

Nell’immagine: Incrocio di tram a Milano nel tratto iniziale di Corso Sempione. Di Ian Fisher, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Iniziamo il nostro 2019 insieme con un’assemblea…vista mare. Sabato 6 aprile, la splendida Chiesa di Sant’Antonio Abate, sede dell’Università di Palermo, ospiterà il primo raduno dei soci Wikimedia Italia in calendario per quest’anno.
L’incontro, che si svolgerà nel pomeriggio del sabato, dalle 14.00 alle 18.00, sarà l’occasione per ripercorrere insieme il 2018 dell’associazione, con la presentazione della relazione sulle attività e del bilancio consuntivo, e confrontarsi sui nuovi grandiosi obiettivi da raggiungere nel nuovo anno.
Come di consueto, l’assemblea sarà aperta a tutti, compreso chi non è socio di Wikimedia Italia, ma potrà esprimere il proprio voto solo chi è membro dell’associazione ed è in regola con il pagamento della quota per il 2019.
Se non siete certi di aver rinnovato la vostra adesione, scriveteci all’indirizzo segreteria@wikimedia.it e vi forniremo tutte le informazioni sul vostro status di socio.
Se potrai essere già a Palermo in mattinata, non prendere impegni, i nostri soci attivi a livello locale stanno preparando attività collaterali e sessioni di confronto per tutti i partecipanti. E per chi pensa di fermarsi anche la domenica, sono in via di definizione altri momenti di condivisione alla scoperta delle meraviglie – architettoniche e…culinarie! – della città.
Il programma completo dell’assemblea e i dettagli per iscriversi sono pubblicati qui; vi consigliamo di consultare la pagina fino al giorno prima dell’incontro per non perdere le novità dell’ultimo minuto.

Vi aspettiamo!

Ps. Per i soci che proprio non riusciranno a raggiungerci, ricordiamo che esiste sempre la possibilità di esprimere il proprio voto delegando un altro membro dell’associazione. Qui tutte le istruzioni per farlo.

Nell’immagine: Passeggiata sul mare a Palermo. Di Leandro Neumann Ciuffo, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Muoversi in città non è semplice per chi ha disabilità motorie o di altro tipo, come ipovedenti o non udenti: proprio per questo nell’ormai lontano 1986 veniva introdotto in Italia l’obbligo per tutti i Comuni e le Province di adottare i cosiddetti Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), volti a stimolare tutti gli interventi mirati ad accrescere l’accessibilità delle aree urbane.
A più di trenta anni dall’introduzione di questa legge, resta ancora molto lavoro da fare in merito all’applicazione dei PEBA e tante amministrazioni sono ancora all’anno zero: ancor prima di definire dove intervenire, manca una mappatura dello stato di fatto.
Il database libero di OpenStreetMap può essere una risorsa estremamente interessante per tutte le pubbliche amministrazioni che desiderano intraprendere un percorso volto a rendere le città più accessibili – ci ha detto Alessandro Sarretta, ricercatore CNR-ISMAR e utente OSM, che proprio su questo tema ha di recente tenuto un intervento e animato un mapping party nel quadro di FOSS4G-IT 2019 a Padova.
OpenStreetMap, grazie alla sua flessibilità, si presta molto bene a raccogliere elementi utili per mappare l’accessibilità. Il punto di partenza è la tag wheelchair yes/no che si può applicare a qualsiasi elemento, dalle strade agli edifici, per segnalare la possibilità di accedere o circolare senza rischi in sedia a rotelle. – prosegue Alessandro – Ci sono poi tantissimi altri elementi rilevanti che si possono mappare, dalla larghezza (width) alla tipologia di superficie (surface) dei marciapiedi o delle strade alla presenza di scivoli (kerb), specificando anche la loro pendenza. Si può poi registrare la presenza di parcheggi o bagni per disabili o – venendo alle altre tipologie di disabilità – la presenza di segnalatori acustici (traffic signal sound) per non vedenti o di percorsi tattili (tactile paving) per ipovedenti.
Una volta registrati sulla mappa libera, i dati sono liberamente accessibili a tutti, ma anche aggiornabili in modo semplice e piuttosto economico. Inoltre – essendo riutilizzabili per tutti gli scopi, compresi quelli commerciali – possono servire a sviluppare applicazioni in grado di restituire in modo semplice e intuitivo le informazioni a chi può averne bisogno.
L’esempio più conosciuto è Wheelmap – ci dice Alessandro – ma per fortuna non è l’unico. Ad esempio Openrouteservice, noto servizio di routing che si basa su dati OSM, ha inserito tra le sue opzioni di ricerca anche un’opzione che mostra il percorso migliore per persone con disabilità motoria.
Le potenzialità sono tantissime, ma c’è ancora molto da fare continua Alessandro – Questo tipo di mappatura è utile quanto complessa, in quanto necessita la raccolta di informazioni molto dettagliate in loco e – preferibilmente – la presenza di un utente disabile che possa testare sul campo le strutture. Mapillary può essere un aiuto nella raccolta di immagini e nella registrazione da remoto, ma non risolve completamente il problema.
Purtroppo ad oggi in Italia le aree meglio mappate sono soprattutto nei grandi centri urbani del Nord, grazie al lavoro di singoli utenti molto attivi su questo fronte (ad esempio a Genova) o a progetti lanciati dalla pubblica amministrazione in collaborazione con le agenzie che si occupano di infomobilità  (ad esempio 5T a Torino o AMAT a Milano – di cui vi parleremo nei prossimi giorni sul nostro blog).
La sfida per il futuro sarà raccogliere più dati legati all’accessibilità ma anche renderli omogenei tra loro – conclude Alessandro – Per questo è importante dotarsi di pagine di coordinamento e schede di mappatura per registrare i dati in modo univoco.
Il futuro della mappatura dell’accessibilità su OSM è tutto da scrivere, ma – come Alessandro – crediamo sia una strada che vale la pena percorrere.
Se vi abbiamo incuriositi, contattateci all’indirizzo segreteria@wikimedia.it per saperne di più!

Nell’immagine: l’indicazione di un sentiero accessibile a persone con disabilità motorie. Foto di Jensbest, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Giovedì 14 marzo a Milano presso il Palazzo delle Stelline si terrà l’evento “Strategie digitali per la scuola”. Abbiamo intervistato Marzio-Glauco Ghezzi e Agnese Marchesini, membri dell’associazione Albinit, che alle 10:00 condurranno il workshop “Accessibilità e usabilità dei progetti Wikimedia per gli ipovedenti

Ciao Marzio e Agnese, come nasce e come si è sviluppato il vostro studio legato all’usabilità dei progetti Wikimedia?

Albino Project è un progetto nato su iniziativa di Wikimedia Svizzera con l’obiettivo di testare la possibilità di utilizzare Wikipedia e altri tre progetti Wikimedia – Wikisource, Wikimedia Commons e Wikivoyage. Il progetto – ci racconta Marzio – ha coinvolto me, Agnese e altri membri dell’associazione Albinit, nata da un piccolo gruppo di persone con l’obiettivo di affrontare insieme le difficoltà e le battaglie quotidiane che l’albinismo comporta.
Nella fase uno del progetto, che si è svolta nel 2018, un campione di utenti ha testato l’esperienza di fruizione (in sola lettura) dei quattro progetti selezionati su device diversi attribuendo una serie di valutazioni su alcune attività specifiche, dalla facilità di lettura degli articoli e dei collegamenti alla semplicità di ricerca, alla gestione degli elementi testuali.

Quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato nell’uso dei quattro progetti Wikimedia oggetto dello studio, e quali invece gli elementi positivi riscontrati?

Le maggiori problematiche riscontrate nell’uso dei quattro progetti sono state su Wikimedia Commons, che rispetto ai parametri indagati ha ottenuto un punteggio piuttosto basso. Lo scoglio più grande è proprio la difficoltà di navigazione della piattaforma, cosa che impedisce agli utenti di avere una esperienza di fruizione dei contenuti positiva e autonoma.
Questo è un dato generale da tenere presente, ma che ovviamente non restituisce la complessità della valutazione effettuata da ogni singolo utente: “ognuno di noi ha un visus diverso e percepisce la propria disabilità in modo differente” ci spiega Agnese.
Personalmente – prosegue Agnese – ho faticato a trovare un’interfaccia lineare e pulita che mi permettesse di avere una maggiore leggibilità della pagina e, al contempo, una migliore comprensione veloce. Considera che spesso avere la possibilità di ingrandire una pagina non consente di agevolare la comprensione, ma rende quasi più difficile la navigazione e la comprensione, poiché si rischia di perdere la visualizzazione globale di ciò che si sta trattando.
Il progetto più usabile è invece Wikipedia, che ha ottenuto una valutazione quasi sempre positiva: è in effetti una delle piattaforme più utilizzate e conosciute dagli ipovedenti.
Wikipedia presenta una disposizione dei contenuti che, anche in fase di lettura veloce, è facile da comprendere. – ci racconta Agnese – Anche ingrandendo le pagine si riesce quasi sempre a non perdere il filo del discorso e a navigare facilmente, dal momento che la disposizione dei contenuti è lineare e spesso cronologica.

A fronte dei risultati dello studio che avete condotto e della vostra esperienza, ritenete che i progetti Wikimedia siano strumenti utili ed efficaci per l’utilizzo in classe da parte di studenti ipovedenti? Se sì, perché?

Credo che Wikipedia e tutti i progetti fratelli possano essere un potente strumento da utilizzare in classe soprattutto per le persone ipovedenti, che sono le prime a imparare ad utilizzare il computer per ridurre l’affaticamento visivo che si riscontra su un libro normale, stampato. – racconta Agnese – Ciò non significa escludere totalmente il cartaceo, ma affiancarlo ad altri strumenti per poter rendere più efficiente lo studio, l’apprendimento e la conoscenza di nuovi temi in modo semplice e veloce, e soprattutto adattabile alla persona ipovedente.
Quello che mi preme sottolineare – continua Agnese – è che i progetti Wikimedia possono essere strumenti efficaci in classe se si insegna ad utilizzarli nel modo più consono. Un docente deve avere la possibilità, ma soprattutto dare la possibilità agli studenti con disabilità visiva di esplorare l’universo dei progetti collaborativi, che può aiutare a migliorare la vita quotidiana e accorciare i tempi dell’adattamento di certi volumi reperibili solo in forma cartacea.

Quali sono i vostri auspici per il futuro?

Ci auguriamo che questo progetto possa essere e diventare fonte di apprendimento “al contrario” – ci dice Agnese – ossia che le persone che non incontrano questa disabilità quotidianamente, si rendano conto che spesso “bello” esteticamente non significa sempre facilmente navigabile. Sono sicura che questo progetto può essere un buon punto di partenza per poter costruire insieme qualcosa di più grande che venga incontro a diverse esigenze e che risponda in particolare ai bisogni delle persone ipovedenti, che affrontano queste difficoltà ogni giorno su diverse piattaforme sia reali che digitali.

Grazie Marzio e Agnese, ci vediamo al Convegno Stelline Scuola!

Clicca qui per iscriverti ai workshop, tutti gratuiti e che prevedono il riconoscimento dei crediti formativi per i docenti che vi prenderanno parte.

Nell’immagine: uno studente ipovedente in fase di massimo sforzo. Fotografia fornita da Marzio Glauco Ghezzi.

Professore, con WikiBooks il libro lo scriviamo noi!

12:09, Wednesday, 06 2019 March UTC

Giovedì 14 marzo a Milano presso il Palazzo delle Stelline si terrà l’evento “Strategie digitali per la scuola”. Abbiamo intervistato Luigi Catalani, coordinatore nazionale didattica per Wikimedia Italia e relatore al convegno, che alle 16:30 condurrà il workshop “Wikibooks in classe: creare risorse educative aperte in maniera collaborativa

Che cos’è WikiBooks e perché a tuo avviso può essere uno strumento utile in classe?

WikiBooks è uno dei tredici progetti promossi da Wikimedia Foundation. Proprio come Wikipedia, Wikisource, Wikiquote, ecc. è multilingue, redatto collaborativamente da utenti volontari e si caratterizza per ospitare contenuti aperti e liberamente riutilizzabili.
Wikibooks, in particolare, è una piattaforma che raccoglie e-book dal contenuto didattico, come libri di testo, manuali e libri commentati.
WikiBooks può essere utilizzato con profitto a scuola come strumento per coinvolgere gli studenti in un processo di co-produzione di contenuti, che preveda lo sviluppo di risorse più strutturate rispetto alle voci Wikipedia.

Raccontaci qualche esperienza concreta di utilizzo di questo progetto a scuola: quali sono stati i risultati?

Un’esperienza che segnalo sempre con piacere, anche perché continua a distanza di anni a suscitare l’interesse della stampa e dei docenti è il wikibook sul cyberbullismo realizzato nel 2016 dagli studenti di una classe prima del Liceo delle scienze umane “E. Gianturco” di Potenza. Gli alunni, guidati dai loro insegnanti, hanno seguito un percorso di approfondimento sul tema, consultando fonti in biblioteca e in rete e analizzando l’argomento da molteplici punti di vista: linguistico, normativo, psico-sociale, tecnologico.
Il risultato di questa grande ricerca collettiva è confluito nel wikibook condiviso, che resta accessibile in rete e che potrà essere riutilizzato e persino ampliato da altri utenti in futuro.
L’esperienza ha avuto un successo tale che l’anno seguente un’altra classe prima della stessa scuola ha realizzato un altro wikibook sul metodo di studio, con l’obiettivo di interrogarsi e far riflettere i propri coetanei sui migliori percorsi da seguire per l’apprendimento delle varie discipline.
Wikibooks si presta anche ad accogliere lavori più complessi come, ad esempio, il manuale universitario di filosofia dell’informatica prodotto in maniera condivisa nell’arco di tre anni da circa 120 studenti dell’Università di Salerno.

In che modo, a tuo avviso, WikiBooks ha cambiato le dinamiche di classe? Quali sono stati gli impatti più evidenti sui docenti e sugli alunni?

A mio avviso, i docenti hanno innanzitutto apprezzato l’opportunità di lavorare su una piattaforma agile e flessibile, dove è possibile modulare i contenuti e produrli anche con il supporto di volontari esterni al gruppo classe.
Un altro vantaggio è la possibilità di integrare in maniera fruttuosa risorse cartacee e digitali, come ha spiegato la prof.ssa Curci del Liceo Gianturco sulla rivista specialistica Bricks.
Dal canto loro, gli alunni si responsabilizzano e imparano a lavorare insieme in un contesto di didattica attiva in cui possono acquisire le conoscenze, metterle in pratica e condividerle in un ambiente collaborativo al contempo fisico (il contesto classe) e digitale (la piattaforma online).
Si crea un clima di collaborazione reale, quasi di complicità tra docenti e studenti, basato sulla condivisione degli strumenti e degli obiettivi.

Quali sono dunque le competenze che può sviluppare o migliorare uno studente grazie all’uso di WikiBooks?

Oltre a favorire lo sviluppo di una serie di soft skills e competenze trasversali (collaborazione, comunicazione, creatività, problem solving), l’utilizzo didattico di Wikibooks consente agli studenti di acquisire consapevolezza sul processo di costruzione di un libro di testo: le scelte che implica il processo di scrittura, la cura dello stile e dell’efficacia comunicativa, la compiutezza dei contenuti, la coerenza dell’insieme.

Perché consiglieresti a un docente di adottare WikiBooks?

Perché è una piattaforma che consente di coinvolgere la classe in un’attività laboratoriale di apprendimento attraverso la pratica (learning by doing) orientata alla realizzazione di un progetto (project-based learning) gestito in maniera collaborativa e che implica la produzione di contenuti mediamente complessi.
Ma non solo: WikiBooks rappresenta un’opportunità reale per scrivere insieme agli studenti risorse educative autonome, strutturate e libere di essere arricchite e ri-utilizzate da tutti.

In che modo un progetto come WikiBooks può essere utile a una biblioteca scolastica?

Un contenuto prodotto in modalità collaborativa su Wikibooks può sicuramente entrare a far parte del carnet di risorse digitali free che una biblioteca scolastica innovativa mette a disposizione della comunità scolastica.
I vantaggi di questa operazione sono molteplici: integrare le risorse prodotte dall’editoria professionale con risorse create a scuola, stimolare la produzione di contenuti simili in altre classi o nelle scuole collegate in rete, favorire l’uso consapevole delle risorse digitali e delle licenze d’uso dei contenuti online.
Per il fatto stesso di offrire a studenti, docenti e famiglie libri cartacei e risorse digitali senza soluzione di continuità, la biblioteca scolastica innovativa è l’ambiente ideale dove creare e-book in modalità wiki.

Grazie Luigi, ci vediamo al Convegno Stelline Scuola!

Clicca qui per iscriverti ai workshop, tutti gratuiti e che prevedono il riconoscimento dei crediti formativi per i docenti che vi prenderanno parte.

Nell’immagine: studenti al lavoro sui progetti Wikimedia. Foto di Niccolò Caranti, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Wikipedia vuole oscurare Angela Luce. Perché?

15:39, Tuesday, 05 2019 March UTC

Il titolo di questo post non è ovviamente mio: arriva nientepopodimeno che dal comunicato stampa di un evento tenutosi ieri al Palazzo delle Arti di Napoli, con un intervento di un docente di Diritto Costituzionale, di cui purtroppo non ho trovato fonti istituzionali.

Facciamo un passo indietro. Ieri nel tardo pomeriggio, dopo una di quelle sessioni estenuanti di lavoro in cui non si riesce a far funzionare nulla, scopro che ci sono stati due giornalisti di testate diverse che hanno chiesto informazioni su Angela Luce: uno è stato gestito autonomamente dallo staff di Wikimedia Italia, all’altro ho poi risposto io dopo aver cercato di capire esattamente cosa poteva essere successo; non mi era ancora chiaro che il tutto arriva dopo la conferenza stampa, e quindi avevo solo a disposizione le informazioni che potevo ricavare direttamente dalla cronologia della voce di Wikipedia.

In effetti, rispetto a quello che capita di solito – qualcuno che si ritiene importantissimo ma che in realtà non si fila nessuno e quindi viene espunto da Wikipedia – non ci sono dubbi che la signora Luce sia una persona rilevante: la voce su lei è presente sull’enciclopedia sin dal 2007. Qual è allora il problema? Cito direttamente dal comunicato stampa, presumibilmente opera di Giovanna Castellano:

Come sarà spiegato nel corso della conferenza stampa, si tratta di persone (almeno 3) che conoscono molto bene sia l’artista che il suo percorso e tuttavia, scientemente, hanno deciso di eliminare dalla sua pagina, eventi importantissimi che la riguardano. E, quel che è peggio, trincerandosi dietro l’anonimato garantito dai nick-name e forti del “potere” di controllo, potere che nel caso di Angela Luce viene usato in maniera distorta e schizofrenica.

Occhei, forse rileggendolo non è molto chiaro. O almeno a me non è chiaro come si possa sapere che quelle persone “conoscono molto bene sia l’artista che il suo percorso” considerando che “si trincerano dietro l’anonimato”. Qualcosa in più si può forse comprendere leggendo la parte fuori dal paywall dell’articolo del Mattino al riguardo:

la Luce vorrebbe inserire alcuni premi, come quello letterario di Camaiore, gli incontri con principesse e presidenti della Repubblica, serate in suo onore, i complimenti e i biglietti di stima ricevuti dai grandi artisti.

Ora non c’è nulla di male se la signora Luce viene intervistata e racconta di tutti i “complimenti e i biglietti di stima” da lei ricevuti. Ancora più naturale è che una sezione del sito personale della signora Luce riporti tutti questi complimenti e biglietti di stima. Ma voi vi aspettereste forse che una voce sull’Enciclopedia del Cinema Treccani riporti quelle notizie? E allora perché dovrebbero esserci su Wikipedia? Cosa c’entra – sempre citando dal comunicato stampa – che “tutto l’apparato di gestione della
sedicente enciclopedia è tenuto in piedi grazie a donazioni di privati”? (Ah, ricordo che l'”apparato di gestione” è in mano alla Wikimedia Foundation americana ed è la gestione tecnica del sito; la gestione delle singole voci è tenuta in piedi grazie al lavoro volontario e gratuito di chi ci scrive).

Comunque se volete scoprire “quanto è stato rimosso” per il momento non ci sono problemi: basta aprire la cronologia della voce (è un tab in alto in mezzo alla pagina) e cercare. L’ho appena fatto e ho scoperto che per esempio a fine 2017, per una decina di volte, un’utente che si trincera dietro il nick-name “Marisa roberti” voleva tra l’altro far sapere a tutti i lettori della voce che

Angela Luce ha avuto tre incontri con gli studenti: all'[[Università di Bologna]] e alla [[Federico II di Napoli]] con una lezione-spettacolo su [[Raffaele Viviani]] e la sua opera, e ancora a Napoli, nell’Aula Magna della Facoltà di Sociologia.

Purtroppo non ci era comunque dato di sapere qual è il suo piatto preferito per colazione; ma immagino che nel caso ce lo potrebbe dire la signora Giovanna Castellano, che presumo sia pagata per gestire l’immagine della signora Luce – nulla di male in questo, figuriamoci! – e quindi ha scelto questo modo per guadagnarsi il suo onorario – ecco, qui un po’ di male c’è, perché se vuoi metterti a fare qualcosa in un posto che non è tuo magari cominci prima a studiarti le regole di quel posto.

P.S.: ho scritto “per il momento” non perché Wikipedia o la Wikimedia Foundation voglia cancellare le tracce di quanto successo – non ce ne sarebbe nessuna ragione – ma perché l’articolo del Mattino lascia intuire che verrà sporta denuncia per conto della signora Luce contro la Wikimedia Foundation ed eventualmente coloro che hanno editato la voce: in questi casi la policy della WMF prevede che la voce in questione sia oscurata fino alla fine della contesa legale, per evitare ingerenze. È vero che ci saranno tanti altri luoghi della rete dove avere tutte le informazioni e notizie sulla signora Luce, però sarebbe sempre una perdita che Wikipedia non possa fornire quelle principali.

In occasione della Giornata internazionale della donna, si terranno in tutto il mondo diverse iniziative mirate a celebrare l’importante contributo delle donne in tutti gli ambiti della società – dalla scienza all’arte, fino alla letteratura e alla politica – e ricordare le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state da sempre oggetto, affinché non si ripetano.
Wikimedia Italia non mancherà anche quest’anno di festeggiare questa ricorrenza, celebrando le donne attraverso i progetti wiki.
Proprio l’8 marzo, si terrà presso il Dipartimento di informatica dell’Università degli Studi di Salerno una maratona di scrittura su Wikipedia, che avrà l’obiettivo di creare e arricchire le voci dedicate alle attiviste premiate con l’International Women of Courage Award, il premio istituito nel 2007 dal Segretario di Stato USA Condoleezza Rice, proprio in occasione dell’8 marzo.
L’evento, che si colloca nell’ambito della campagna internazionale Art + Feminism, è  promosso dai nostri soci campani Remo Rivelli e Alessandra Boccone insieme all’associazione Mind the Gaps di Francesca Meloro, ed è sostenuto dal progetto Vivarium.
L’iniziativa è stata fortemente voluta da Delfina Malandrino insieme a tutte le docenti del Dipartimento, da sempre attive e sensibili alle tematiche del gender gap, tanto da dare vita a DonnaInformatica, commissione che ha l’obiettivo di promuovere iniziative volte a colmare il gender gap nel settore digitale e supportare le ragazze che intraprendono questo tipo di studi.
Siamo stati contattati direttamente dal Dipartimento con la richiesta di organizzare insieme questa iniziativa e ne siamo stati più che entusiasti – ci ha detto la nostra socia Alessandra Boccone – perché crediamo questo sia il frutto di un lavoro sul territorio che stiamo portando avanti da anni allo scopo di fare rete e sensibilizzare tutte le istituzioni culturali – dai musei, alle biblioteche, alle scuole, alle università – verso i progetti Wikimedia. Tre anni fa abbiamo organizzato la prima editathon per la Giornata della Donna presso il Caffé letterario Arté di Battipaglia, lo scorso anno siamo stati ospitati dalla Biblioteca Nazionale di Napoli e quest’anno arriviamo in Ateneo: la nostra attività di “contaminazione” sta funzionando e questa occasione ci spinge ancor di più a proseguirla.
Per chi volesse partecipare alla maratona di scrittura, l’appuntamento è alle 14:30 di venerdì 8 marzo presso il Laboratorio Turing situato nel Dipartimento di Informatica dell’Università di Salerno (stecca 7) in via Giovanni Paolo II 132 a Fisciano (SA).
Salerno è troppo distante? Non disperare. Se conosci già le regole base per contribuire a Wikipedia, puoi partecipare alla maratona di scrittura anche da remoto lavorando sulle voci selezionate dai nostri soci e riportate sulla pagina dell’evento. Puoi anche dare un’occhiata al sito Art + Feminism, per vedere se ci sono altri eventi in calendario nella tua zona.
L’8 marzo diamo insieme spazio alle donne su Wikipedia!

Nell’immagine: Le vincitrici dell’International Women of Courage Award 2012 insieme a Hillary Clinton e Michelle Obama. Di U.S. Department of State, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

La Biblioteca Wikipedia è un progetto nato recentemente grazie all’impulso di un gruppo di bibliotecarie e bibliotecari italiani allo scopo di facilitare la ricerca di testi e fonti informative a chi desidera scrivere voci nell’enciclopedia libera. In che modo?
Innanzitutto, il progetto mette a disposizione e alimenta un repertorio di banche dati e archivi in cui è possibile trovare articoli ad accesso aperto – dunque liberamente fruibili e riutilizzabili  da chiunque – afferenti a vari ambiti disciplinari.
La Biblioteca Wikipedia, attraverso gli accordi stipulati dal progetto corrispondente in lingua inglese The Wikipedia Library, mette inoltre a disposizione di tutti gli utenti un accesso gratuito a banche dati disciplinari normalmente in abbonamento, che possono essere utilizzate come fonti autorevoli per le voci dell’enciclopedia libera.
Infine, i wiki bibliotecari attivi sul progetto sono disponibili a supportare gli utenti, rispondendo in particolare a quesiti riguardanti la ricerca di fonti bibliografiche utili a redigere una voce enciclopedica.
Da oggi, i servizi della Biblioteca Wikipedia si ampliano ulteriormente grazie all’adesione al circuito NILDE (Network for Inter-Library Document Exchange), una rete di interscambio tra biblioteche nata per favorire un accesso veloce alla letteratura scientifica da parte degli utenti.
Si tratta di servizio utilizzato soprattutto da ricercatori e studiosi, di cui d’ora in poi potranno godere anche gli utenti attivi su Wikipedia per reperire maggiore documentazione utile alla scrittura di voci.
Con un semplice messaggio a biblioteca@wikimedia.it o inviando una richiesta sull’apposito portale chiunque potrà rivolgersi ai nostri bibliotecari wikipediani per reperire un articolo o un capitolo di un libro utile a completare la stesura di una voce dell’enciclopedia libera. Se disponibile in archivio, il materiale sarà inviato per posta elettronica a chi ne farà richiesta.
Il progetto Biblioteca Wikipedia rappresenta un’opportunità importante sia per aumentare la qualità delle voci Wikipedia, grazie all’uso di  fonti specialistiche, che per migliorarne l’apparato bibliografico, inserendosi nel percorso di costruzione di grandi database di citazioni aperte perseguito da progetti come WikiCite.

Nell’immagine: L’interno della Biblioteca di Leeds. Di Michael D Beckwith, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Questo articolo è redatto da Silvia Bruni, socia Wikimedia Italia e bibliotecaria, nonché una delle promotrici del progetto “La Biblioteca Wikipedia”

Mercoledì 13 parlo a Bologna sul copyright

03:04, Friday, 08 2019 February UTC

Come sapete, tra i miei cappellini c’è anche quello di portavoce di Wikimedia Italia: cappellino con il quale l’anno scorso mi sono attirato le critiche di SIAE, FIEG, AIE e loro amici per aver cercato di far presente che le norme previste per la nuova direttiva europea sul copyright (ma poi la voteranno? Chi lo può sapere…) non erano poi tutta quella bellezza che loro magnificavano.

Bene: mercoledì 13 febbraio alle 18 sarò uno dei panelisti dell’evento “Copyright: libertà e diritti fra nuove normative e futuro dell’editoria” al CUBO Unipol di Bologna. L’ingresso è libero ma su prenotazione a http://www.cubounipol.it/detail/agenda/p/copyright-libert-e-diritti; qualche informazione in più su Facebook a https://www.facebook.com/events/527377751105234/. Oh, tra i panelist c’è gente molto più seria di me quindi potrebbe essere interessante 🙂

Qui mihi adiuvat?

03:04, Thursday, 07 2019 February UTC

Come forse ricorderete, un paio d’anni fa c’è stata una lunga diatriba su Wikipedia in lingua italiana relativa alla cancellazione della voce su Salvatore Aranzulla. Io ne avevo anche parlato su Medium: il punto è che nonostante quanto pensino in tanti io non ho alcun potere sull’enciclopedia e il mio parere (mantenere una pagina, sia pur sfrondata da tutto ciò che enciclopedico non è: per me è enciclopedico qualunque tema che tanta gente cerca) è risultato in forte minoranza.

L’altro giorno, in un impeto movimentista, ho pensato di scrivere una (micro)voce su di lui sulla Wikipedia in latino. Il vantaggio è che essendo latino non c’è virtualmente nessun italiano che si potrà lamentare; il problema è che io il latino mica me lo ricordo, saranno quarant’anni che non mi tocca tradurre dall’italiano al latino, e quindi non sono capace di andare molto avanti. Come vedete dalla pagina che ho citato, c’è un avviso – anche in inglese, non preoccupatevi – che dice che in tre mesi la voce potrebbe essere cancellata. Qualcuno vuole darle una mano? Materiale ce n’è, ma è in italiano.

P.S.: ho scoperto che anche se Google Translate afferma di avere il latino tra le sue lingue, in realtà non sa tradurre un tubo. Sono ancora più bravo io, il che è tutto detto.

Prima che vi affanniate a cercarla su un vocabolario, la parola “sesquimilionesimo” non esiste. Prima che io scrivessi questo post, nemmeno San Google la riportava. Certo, magari qualcuno ha studiato, sa che il prefisso sesqui- significa una volta e mezzo, e quindi capisce che sto parlando della voce numero 1.500.000 di Wikipedia in lingua italiana, un traguardo che è stato raggiunto venerdì mattina. E qual è questa voce, vi chiederete? Non si sa. Il mistero è questo.

Quello che è successo è stato infatti molto particolare, e l’ho scoperto per caso. Esiste un contatore del numero delle voci, {{NUMBEROFARTICLES}}, che per esempio è sfoggiato in alto a destra nella pagina principale di Wikipedia in italiano. Di solito il contatore viene incrementato automaticamente con la creazione di una voce (e decrementato con la cancellazione…), ma a volte si perde qualcosa. Il modo pratico per ovviare a questo fatto è lo stesso che avviene nei censimenti: si va avanti con le stime, ma ogni tanto si rifà un conteggio da capo. Per quanto riguarda Wikipedia, questo capita due volte al mese: per un caso del destino, quando è partito a mezzanotte (ora di San Francisco, le nostre 9 del mattino) del primo febbraio ha scoperto che non erano state contate un migliaio circa di voci: più di quelle che mancavano per raggiungere il milione e mezzo.

In definitiva, è impossibile sapere quale è stata esattamente la voce “premiata”! Mi diverto a pensare a tutti quelli che avevano in canna nuove voci da aggiungere al momento giusto e sono stati fregati da questo assestamento: ma è anche vero che la mia filosofia preferisce la qualità alla quantità e quindi non è un punto di vista neutrale…

Dov’è la direttiva copyright?

13:04, Monday, 21 2019 January UTC

Ricordate tutta la storia sulla direttiva europea per il copyright nel mercato digitale? A settembre l’Europarlamento aveva votato un testo parecchio punitivo per gli amanti della comunicazione libera, visto che estendeva parecchio le regole attuali sul copyright – regole che, ribadisco, noi di Wikimedia Italia riteniamo corrette come principio, ma per cui avremmo voluto alcune eccezioni in casi in cui non sono lesi reali diritti economici. A quel punto è partito il trilogo tra Commissione, Consiglio ed Europarlamento per armonizzare vieppiù la normativa, e oggi ci sarebbe dovuto essere il voto a riguardo. E invece no. Il voto è stato rimandato su richiesta di un certo numero di paesi, tra cui l’Italia in variegata compagnia (Germania, Polonia, Ungheria…)

A pensare male si commette peccato, lo so: ma credo che c’entrino parecchio i soldi messi da Google che ovviamente è contro l’articolo 11, la “tassa sulle citazioni” nata esplicitamente perché gli editori possano ricevere introiti dai link di Google News verso i loro siti. Checché si dica, la censura quasi preventiva sul caricamento di file da parte degli utenti prevista dall’artiolo 13 non è per loro così importante, la tecnologia ce l’hanno: anzi forse per loro era meglio la versione originale con la censura davvero preventiva. Però è chiaro che parlare di censura fa molta più presa verso l’opinione pubblica. Certo, i lobbisti dall’altra parte, con la nostrana Siae in testa, hanno tentato qualche contromisura, come la newsletter Articolo 13, che però non mi pare abbia avuto chissà quale successo. Ad ogni modo adesso la situazione è in stallo: i tempi tecnici per approvare la direttiva prima che il termine della legislatura mandi tutto a gambe all’aria sono stretti, e non credo che si arriverà a un compromesso di direttiva monca con stralcio dei due articoli incriminati. Da un punto di vista teorico, infatti, una nuova direttiva che superi quella attuale che risale al 2001 quindi quasi alla preistoria è necessaria: ma mi pare tanto che i grandi attori siano più interessati alla vil pecunia che ad avere una legge equa per tutti.

In tutto questo, avrete forse notato l’assenza del movimento Wikimedia dal dibattito. La cosa non è casuale: noi possiamo portare idee, abbiamo anche l’orgoglio di dire che le nostre idee sono sensate: ma nonostante quanto ci sia stato rinfacciato noi non siamo al soldo di nessuno. Personalmente ritengo sia la campagna Google che quella Siae sfacciatamente di parte, nel senso che nascondono dati ufficiali per portare l’acqua al loro mulino: poi è chiaro che anche un orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta, e quindi se si otterrà un risultato positivo per un motivo negativo noi apprezzeremo il risultato, esattamente come se si otterrà un risultato negativo (sempre per un motivo negativo…) accetteremo quanto votato. Ma continueremo a ritenere che il copyright deve tutelare l’autore (non le corporation) ma allo stesso tempo non deve diventare un moloch che abbracci qualunque imprevedibile sviluppo, impedendo la creatività che è la sua vera ragione d’essere.

Wikipedia è maggiorenne!

03:04, Tuesday, 15 2019 January UTC

Sono passati diciott’anni da quando nacque ufficialmente Wikipedia, cioè il 15 gennaio 2001. Diciotto anni sono tantissimo nel mondo informatico, ed è un mezzo miracolo che Wikipedia esista ancora e se la spassi piuttosto bene nonostante tutto quello che sentite dire in giro. Fateci caso: gli alti lai arrivano sempre a proposito di personaggi, aziende, eventi contemporanei. Le informazioni su di loro si possono insomma reperire tranquillamente anche se non le si trovano su Wikipedia, quindi i fruitori non hanno una grossa perdita. (I personaggi in questione presumo di sì, ma non è un mio problema. Io mica ho una voce su Wikipedia!)

Se volete festeggiare anche voi e siete dalle parti di Roma oppure Milano potete unirvi alla comunità wikipediana!

Il giorno del Pubblico Dominio

03:04, Monday, 31 2018 December UTC

Ugo mi ricorda di segnalarvi che domani sarà un gran giorno per la cultura libera: avremo infatti il Public Domain Day. In pratica, a furia di pensare al muro alto alto fino al soffitto da fare al confine con il Messico, il governo americano non si è accorto che per la prima volta dopo vent’anni ci sarà del materiale prodotto negli USA e sotto copyright che entrerà nel pubblico dominio.

La storia è lunga e interessante, potete leggerla su Wikipedia (e dove, sennò?) All’inizio del XIX secolo, gli USA non rispettavano affatto il copyright sulle opere britanniche, che venivano scopiazzate a piacere. Scrittori come Dickens fecero tournée in America anche per rafforzare il proprio diritto a ricevere i soldi per le loro opere. Poi col tempo le cose cambiarono e il copyright si allungò sempre più, fino al Sonny Bono Act del 1998 – noto anche come Mickey Mouse Act – che portò il copyright a 70 anni dopo la morte dell’autore oppure a 95 anni nel caso di opere di “corporate autorship”. Il nomignolo della legge è dovuto al fatto che Disney ha fatto lobbying per salvare le opere di Topolino, che sarebbero state presto nel pubblico dominio. Per il momento mancano ancora cinque anni prima che Steamboat Willie, il primo corto con Topolino, entri nel pubblico dominio; non trattenete il respiro. (Che si possano creare storie con Topolino senza il permesso della Disney è improbabile, visto che il nome è un marchio registrato. Però sarebbe interessante scoprire cosa succederebbe con un’opera derivata).

Insomma, godiamoci per una volta una bella notizia e cerchiamo di non pensare al domani!

Eppur si muove!

15:10, Wednesday, 07 2018 November UTC

Stamattina ho raccontato dell’articolo della Stampa direttamente copiato da una voce di Wikipedia. Se ora andate a vedere l’articolo, potete vedere che è stato modificato, inserendo il link alla voce di Wikipedia (scrivendo “Qui la storia completa sul sito di Wikipedia […]”) e soprattutto indicando alla fine “(abbiamo corretto la precedente versione dell’articolo con il link a Wikipedia)”.

Proprio come stamattina ho stigmatizzato il comportamento del quotidiano piemontese, adesso esprimo pubblicamente il mio apprezzamento per l’inserimento della citazione ma soprattutto per avere esplicitato che l’articolo è stato per l’appunto corretto. Ricordo benissimo che un tempo nemmeno troppo lontano era impossibile ottenere una modifica a un testo pubblicato online, per la sacralità dell’articolo. Se proprio capitava di dover correggere qualcosa, il massimo che veniva fatto era aggiungere la postilla “modificato il xx-xx”. Giungere a spiegare cosa è cambiato è un passaggio epocale, e a mio parere un modo per aumentare la fiducia nella testata. Speriamo che il trend continui!

Scopiazzatori senza vergogna 2

06:31, Wednesday, 07 2018 November UTC

Aggiornamento: (ore 15:55) Ora La Stampa ha modificato l’articolo, indicando esplicitamente Wikipedia come fonte. Leggi anche qui.

Per non dire che l’usanza di copiare spudoratamente da Wikipedia dimenticandosi di copyright e licenze non è solo appannaggio del Corsera, provate a leggere l’articolo della Stampa sulla chiusura della Pernigotti (versione archivata qui) e guardate cosa Wikipedia scriveva il 26 ottobre.

Ah, sì: magari ricordatevi anche di come l’italica stampa ha trattato noi wikipediani quando abbiamo cercato di spiegare perché a nostro parere la direttiva europea sul copyright era una schifezza. Quello – chissà come mai – non è stato copiato, anzi.

Scopiazzatori senza vergogna

17:35, Thursday, 01 2018 November UTC

Il Corsera…

… e Wikipedia

Nella prima immagine potete leggere un paragrafo di un articolo apparso martedì sul Corriere della Sera, articolo che potete anche trovare salvato su archive.org per i posteri. Nella seconda immagine potete vedere invece parte della voce di Wikipedia “Galleria Adige-Garda”: rectius, la versione del 7 ottobre scorso, tanto per mettere le cose in chiaro dal punto di vista dei tempi. Un raffronto interessante, nevvero?

Detto in termini forse più comprensibili: abbiamo quello che sarebbe il quotidiano italiano più autorevole, nella persona del suo giornalista Ferruccio Pinotti, che copia senza alcun pudore paragrafi di Wikipedia – e per fortuna che il copincolla è automatico, perché quando ha aggiunto il titoletto “L’mpatto sul Garda” non si è nemmeno accorto di aver fatto un refuso. Non solo una flagrante violazione di copyright (e di diritti intellettuali, visto che Pinotti non ha nemmeno avuto il buon gusto di aggiungere una frasetta “come spiega Wikipedia”), a cui si aggiunge la classica ciliegina sulla torta: il Corriere della Sera, come sempre, termina il suo articolo con le paroline magiche “© RIPRODUZIONE RISERVATA”.

Ricordatevi: questo è lo stato odierno del giornalismo italiano.

E poi vi lamentate della scarsa cultura di Di Maio!

17:17, Monday, 29 2018 October UTC

Come potete vedere, non solo il vicepresidente del Consiglio sa usare Wikipedia, ma sa anche cambiare qualche parola qua e là! (il suo post è qui, la voce che c’era su Wikipedia stamattina qui).
P.S.: Una manina buontempona oggi pomeriggio aveva poi ufficializzato la relazione.

Belle cose

02:04, Monday, 22 2018 October UTC

Mercoledì scorso i quotidiani locali veneti, a partire dall’Arena, hanno scritto che “il sindaco di Terrazzo [un comune del veronese] era il serial killer Gianfranco Stevanin”. Il tutto perché “Google dice che lo dice Wikipedia”. Come l’ho saputo? Perché un giornalista del Corriere del Veneto ci ha scritto chiedendo maggiori informazioni, visto che sulla pagina di Wikipedia non c’era traccia del nome. Io gli ho risposto spiegandogli cosa è probabilmente successo: a metà luglio qualche buontempone aveva cambiato il nome, il primo settembre era stato rimesso a posto, ma nel frattempo i crawler di Google erano passati e avevano preso il nome sbagliato. Il giorno dopo il Corriere del Veneto riporta i fatti con la mia spiegazione.

Tutto questo sarebbe assolutamente normale nel mondo anglosassone, ma mi lascia (favorevolmente!) stupito qui da noi. Grazie ad Alessio Corazza (che mi aveva scritto per chiedere informazioni) e a Matteo Sorio (che ha firmato l’articolo) per ricordarci come dovrebbe funzionare il giornalismo!

Direttiva europea sul copyright: fatti e opinioni

19:12, Tuesday, 10 2018 July UTC

Smontiamo un po’ di luoghi comuni

Copywrong, di GDJ — https://openclipart.org/detail/219802

Ora è terminato tutto il cancan sulla votazione all’Europarlamento per decidere se la direttiva per il copyright sul mercato unico digitale era a posto così e pronta per il trilogo, oppure sarebbe stato opportuno discuterla in plenaria. È arrivato forse il momento di mettere qualche puntino sulle i, presentando i temi del contendere in modo spero chiaro. Ho scelto esplicitamente di separare la prima parte (i fatti, scritti nel modo più neurto possibile) dalle mie opinioni, che sono personali e non necessariamente condivisibili. In questo modo spero possiate farvi un’idea un po’ più chiara dei temi della contesa.

Cominciamo da una premessa, anzi due. È doveroso che il lavoro creativo sia giustamente rimunerato: nessuno tra coloro che hanno espresso il loro parere contrario alla direttiva afferma che si può copiare liberamente materiale prodotto da altri senza il loro esplicito permesso (ed eventualmente pagando i diritti d’autore: sono due cose distinte). In generale, quando parliamo di copyright ammettiamo implicitamente che ci debba essere stato lavoro creativo. Ricordo però che almeno in Italia gli autori non hanno quasi mai il copyright sulle proprie opere. Se non ci credete, prendete un libro, un disco o un film e vedete cosa c’è scritto vicino alla ©. Naturalmente il titolare dei diritti (quello dopo il ©, appunto) paga l’autore per avere il diritto di pubblicare l’opera: sono le royalties, il compenso per la cessione dei diritti economici d’autore (per la legge italiana, i diritti morali — vale a dire la cosiddetta proprietà intellettuale — è inalienabile). E anche nel caso in cui i diritti siano pagati a forfait una volta per tutte e non in percentuale sugli acquisti, è vero che se l’editore non guadagna abbastanza poi non potrà più pubblicare; quindi in futuro ci perderà anche l’autore. Ricordiamoci però che non è vero che il copyright è degli autori. Ah: ricordiamoci anche che “copyright” è una parola ombrello, e ci sono tantissimi diritti, economici e no, che possono essere gestiti ognuno separatamente. In Italia per esempio il diritto morale — quello che dice “quest’opera è mia” — è inalienabile: la proprietà intellettuale rimane a te e basta. Invece in teoria uno potrebbe cedere a un editore i diritti per la pubblicazione della propria opera in versione cartacea ma non elettronica, oppure tenersi quelli per un’eventuale trasposizione cinematografica o teatrale (tecnicamente “opere derivate”; anche la traduzione lo è, il che significa che non si può tradurre un libro senza che il detentore dei diritti sia d’accordo).

Passando agli articoli della direttiva, notiamo che rispetto alla sua formulazione iniziale è stata rimossa l’eliminazione di un diritto di copyright. Il cosiddetto diritto di panorama dà la possibilità a tutti (e quindi toglie al creatore dell’opera il copyright relativo) di fotografare monumenti e palazzi sulla pubblica via e fare un uso commerciale di queste foto (gli usi personali erane già ammessi). Ora il diritto di panorama è possibile solo in alcune nazioni europee — l’Italia non è uno di questi; inizialmente era stato concesso, nel testo finale non se ne parla piú. L’articolo 11 invece aggiunge un nuovo diritto di copyright (“ancillary copyright”). Lo spirito della direttiva è che un aggregatore di notizie (si prendono titolo e un pezzetto di testo su un certo tema da più fonti) cadrebbe sotto il copyright di chi ha scritto le notizie originali, anche se ciascuno dei vari pezzi può essere usato singolarmente per il diritto di citazione. In informatica esiste già qualcosa di simile, i diritti sulle basi di dati, cioè sul lavoro fatto da chi ha messo insieme un certo numero di informazioni in modo creativo. Ricordo comunque che gli articoli presenti nell’aggregatore non possono già ora contenere il testo originale completo o comunque oltre il diritto di citazione perché in tal caso si violerebbe il copyright, e che il semplice hyperlink — la stringa che comincia con http:// e che una volta cliccata porta al sito remoto — sarebbe rimasto liberamente usabile. Infine l’articolo 13 non modifica la normativa sul copyright: ciò che è lecito o vietato continuerebbe a esserlo allo stesso modo. Quello che cambia è il modo in cui il copyright viene verificato. Ora lo è a posteriori: se io titolare di copyright trovo che tu sito hai un’opera sotto copyright ti ordino di toglierla. Con la direttiva sarebbe stato per default a priori: chi riceve dei contenuti deve verificare preventivamente che non siano sotto copyright, stringendo accordi con i vari detentori di diritti. La regola avrebbe previsto varie eccezioni, tra cui Wikipedia e GitHub, anche se la sua formulazione non era così chiara: Wikipedia è sì un progetto non-for-profit ma permette l’uso commerciale del materiale in essa contenuto, e quindi non è detto che l’eccezione sarebbe stata valida.

Fin qui i fatti. Spero che su di essi possiamo tutti essere d’accordo. Da qui in poi arrivano le mie opinioni, che potete accettare o no ma vi prego di leggere lo stesso. Cominciamo dal fondo, cioè dall’articolo 13. Ho forti dubbi che un controllo a priori funzioni su tutto il materiale sotto copyright, a meno naturalmente che si parli di Google che si memorizza tutto e se lo tiene in pancia. Come è possibile per un piccolo titolare di copyright fare accordi con tutti i siti che accettano file caricati dagli utenti? Consegna il materiale preventivamente, sperando che non vada in giro? (No, non basta avere una firma digitale sui contenuti. Basta sostituire un singolo frame del film oppure aggiungere un decimo di secondo di silenzio o ancora modificare leggermente la copertina per avere una checksum diversa senza modificare in pratica il contenuto). Viene chiesto di fare un controllo sui metadati? Vale la stessa cosa che ho detto qui sopra: semplicemente i motori di ricerca per recuperare i file piratati (ce ne sono, ce ne sono…) mostreranno anche i file che hanno leggere variazioni sul nome. Si chiederà ai piccoli siti di pagare Google per il servizio di controllo copyright? Spero proprio che non si voglia dare loro i soldi per pagare la Google Tax. Resto insomma dell’idea che sarebbe molto meglio far funzionare meglio la regolamentazione attuale a posteriori. Se io con un semplice Google Alert trovo ogni settimana nuovi siti che hanno una copia piratata dei miei libri, che ci vuole a un editore per fare la stessa cosa? Un’ultima cosa: immagino che i nostri giornali elimineranno tutte le foto “prese da Internet” nelle loro gallerie, il che in effetti non sarebbe un male… oppure pagheranno Facebook per il diritto di usare il nostro materiale. Ho controllato le condizioni d’uso: «Quando l’utente condivide, pubblica o carica un contenuto coperto da diritti di proprietà intellettuale (ad es. foto o video) in relazione o in connessione con i nostri Prodotti, ci concede una licenza non esclusiva, trasferibile, conferibile in sottolicenza, non soggetta a royalty e globale per la trasmissione, l’uso, la distribuzione, la modifica, l’esecuzione, la copia, la pubblica esecuzione o la visualizzazione, la traduzione e la creazione di opere derivate dei propri contenuti». Se non lo sapevate, sapevàtelo. (Se volete il mio parere, le frasi in grassetto non dovrebbero esserci. Ma visto che ci sono mi guardo bene dal pubblicare su Facebook qualcosa che valga davvero la pena. Per quanto riguarda questo specifico post, l’ho lasciato apposta con una licenza libera che permette anche l’uso commerciale, quindi non ci sono problemi di sorta.)

Ah già, questa non era la direttiva contro le fake news, quindi un testo come questo non sarebbe comunque stato toccato

Per l’articolo 11, io ritengo idiota che una raccolta automatica di brani di news senza nessuna creatività — è fatta automaticamente, in fin dei conti… — sia considerata un’opera protetta da copyright e quindi si vogliano chiedere soldi a Google News. Presumo che a questo punto Google farebbe come in Spagna e saluterebbe tutti, ma questo non è un mio problema. Detto questo, non ho nulla in contrario a priori al fatto che gli editori cerchino di farsi dare qualche soldo dagli Over The Top per concedere loro il privilegio di mandare traffico verso i loro siti. Sappiamo tutti che lo spirito della direttiva era questo. Bene. Allora scrivete questa direttiva in modo più specifico, e soprattutto indicando specificatamente cos’è un aggregatore di notizie e non dicendo “non si può fare nulla tranne queste nostre benigne eccezioni” (vedi il testo dell’articolo 13). Per quanto mi riguarda un aggregatore (a) contiene qualcosa in più di titolo e catenaccio della notizia stessa — quindi tutti i giornali che vivono di clickbait possono tirare un sospiro di sollievo — e (b) non contiene un testo originale. Quest’ultima parte serve per distinguere una rassegna stampa di approfondimento (per me ok) da una mera raccolta (che è sì fuori copyright, ma per cui gli editori possono chiedere soldi all’aggregatore). Poi resto dell’idea che se Google e amici dessero metadati invece che soldi saremmo tutti più felici, ma questa è un’altra storia.

Resta il punto più spinoso e proprio per quello generalmente messo sotto il tappeto dai media: il diritto di panorama. Io non riesco davvero a capire perché se c’è un edificio pubblico che tutti possono vedere mentre passano per la strada non sia possibile fotografarlo, quindi farne un’immagine a scopo didascalico e non artistico, senza il permesso di chi ha progettato quell’edificio. Come direbbe Magritte, “Ceci n’est pas un palais”, non foss’altro che perché è a due dimensioni e non tre —è qualcosa di diverso da un modellino, tanto per dire, e la foto ha comunque un contesto. Eppure non è così. Bontà loro, i nostri governanti al momento permettono le foto senza fini di lucro, di cui però Wikipedia non se può fare nulla. Altre nazioni sono molto più generose e ammettono il diritto di panorama, anche se a dire il vero l’europarlamentare Jean-Marie Cavada e i suoi amici avevano già tentato nel 2015 di abolirlo ovunque nell’UE, per evitare «che i monopoli americani come Facebook e Wikimedia sfuggano al pagamento dei diritti ai creatori» (lo ha detto lui, al limite potete lamentarvi della mia traduzione fatta ad occhio senza che io parli francese). Detto in altri termini, il concetto di diritto d’autore per queste persone è qualcosa del tipo “se vuoi regalare il tuo lavoro creativo, fa’ pure, non te lo impediamo; ma devi avere la possibilità di impedire qualunque riuso anche indiretto del tuo materiale senza che ti paghino per il disturbo”. Il mio concetto, e credo quello della maggior parte dei wikipediani, è “il lavoro creativo è sacro, ed è giusto che chi lo faccia abbia il diritto di farsi pagare per il riuso; ma la documentazione del lavoro creativo dovrebbe essere libera per chiunque, e se qualcuno riesce a farci dei soldi buon per lui”. (Nota a margine: Arnaldo Pomodoro ha dato a Wikipedia una licenza esplicita per postare immagini di una qualunque sua opera esposta in un ambiente pubblico. Presumo che abbia compreso che è tutta pubblicità). Per la cronaca, il concetto degli Over The Top dovrebbe essere qualcosa tipo “regalaci il tuo materiale: a te non serve, ma noi sappiamo come farci dei soldi su, soldi che ci teniamo tutti noi”.

Se siete arrivati fin qui, dovrebbe esservi chiaro che il problema per me non è il concetto copyright, ma la sua applicazione attuale, che non è più a favore dell’autore salvo in pochi casi eccezionali. Sarebbe per esempio interessante sapere quanti iscritti alla SIAE ricavino più di 13000 euro l’anno (mille al mese più tredicesima, come un operaio specializzato) di royalties. Il guaio è che la narrazione è nelle mani di chi in effetti sul copyright ci guadagna eccome, anche se autore non è, e quindi non vuole che si stia a pensare a cosa succede davvero. Ecco, cercate invece di azionare il cervello.

Il grande giornalismo d’inchiesta

07:42, Tuesday, 08 2018 May UTC

Tutto pur di pubblicare qualcosa di diverso

Ieri Valentino Di Giacomo ha scritto sul Mattino, vale a dire uno tra i principali quotidiani italiani, un articolo il cui incipit è

«Angelino Sempreinpiedi», ministro dei record. Il titolare della Farnesina, Alfano, con 1836 giorni consecutivi alla guida di un dicastero comanda infatti questa particolare classifica nella storia della Repubblica italiana. Mai nessuno ci era riuscito per così tanti giorni.

Come capita spesso nel Belpaese, gli altri giornali si sono affrettati a copiare la notizia, perché vuoi mica rimanere dietro gli altri e perdere preziosi lettori: ecco così Il Giornale, TGCom, Tiscali News, Il Fatto Quotidiano, HuffPost, TodayTPI

Quest’ultimo in realtà non deve fare parte di questa lista della vergogna: è l’unico infatti il cui redattore ha azionato il cervello e ha specificato “della seconda Repubblica”. Vi ricordate del divo Giulio? Andreotti è stato ministro nei seguenti governi (courtesy of Wikipedia, naturalmente):

Totale: 4909 giorni consecutivi (4910 se contiamo anche l’ultimo), di cui 2565 consecutivi allo stesso ministero. (Angelino è passato dagli Interni agli Esteri con Gentiloni).

Tra l’altro, già l’anno scorso Salvo Toscano sul Foglio scriveva

Due certezze in questi anni: Alfano e la sua poltrona. Sempre al governo, ministro più longevo della Repubblica.

La mia domanda a questo punto è molto semplice. Abbiamo un certo numero di italici giornalisti che non è capace di fare quello che sarebbe il suo mestiere, cioè scrivere notizie non dico importanti ma almeno suffragate da dati nemmeno poi difficili da trovare, oppure siamo solo di fronte a un banale caso di piaggeria nei confronti di Angelino Alfano?

P.S.: mi segnalano che già venerdì scorso, su Propaganda Live (trasmissione de La 7) era stato segnalato questo “record”. Ci sarà bene un motivo perché da anni io non mi fido di qualunque cosa venga raccontato dai nostri media: per fortuna non sono un complottista e non credo che sia tutto un diabolico piano per rimbesuire i cittadini. Lo sono già lo stesso.

Se non hai problemi con l’inglese, il testo originale (di Achille) si trova a https://lyrics.az/douglas-hofstadter/godel-escher-bach/sonata-for-unaccompanied-achilles.html . Non ho capito perché sta in un sito di testi di canzoni, ma fa lo stesso :-)

credo che usare i puntini lasci un’idea parecchio confusa, soprattutto in un sistema tripolare come il nostro attuale.

Hai provato a fare tre cartine distinte, una per polo, lavorando a livello di collegio mettendo l’intensità del colore proporzionale al numero di voti ricevuti? (magari esagerando la cosa, tipo “sotto il 10% bianco, sopra il 50% saturo, nel mezzo lineare). È vero che non confronti direttamente i dati ma hai almeno un raffronto possibile.

Io e la matematica

11:29, Tuesday, 09 2018 January UTC

È vero che non sono un esempio da seguire, ma…

immagine di Fir0002, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mathematics_concept_collage.jpg

Il Carnevale della matematica di gennaio sarà tenuto da Math is in the Air, e il suo tema è “io e la matematica”. Come gli affezionati compulsatori dei Carnevali sanno, il tema è tutto fuorché obbligatorio, e io sono noto per non seguirlo mai; ma stavolta ho pensato che avrei potuto raccontare del mio approccio alla matematica. Sono il primo a riconoscere che esso non è generalmente consigliabile a chiunque; però credo che tra le righe del mio esempio personale si possa scoprire qualcosa valido per tutti.

Reuben Hersh e Philip Davis affermano che il matematico tipico è platonista durante la settimana e formalista nei weekend. Non so se sia vero, e comunque loro lo dicono perché non sono né l’uno né l’altro; però sicuramente io sono nato come un formalista, vale a dire qualcuno che non dà alcuna importanza alla verità o meno della matematica, fintantoché i conti formali tornano. Ancora prima di andare a scuola mi divertivo a fare addizioni e sottrazioni di numeri di sette-otto cifre, semplicemente perché mi piaceva vedere che la struttura dell’operazione funzionava come un meccanismo ad orologeria. A sette anni mio zio mi insegnò a usare le tavole dei logaritmi, di cui naturalmente non mi facevo nulla; ma restavo incantato a vedere come le differenze tra le mantisse si riducessero in modo regolare-ma-non-troppo. Alle medie prendevo un foglio a quadretti e compilavo tavole pitagoriche fino a 35x35: il limite era scelto semplicemente perché scrivevo sì minutamente, ma lo spazio totale era quel che era. Diciamocelo: tutta quella non era matematica né io ero un enfant prodige. I numeri e le loro regolarità erano comunque nel mio DNA, e non è stato un caso che quando nella seconda metà degli anni ’70 uscirono le prime calcolatrici programmabili io mi ci fiondai immediatamente su.

Che io non sia mai stato un genio della matematica lo si può anche intuire dai miei sfortunati tentativi di generalizzare — sempre da un punto di vista formale, mica mi interessava dimostrarlo — le formule che trovavo. Quando alle medie mi insegnarono a estrarre la radice quadrata cercai di vedere se si poteva modificare il metodo per le radici cubiche. Quando al liceo il professore ci mostrò un modo rapido per scrivere la formula della tangente a una conica in geometria analitica ma ci vietò di usarlo a meno che non lo sapessimo dimostrare, mi misi a scrivere equazioni su equazioni a seconda del tipo di conica per mostrare che la formula in effetti funzionava. Con il senno di poi è chiaro che il mio approccio era stupido e non sarebbe mai potuto funzionare; ma quando uno è giovane non si preoccupa certo di simili quisquilie, e pensa che tutto si può fare con sufficiente forza di volontà e un taccuino sufficientemente ampio per fare i conti.

Tra la fine delle medie e l’inizio del liceo feci però una scoperta che a lungo andare cambiò la mia percezione della matematica: i cinque libri Enigmi e giochi matematici pubblicati a quel tempo da Sansoni. Un mio amico ha detto che io sono cresciuto a pane e Martin Gardner: quello che è indubbiamente vero è che dovetti ricomprare alcuni di quei volumetti perché a furia di compulsarli si erano letteralmente sfasciati. Gardner mi fece scoprire l’esistenza di una “matematica da strada”, che partiva da oggetti banali e scopriva relazioni inaspettate; la prima cosa che mi viene in mente al momento è il regolo di Golomb. Utilità pratica? Nessuna. Difficoltà nel trovare una regola generale? Estrema: per trovare regoli ottimali non c’è molto di meglio che testarli tutti. Facilità nel giocarci un po’ su? Tantissima. Capirete che un giocherellone come me non poteva lasciarsi scappare questi esempi, e si beava nel vedere che era possibile parlare di matematica in un libro non di scuola (al tempo non avrei mai immaginato che anch’io avrei scritto libri di matematica ricreativa… come si cambia con gli anni, vero?). I libri di Martin Gardner mi lasciarono anche due eredità: la prima fu la conoscenza dell’enunciato di alcuni teoremi non standard che mi servì al tempo dell’università per sembrare più bravo di quanto in realtà fossi, della seconda vi parlerò dopo.

Durante l’università continuai ad avere un approccio tendenzialmente formalista. Insomma, più che capire perché i teoremi funzionassero mi misi a vedere cosa facevano, partendo da casi pratici che ero in grado di maneggiare. Nel primo biennio la cosa funzionò piuttosto bene: sono rimaste memorabili le sessioni con il mio amico, molto più teorico di me, con il quale risolvevamo gli esercizi trovandoci a metà strada, lui sfruttando i teoremi generali ed io costruendo dal basso. Nel secondo biennio le cose divennero parecchio più problematiche, e non credo di avere mai capito nulla di analisi funzionale (o analisi complessa, se per questo, ma qui almeno ho la scusa che nel mio piano di studi si era persa…) Una volta laureatomi, ho come capita spesso dimenticato tutto, visto che non ho mai avuto la necessità di usare quanto studiato. Ma ecco che entra in gioco la seconda eredità che Martin Gardner mi ha lasciato: la filosofia.

Gardner era un giornalista scientifico (confessò di non aver mai davvero capito l’analisi matematica), ma il suo background era filosofico. Avendo carta bianca nello scegliere gli argomenti per la sua rubrica di giochi matematici sullo Scientific American, trovò naturale inserire di quando in quando temi più filosofici, che io lessi con la stessa avidità di tutto il resto e che cominciarono a germogliare nel mio cervello. I filosofi che mi leggeranno grideranno certamente allo scandalo, e in fin dei conti i miei voti in filosofia al liceo erano man mano scesi a livelli infimi dopo che la linearità dei filosofi greci si era tramutata nel casino di quelli moderni; ma la mia definizione di filosofia è “la scienza che fa domande” (sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto, ovvio). L’importante non sono tanto le risposte quanto le domande, insomma. Con la matematica, non saprei dire di preciso quando esattamente, mi successe proprio questa cosa. Invece che mettermi a seguire regolette formali, cominciai a chiedermi perché i conti funzionavano in questo modo. Guardando le cose da un punto di vista diverso — a matematica, almeno a Pisa, esisteva il corso di “Matematiche elementari da un punto di vista superiore” che al tempo mi sembrava un’idiozia ma di cui ora capisco l’importanza — mi è stato per esempio chiaro perché nell’algoritmo per calcolare la radice quadrata a mano ci sono quei raddoppi del risultato parziale; sono una banale conseguenza del fatto che stiamo in realtà applicando l’uguaglianza (a+b)² = a² + b² + 2ab. Ma la cosa è molto più generale. Quando scrivo di matematica (di base…) ormai mi è naturale cercare un approccio il più possibile diverso da quello standard, non per spocchia ma perché sono intimamente convinto che possa servire ad avere un’idea della realtà della matematica, e del suo essere una scelta naturale per studiare il mondo.

Non che io creda più di tanto all’irragionevole efficacia della matematica, a dire il vero; ma resto comunque un platonista e non seguo l’approccio “umanista” di Hersh quando afferma che la matematica non è altro che un costrutto umano. I numeri primi sono tali per una qualunque civiltà sufficientemente evoluta, e le loro proprietà restano le stesse. In teoria si potrebbe pensare che il concetto di dimostrazione non debba necessariamente essere applicato, ma non credo si possa andare più di tanto avanti a regole ad hoc. Quindi una matematica aliena si potrà sviluppare in modi diversi da noi — chessò, un concetto come quello di numero reale potrebbe essere sostituito da quello di numero computabile, cosa che cambierebbe parecchio l’analisi matematica — ma sarà comunque riconoscibile e conoscibile, partendo dai principî iniziali. Insomma, gli enti matematici esistono, checché se ne voglia dire; persino l’insieme vuoto esiste, con tutte le sue mirabolanti proprietà. Un teorema, una volta dimostrato, è qualcosa di vero; magari inutile, come nella barzelletta dei due tipi in mongolfiera che si sono persi e che alla loro domanda “dove siamo?” si sentono rispondere “in una mongolfiera”, ma comunque vero.

In definitiva, che cos’è per me la matematica? Una cara amica, che a volte mi fa arrabbiare ma che in fin dei conti non mi delude mai e sulla quale so di poter contare (pun not intended). Non riuscirò mai a conoscerla tutta, anzi ne conoscerò molto meno di tanta altra gente: ma è poi così importante? Ciò che conta è stare bene insieme, e questo sicuramente succede tra me e lei :-)

ItWikiCon, un racconto possibile

18:18, Thursday, 23 2017 November UTC

Questo è un personalissimo resoconto dei tre giorni che ho passato alla ItWikiCon, il raduno dei volontari che contribuiscono ai progetti Wikimedia in lingua italiana, che si è tenuto a Trento dal 17 al 19 novembre 2017. Tanti wikipediani tutti insieme non li avevo mai visti. Wikipediani, ma non solo. Perché non di sola Wikipedia è […]

Intervista impossibile a Douglas Adams

15:29, Wednesday, 09 2017 August UTC

Avevo scritto questo testo quattro anni fa su istigazione di Giorgio Giunchi — lo trovate su http://public.it/semantica/html/interviste_fantascienza.html . Magari può farvi piacere (ri)leggerlo…

Douglas Adams. Foto di Diaa_abdelmoneim, https://it.wikipedia.org/wiki/File:Douglas_Adams_San_Francisco.jpg

[Siamo in un pub. Douglas Noël Adams, DNA per gli amici, ha davanti a sé un paio di pinte di birra e una ciotola piena di noccioline: beve e mangia con metodicità, e ogni tanto facendo finta di nulla mette un po’ di noccioline in tasca. In sottofondo, la radio sta trasmettendo Yellow Submarine]

Io: Vedo che sta facendo incetta di noccioline.

DNA: Sì, sono pronto a partire per una vacanza. Come vede ho tutto qua con me [mi mostra il suo asciugamano: alcune delle tante macchie sembrano vivere di vita propria]. Le noccioline sono perfette per fare una scorta di sali prima di essere caricato da qualche astronave. Certo gli orari sono un po’ aleatori: quando finalmente costruiranno quello svincolo di cui si parla da chissà quanto, le cose saranno molto più semplici…

Io: In effetti mi pare di ricordare che lei non è mai stato bravo a districarsi nel traffico.

DNA: Però ho brevettato un sistema a colpo sicuro per togliersi dalle zone a traffico limitato e da tutti quei sensi unici. Basta iniziare ad andare sempre più veloce, finché si raggiunge la velocità di fuga e si esce dal pozzo gravitazionale cittadino. A quel punto ci si ferma, si cerca di capire dove ci si trova, e se proprio non si sa cosa fare il sistema migliore è seguire qualcuno che sembri aver chiaro il da farsi.

Io: E riesce davvero ad arrivare dove voleva?

DNA: No, però di solito scopro di essere arrivato dove dovevo arrivare. D’altra parte tutto è intimamente connesso, e un approccio olistico è il modo migliore per sfruttare tale interconnessione.

Io: Insomma, viviamo in un mondo difficile!

DNA: Macché! È praticamente innocuo!

Io: Buon viaggio, allora, anche se questa nostra conversazione mi sembra così improbabile…

DNA: Improbabile? [si ferma, estrae da una tasca qualcosa che non assomiglia quasi per nulla a una calcolatrice tascabile, guarda il display, gli dà una botta, lo sento mormorare qualcosa all’indirizzo della Sirius Cybernetic Company, finalmente ha un mezzo sorriso, rimette in tasca il dispositivo] Settecentoquarantadue contro uno, con la tendenza a crescere. Direi che ci siamo quasi, la Cuoredoro dovrebbe passare di qua entro qualche secondo…

[a questo punto non so esattamente cosa sia successo: ho starnutito, e quando ho riaperto gli occhi lui non c’era più. Al suo posto un bigliettino: “Addio, e grazie per tutte le birre”. Il barista mi ha guardato molto male, e ho dovuto pagare tutto, anche le noccioline.]

E chi li paga per gli spazi per il self publishing?

21:46, Thursday, 27 2017 April UTC

E chi li paga per gli spazi per il self publishing?

Più in generale, presumo che per gli editori medi e grandi queste fiere e saloni siano semplicemente considerati costi pubblicitari. Se riescono a vendere qualcosa, tanto meglio. Per i piccoli, forse bisognerebbe pensare prima dell’evento a preparare qualcosa. Ma ci vorrebbero tre-quattro cartelle di spiegazione per ciascuno, e poi che ci fai? Un libro? Un sito web? Non è banale.

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