Nelle ultime ore della giornata di ieri, in cui ricorreva il diciannovesimo compleanno dell’enciclopedia libera, Wikimedia Foundation ha annunciato ufficialmente – sulla base di diverse segnalazioni da parte di utenti, cittadini e wikipediani attivi localmente – che l’accesso all’enciclopedia libera in Turchia, dopo oltre due anni di blocco, è stato finalmente ripristinato*.

Questa buona notizia è diretta conseguenza della sentenza del 26 dicembre 2019 della Corte costituzionale turca, che ha dichiarato incostituzionale il blocco di oltre due anni e mezzo imposto dal governo turco all’enciclopedia libera. Nella giornata di ieri, mercoledì 15 febbraio, la Corte costituzionale turca ha reso disponibile al pubblico il testo completo della sentenza sulla Gazzetta Ufficiale. Alla pubblicazione ha fatto seguito il ripristino del progetto online.

Finalmente i cittadini turchi sono di nuovo in grado di accedere a Wikipedia e partecipare attivamente allo sviluppo di questa grande fonte di informazione aperta e accessibile a tutti, condividendo con tutto il mondo informazioni sulla storia e la cultura del proprio Paese.

“Siamo entusiasti che la Turchia sia di nuovo con noi”, ha dichiarato Katherine Maher, Direttrice Esecutiva di Wikimedia Foundation, “Il movimento Wikimedia è da sempre impegnato a difendere e promuovere il diritto fondamentale alla libera informazione ed espressione. Siamo felici di celebrare questo importante momento con la comunità di contributori turchi e con tutte le persone che sostengono la conoscenza aperta in tutto il mondo”.

Il dipartimento Legale di Wikimedia Foundation sta ancora esaminando con attenzione il testo integrale della sentenza della Corte costituzionale turca. Nel frattempo, il caso presentato la scorsa primavera da Wikimedia Foundation alla Corte europea dei diritti dell’uomo è ancora all’esame dell’organo internazionale, che ha attribuito carattere prioritario alla questione. Sebbene l’accesso a Wikipedia sia ora ripristinato, il movimento Wikimedia non smetterà di battersi per la libera espressione online in Turchia e nel mondo.

Wikipedia è una grandiosa risorsa di conoscenza libera scritta e modificata da persone di tutto il mondo. In virtù del suo modello collaborativo, chiunque può contribuire alle voci dell’enciclopedia libera, aggiungendo informazioni sulla propria cultura, il proprio Paese di origine, gli interessi o  argomenti di studio che conosce meglio.

I volontari attivi sull’enciclopedia lavorano insieme per scrivere riguardo a temi diversi che vanno dalla storia, alla cultura pop, alla scienza, allo sport utilizzando fonti attendibili e verificate. È attraverso questo processo collettivo di scrittura, discussione e dibattito che Wikipedia si mantiene neutrale e funge da grande contenitore di conoscenza.

Più dell’85% delle voci Wikipedia sono scritte in lingue differenti dall’inglese, di queste oltre 335.000 sono in turco. 

Nel periodo in cui il blocco era in vigore, l’assenza di Wikipedia ha avuto un impatto diretto sulla vita quotidiana di studenti, insegnanti, professionisti e cittadini turchi. 

Sui social media, i membri della comunità di volontari attivi su Wikipedia e tante altre persone hanno condiviso messaggi di supporto utilizzando l’hashtag #WeMissTurkey e manifestando il desiderio che l’enciclopedia libera fosse nuovamente accessibile in Turchia.

Oggi, i volontari turchi possono di nuovo accedere e contribuire alla conoscenza libera. Bentornata, Turchia!

* Al momento della stesura dell’articolo, non tutti gli Internet service provider in Turchia avevano correttamente ripristinato l’accesso all’enciclopedia libera. Alcuni risultano ancora in procinto di farlo.

Questo testo è la traduzione in italiano dell’articolo pubblicato il 15 gennaio 2020 sul sito di Wikimedia Foundation. Alcune parti dell’originale sono state modificate o integrate per il blog di Wikimedia Italia.

Tra le numerose iniziative in programma in occasione del Giorno della Memoria, domenica 26 gennaio – alla vigilia delle celebrazioni – il Memoriale della Shoah di Milano ospiterà un evento promosso dai volontari della comunità di Wikipedia in italiano e Wikimedia Italia, che avrà l’obiettivo di portare sulle pagine della grande enciclopedia libera la testimonianza dell’eccidio nazista e, in particolare, delle persecuzioni razziali verso i gruppi Rom, Sinti e Jenisch.

In mattinata, a partire dalle 10:30, si terrà un corso base su come contribuire a Wikipedia, condotto dai due esperti editori Marco Chemello e Dario Crespi, nell’ambito del quale saranno coinvolti diversi giovani Rom e Sinti italiani. La giornata proseguirà nel pomeriggio con una maratona di scrittura sull’enciclopedia libera: un momento collettivo in cui i giovani coinvolti nella sessione mattutina e diversi wikipediani esperti, tra cui i soci Gregorio Bisso e Camelia Boban, lavoreranno all’ampliamento di voci riguardanti il Porrajmos, parola con cui Rom e Sinti identificano lo sterminio del proprio popolo durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’appuntamento si concluderà nell’Auditorium del Memoriale della Shoah, che ospiterà dalle 18 alle 19:45 un convegno aperto da Marco Vigevani, Presidente del Comitato eventi del Memoriale, in cui le testimonianze di Marcello Pezzetti (Fondazione della Shoah), Carla Osella (Associazione Italiana Zingari Oggi), Maurizio Pagani (Opera Nomadi) e Giorgio Bezzecchi (Museo del Viaggio di Milano “Fabrizio De Andrè”) si uniranno alle voci della comunità dell’enciclopedia libera, con l’intervento del Presidente di Wikimedia Italia, Lorenzo Losa, e dei due volontari wikipediani Francesco Carbonara e Gianfranco Buttu.

Il convegno vedrà anche la straordinaria partecipazione di Goffredo Bezzecchi – Rom Harvato insignito dal Senato della Repubblica del riconoscimento di Deportato, ultimo sopravvissuto alle persecuzioni in Italia per la propria etnia.

In occasione dell’evento sarà inaugurata presso gli spazi del Memoriale la mostra fotografica Porrajmos:In Memoriam: trenta scatti con licenza libera per ricordare le persecuzioni subite da Rom, Sinti e Jenisch tratti da Wikimedia Commons, il grande database di immagini legato a Wikipedia.

Le immagini, stampate grazie al supporto della tipografia digitale Grafica Express di Brugherio, resteranno esposte al Memoriale fino alla fine del mese di febbraio 2020.

Per maggiori informazioni sull’evento è possibile consultare la pagina su Wikipedia.

Nell’immagine: Il Dott. Robert Ritter identifica una Rom con un poliziotto. Donazione dell’Archivio Federale Tedesco (Deutsches Bundesarchiv), CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

La Giuria internazionale di Wiki Loves Monuments 2019 ha finalmente rivelato oggi la classifica degli scatti vincitori del concorso a livello globale.

L’Italia quest’anno è entrata a far parte del ranking con la fotografia scattata al borgo di Castelmezzano (PZ) da Paolo Santarsiero, premiata in Italia con il terzo posto, che ha conquistato la decima posizione a livello globale.

L’oro di WLM 2019 va alla Polonia, con uno scatto realizzato da Marian Naworski, che ritrae la chiesa abbandonata di Stawiszyn. Al secondo posto l’Iran con una fotografia della grotta di Ayoub realizzata da Morteza Salehi, mentre il bronzo va agli Stati Uniti con lo scatto realizzato da Michael Stone al Baháʼí Temple di Chicago.

Le immagini vincitrici sono state selezionate tra i 470 scatti premiati a livello locale nei 48 Paesi che hanno partecipato all’edizione 2019 del concorso; complessivamente, gli scatti raccolti quest’anno e condivisi con licenza libera su Wikimedia Commons – il grande database multimediale legato a Wikipedia – sono stati oltre 210.000 a livello globale. Più di 25.000 foto provengono dall’Italia, seconda solamente all’Ucraina per quantità di fotografie caricate sulla piattaforma.

Le fotografie raccolte con Wiki Loves Monuments sono un bene collettivo: possono essere usate da chiunque per qualsiasi scopo, anche commerciale, oltre a essere utilizzate per illustrare le voci di Wikipedia. Un modo per tutelare il nostro patrimonio culturale e renderlo davvero accessibile a tutti.

Scopri tutti gli scatti premiati dalla Giuria internazionale e i vincitori del concorso in Italia!

Nell’immagine: Notturna di Castelmezzano di Paolo Santarsiero, terzo classificato WLM 2019 Italia e decimo classificato WLM 2019 internazionale, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Mano al calendario! In questo 2020 appena iniziato vogliamo subito darvi appuntamento per incontrarci dal vivo e discutere insieme dei progetti e del futuro della nostra associazione.
La prima assemblea dei soci Wikimedia Italia per quest’anno è fissata per sabato 18 aprile e si svolgerà a Bari presso gli spazi dell’Officina degli Esordi, il laboratorio urbano sorto grazie a un intervento di riqualificazione guidato dal Comune di Bari, che ospita gli amici della Scuola Open Source e tante interessanti realtà attive in città e a livello regionale.

L’appuntamento con l’assemblea sarà innanzitutto un’occasione per ripercorrere insieme le attività svolte nel 2019 e condividere i risultati raggiunti, ma anche un momento importante per costruire ciò che verrà nei prossimi anni, con il rinnovo del Consiglio Direttivo e l’elezione di un nuovo Presidente: se sei un socio Wikimedia e stai prendendo in considerazione l’idea di avere un ruolo più attivo all’interno dell’associazione, puoi iniziare fin da subito a preparare la tua candidatura. La scadenza per proporsi è fissata il sabato 11 aprile 2020.

Dibattito, confronto e votazioni…Tranquilli, non mancheranno i momenti ludici! Il nostro “Virgilio” sul territorio di Puglia, il neo-coordinatore regionale Ferdinando Traversa, sta già organizzando un tour alla scoperta di Bari vecchia per la mattinata di domenica 19 aprile; altre attività collaterali saranno definite nei prossimi mesi.

Vi ricordiamo che, come sempre, l’assemblea di Wikimedia Italia è aperta a tutti, anche a chi ancora non è socio; tuttavia, potranno votare le decisioni all’ordine dei giorno solamente i soci in regola con il pagamento della quota 2020

Vi invitiamo dunque fin da subito a rinnovare la vostra adesione per il 2020 o  diventare soci di Wikimedia Italia: è molto semplice, basta seguire le indicazioni riportate nei link. E se avete un dubbio, scriveteci a segreteria@wikimedia.it 

Ci vediamo presto, la Puglia ci attende!

Nell’immagine: Lo scatto del Teatro Margherita di Bari che ha conquistato il quarto posto per Wiki Loves Puglia 2019. Di Giuseppe Calogero, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C’è un giudice ad Ankara

16:50, Thursday, 26 2019 December UTC

Oggi la Corte Costituzionale turca ha deliberato che il blocco a Wikipedia che ivi persiste dall’aprile 2017 viola il diritto alla libertà di espressione e quindi deve essere eliminato. Trovate tutta la storia del blocco su Wikipedia :-) oppure, se preferite i miei riassunti, ne parlai qui e qui (per quanto riguarda il secondo post, la Turchia ha chiesto una proroga che scadrà tra qualche settimana per fornire ulteriori informazioni).

Io non posso e non voglio entrare sul tema “le accuse per cui la Turchia finanziava il terrorismo islamico in funzione anti-Assad” siano vere o false; che i turchi siano ora entrati in territorio siriano è invece acclarato. Non so nemmeno se il governo turco accetterà questa delibera. Però posso dire che un governo che non riesce a convincere i suoi cittadini della falsità di una fonte e decide che la scelta più semplice è bloccarla non mi pare molto sicuro di sé.

Wiki Loves Monuments è un grande concorso fotografico internazionale per la valorizzazione del patrimonio culturale. Grazie a chi ha partecipato e supportato la competizione in questi anni, oltre 130.000 scatti di monumenti italiani sono oggi pubblicati con licenza libera su Wikimedia Commons e andranno ad illustrare le voci di Wikipedia.
Dietro a questo grande risultato ci sono tante piccole storie di persone che hanno deciso di “liberare” insieme a noi la bellezza del nostro Paese.
Isabella De Santis si è piazzata al quarto posto a livello nazionale con uno scatto realizzato a Bari che ha colpito particolarmente la Giuria. La stessa fotografia di Isabella ha conquistato anche l’oro nella prima edizione di Wiki Loves Puglia; i vincitori del concorso locale, annunciato sabato 21 dicembre a Bari, sono pubblicati qui.

Buongiorno Isabella, e complimenti per il suo scatto! Come ha conosciuto Wiki Loves Monuments e perché ha deciso quest’anno di partecipare al concorso?

Ho conosciuto Wiki Loves Monuments quest’anno grazie al coordinamento FIAF per la Puglia e alla delegata regionale, Tiziana Rizzi, che ha sostenuto e promosso l’iniziativa a livello locale presso i circoli e gli appassionati di fotografia. Da anni, nel mio tempo libero, mi diletto a scattare soprattutto nella mia regione: quando ho saputo di un concorso nato con l’obiettivo di valorizzare le nostre bellezze, non ho esitato e ho pensato di partecipare.

Si aspettava di piazzarsi al quarto posto nazionale e di vincere Wiki Loves Puglia con la sua fotografia?

Non mi aspettavo assolutamente di vincere in Puglia e men che meno a livello nazionale! Leggere le motivazioni della Giuria durante la cerimonia di premiazione a Torino e ricevere il premio da una fotografa professionista mi ha molto emozionata.

Che cosa l’ha colpita di più del responso della Giuria?

Credo che la Giuria abbia colto l’essenza di ciò che davvero amo fotografare, ossia le “scene di vita”. Non mi piace ritrarre il monumento “da solo”, ma preferisco coglierlo nel suo contesto, in dialogo con le persone. I beni culturali più belli per me sono quelli “vissuti”, che entrano a fare parte della storia e della quotidianità delle persone, come una fontana dove ci si ferma a bere o una colonna situata in una piazza cittadina dove ci si appoggia per un istante a prendere il sole. Credo che la bellezza degli scatti raccolti per Wiki Loves Monuments sia anche questa: sono realizzati da persone che vivono e amano il loro territorio, che vedono i monumenti come parte della loro esistenza e che scelgono di condividere con tante persone – attraverso Wikipedia – questi istanti e queste emozioni. È anche così che il nostro patrimonio culturale diventa un “bene comune”.

Essendo condivisa con una licenza libera, la sua fotografia ora potrà essere ri-utilizzata da chiunque, sulle pagine di Wikipedia e dei progetti Wikimedia ma anche altrove, per ogni scopo. Come vive questa cosa?

Il fatto che tutti possano liberamente condividere e utilizzare il mio scatto, anche con l’obiettivo di promuovere i beni culturali della mia regione, per me è motivo di grande orgoglio. Mi piace anche l’idea che la mia fotografia possa essere utilizzata sulle voci di Wikipedia, per mostrare a tante persone uno “scorcio” della mia città: l’accesso alla conoscenza è importante e non deve essere un privilegio per pochi…Questa è la rivoluzione della grande enciclopedia libera e io, nel mio piccolo, sono felice di farne parte.

Grazie Isabella, e ancora tantissimi complimenti!

Nell’immagine: Isabella De Santis con il suo scatto realizzato a Bari, quarto posto WLM 2019 in Italia e primo posto Wiki Loves Puglia. Grafica di Francesca Ussani (WMIT), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Wiki Loves Monuments è un grande concorso fotografico internazionale per la valorizzazione del patrimonio culturale. Grazie a chi ha partecipato e supportato la competizione in questi anni, oltre 130.000 scatti di monumenti italiani sono oggi pubblicati con licenza libera su Wikimedia Commons e andranno ad illustrare le voci di Wikipedia.
Dietro a questo grande risultato ci sono tante piccole storie di persone che hanno deciso di “liberare” insieme a noi la bellezza del nostro Paese:
Paolo Santarsiero ha conquistato il terzo posto della classifica nazionale e di Wiki Loves Basilicata e si è piazzato al decimo posto a livello globale con un emozionante scatto realizzato a Castelmezzano, sulle Dolomiti Lucane. Ecco cosa ci ha raccontato!

Buongiorno Paolo, e complimenti per il suo scatto! Come ha conosciuto Wiki Loves Monuments e perché ha deciso quest’anno di partecipare al concorso?

Sono venuto a conoscenza del concorso nel 2017 quando il Comune di Pignola, la città dove sono nato e vivo, ha aderito al concorso autorizzando diversi monumenti. L’amministrazione locale ha promosso questa opportunità ai cittadini e così ho pensato di caricare alcuni dei miei scatti, ma non ho avuto fortuna. Quest’anno ci ho riprovato di nuovo, caricando un’unica fotografia nell’ultimo giorno utile per partecipare al concorso, lunedì 30 settembre. Forse era destino? Sta di fatto che sono stato premiato!

Si aspettava di piazzarsi al terzo posto sia al concorso nazionale che per Wiki Loves Basilicata e pure al decimo posto nel mondo?

Sono contento di essere stato premiato ma ammetto di aver partecipato senza pensare al risultato: ho caricato i miei scatti su Wikimedia Commons per il piacere di condividere immagini del mio territorio su una piattaforma a cui tutti possono accedere liberamente.
Avevo particolare desiderio di pubblicare la fotografia che è stata premiata quest’anno perché a mio avviso offre una rappresentazione nuova e differente del borgo di Castelmezzano, che è molto visitato e fotografato dai turisti.
Ho realizzato l’immagine a gennaio 2017, in settimane di neve in Basilicata, il cielo era limpido ed era molto freddo: mentre guidavo verso Castelmezzano la strada era ghiacciata e il termometro della mia auto segnava meno 11 gradi.
Ho camminato lentamente fino al luogo leggermente defilato da cui volevo scattare e mi si è aperta questa visione: il caldo delle luci, il cielo terso, l’aria fredda. Ho scattato diverse volte fino a che non ho ottenuto l’immagine che desideravo…Poi nonostante il gelo sono rimasto fermo a contemplare la città, immobile e avvolta dal silenzio, quasi in meditazione.

Qual è a suo avviso la caratteristica del suo scatto che ha conquistato la Giuria?

Mi ritrovo molto nel giudizio della Giuria italiana che ha descritto la fotografia come “una visione onirica e al contempo estremamente realistica” perché credo che il mio scatto restituisca una visione del borgo di Castelmezzano fedele alla realtà ma al contempo immaginaria, fuori dal tempo. Se la guardo a volte ci vedo un borgo, a volte dei tizzoni ardenti sulla neve.

Essendo condivisa con una licenza libera, la sua fotografia ora potrà essere ri-utilizzata da chiunque, sulle pagine di Wikipedia e dei progetti Wikimedia ma anche altrove, per ogni scopo. Come vive questa cosa?

Conoscenza aperta e software libero, sono temi in cui credo profondamente e per cui mi impegno anche nell’ambito del Linux Users Group di Pignola. Non sono un fotografo professionista ma scatto per passione e per me sapere che altre persone possono riutilizzare le mie fotografie è un onore. Mi stupisce poi ogni volta scoprire come sono state impiegate: una volta ritrovai una mia fotografia della Basilicata su dei cuscini in vendita in un sito di e-commerce, un’altra volta nella gallery di un salvaschermo per computer. Quando succede, mi sento davvero un ambasciatore della bellezza della mia regione!

Grazie Paolo, e ancora tantissimi complimenti!

Nell’immagine: Paolo Santarsiero e il suo scatto di Castelmezzano, terzo posto WLM 2019 in Italia. Grafica di Francesca Ussani (WMIT), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Sabato 23 novembre e sabato 7 dicembre si sono svolti i primi due incontri (NdR: il terzo appuntamento sarà a gennaio) del corso di formazione per docenti riconosciuto dal MIUR “A scuola con Wikipedia: information literacy e scrittura collaborativa” promosso da Wikimedia Italia e ospitato a Potenza presso i locali del Liceo Scientifico Statale Galileo Galilei.

Il nostro socio e formatore Luigi Catalani ha guidato i partecipanti – docenti di scuola primaria e secondaria e operatori del settore culturale – alla scoperta dell’universo dei progetti Wikimedia e, in particolare, di Wikipedia illustrando le modalità in cui l’enciclopedia libera può essere impiegata come strumento formativo in classe o in contesti che coinvolgono utenti giovani.

“Non conoscevo Wikimedia Italia né avevo in mente le dinamiche dei progetti Wikimedia prima della formazione” ci ha raccontato la Prof.ssa Ripullone, una delle docenti che hanno seguito il corso, “ma mi sono interessata al modulo perché credo che al giorno d’oggi la scuola debba avvicinarsi alla Rete e contribuire a rendere il web un posto più affidabile e sicuro per tutti, partendo proprio da un’attività formativa con gli studenti”.

Aggiunge il Prof. Priore, docente dell’I.C. di Bella “I recenti dati OCSE ci restituiscono il quadro di una generazione di quindicenni che fatica a distinguere una notizia vera da una fake news e che spesso perde la bussola quando naviga in Rete. Un campanello d’allarme che dovrebbe interessare in particolar modo la scuola, dove però spesso si confonde la creazione di competenze digitali con la capacità di interagire in modo banale con un calcolatore e poco si fa nel campo della ricerca delle informazioni secondo metodologie e percorsi ben definiti.

Oltre a presentare ai partecipanti i progetti collaborativi, il nostro Luigi si è concentrato in modo specifico – anche grazie alla sua esperienza come bibliotecario e docente universitario – sul processo di ricerca e analisi delle fonti che accompagna la stesura di una voce Wikipedia: «Non consultate Wikipedia, non è attendibile!», quante volte lo abbiamo ripetuto agli studenti…” – ci racconta sempre il Prof. Priore – Invece, dietro la redazione di una voce, c’è tanto lavoro di consultazione di fonti, di confronto, di sintesi e di comunicazione; e laddove compaiono voci poco sviluppate o carenti di fonti di riferimento, ci sono ‘invisibili revisori’ che intervengono con suggerimenti o addirittura con la cancellazione delle informazioni, quando non sostenute da riferimenti attendibili”.

I docenti coinvolti hanno già diverse idee per portare nelle loro classi quanto appreso al corso, la Prof.ssa Ripullone ad esempio ci racconta “le piattaforme collaborative sono lo strumento perfetto per i miei alunni, iscritti a un Istituto Tecnico con indirizzo informatico: avrò la possibilità di lavorare con i media su cui i ragazzi si muovono con dimestichezza e al contempo tenterò di approfondire nuovi contenuti. Il lavoro sui progetti Wikimedia sarà un’occasione per esercitare l’attività di ricerca e analisi delle fonti documentarie ma anche un modo per stimolare il senso civico dei ragazzi, l’interesse per il bene comune”.

Anche la Prof.ssa D’Agostino dell’I.C. di Bella ha già in mente diverse attività per le sue classi “Il prossimo anno vorrei inaugurare un percorso concentrato sulla differenza di genere nelle discipline STEM, che comprenderà attività di ricerca guidata, scrittura collaborativa e lettura aumentata” – continua D’Agostino – “Quando vengono proposte questo tipo di attività, innovative e interattive, gli studenti si ‘risvegliano’: è questo il motivo per cui ritengo sia importante portare questo approccio nella pratica didattica quotidiana e non ‘relegarlo’ alle attività extra-curriculari, come spesso viene fatto attualmente. La scuola deve saper parlare agli alunni di oggi e dargli strumenti per orientarsi nell’ecosistema digitale e interagire in modo positivo”.

Per tutti i docenti interessati alle attività di formazione di Wikimedia Italia, il calendario corsi per insegnanti prosegue nel 2020 su Potenza, Milano e Verona. Qui tutti i dettagli sui moduli già programmati e le indicazioni per iscriversi!

Nell’immagine: Luigi Catalani e alcuni dei partecipanti al corso di formazione per docenti riconosciuto dal MIUR “A scuola con Wikipedia: information literacy e scrittura collaborativa” a Potenza. Di Luigi Catalani, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Mercoledì 15 gennaio ricorre un importante anniversario: sono passati ben diciannove anni da quando Jimmy Wales e Larry Sanger hanno messo per la prima volta online l’enciclopedia libera che tutti conosciamo e consultiamo, Wikipedia.
La nostra “neo-maggiorenne” è cresciuta tantissimo in questo breve tempo: sono oltre 5 milioni le voci in lingua inglese, mentre la versione in lingua italiana – grazie ai numerosi utenti che ogni giorno dedicano il loro tempo alla compilazione delle pagine – ha superato proprio nel 2019 le 1.500.000 voci.
Non possiamo non celebrare questi traguardi insieme ai nostri soci, alla comunità di volontari che quotidianamente si impegna ad arricchire questa insostituibile fonte di conoscenza accessibile a tutti e a chi ogni giorno – come te, sì lo sappiamo! – consulta Wikipedia.
Dunque…mercoledì 15 febbraio siete tutti invitati a fare festa con noi!
Si parte alle ore 15 a Trento presso il Centro per la Cooperazione Internazionale, storico partner di Wikimedia Italia, che ospiterà una maratona di scrittura sull’enciclopedia libera cui seguirà un brindisi (qui il programma dell’evento).
Dalle 18:30 si animerà anche la sede di Wikimedia Italia a BASE Milano, con un momento di condivisione e il classico taglio della torta negli spazi del Burò – programma e indicazioni per raggiungere l’evento a questo link.
Celebrazioni in programma anche a Bari alle 18 presso l’Officina degli Esordi, con una breve lezione su come si contribuisce all’enciclopedia libera a cura del socio Wikimedia Italia Ferdinando Traversa, seguita da un aperitivo.
Altri eventuali appuntamenti saranno segnalati a questo link.
Non vediamo l’ora di festeggiare insieme a voi!

Nell’immagine: Compleanno di Wikipedia a Brno, Repubblica Ceca. Di Marek Blahuš, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Dopo avervi presentato i dieci scatti premiati per Wiki Loves Monuments 2019 in Italia e i vincitori di Wiki Loves Basilicata, vi sveliamo oggi le più belle fotografie di Wiki Loves Veneto, selezionate dalla Giuria locale tra più di 2000 immagini libere raccolte quest’anno nella nota regione del Nord Est.

L’oro è andato allo scatto del Castello della Villa di Montecchio Maggiore (VI) fotografato in una fredda serata autunnale da Enrico Barcarolo che, nel corso della cerimonia di premiazione di sabato 30 novembre a Padova, ha raccontato di aver impiegato tempo ed energie per scattare con le condizioni ambientali perfette (nebbia, temperatura, etc.) e di essersi recato al Castello praticamente ogni giorno subito dopo il lavoro per più di una settimana con l’obiettivo di cogliere l’attimo perfetto: vincere il primo premio è stato un grande riconoscimento per questa fatica!

Al secondo posto si è piazzata invece Elena Maculan, con la sua fotografia della Porta della Luce, la scultura presente in Piazza Falcone e Borsellino a Schio (VI). “Sono contenta che la Giuria abbia gradito la mia fotografia”, ci ha detto Elena, “e soprattutto sono felice che abbiano apprezzato il “punto di vista”, che a me piace moltissimo perché trasforma il monumento in un corso d’acqua che sfocia nel mare”.

Mentre conquista la medaglia di bronzo Stefania Garonzi, con un’immagine realizzata al Museo di Castelvecchio di Verona, si aggiudicano il Premio speciale “Città di Padova” e il Premio Caorle Silvana Gallio e Antonio Silvestrini, rispettivamente con uno scatto della Basilica della Madonna di Monte Berico e della Scogliera Viva di Caorle

Abbiamo chiesto ai vincitori dei premi speciali perché hanno scelto proprio quel monumento: “Per me è un luogo del cuore” ci ha risposto Silvana “La camminata fino alla Basilica della Madonna attraverso i portici è un’attività usuale di molti vicentini, indipendentemente dalla fede religiosa. Per me è un’abitudine che risale a quando ero bambina, mi ci accompagnavano i miei genitori quasi tutte le domeniche. Il giorno dello scatto, splendida giornata invernale di qualche anno fa, volevo fotografare le foglie del parco poco sopra la Basilica. Non pensavo ai portici, ma sono stata attratta dalla luce che attraversava gli archi laterali di sinistra e illuminava la parete di destra disegnando forme particolari”.

Anche Antonio Silvestrini si è lasciato guidare dalla luce nel suo scatto “Trascorro una buona parte dell’estate a Caorle e questo mi permette di godermi albe e tramonti attraverso la lente della mia fotocamera.” ci ha raccontato “Ho fotografato uno scoglio scolpito da un artista su uno sfondo di mare e cielo che è un’opera d’arte della natura, per questo ho scelto di chiamare il mio scatto “Opera d’arte su opera d’arte”. Io sono semplicemente riuscito a fissare questo istante e ringrazio Wikimedia Italia per avermi permesso di condividerlo con tante altre persone”.

Gli scatti premiati e altre splendide fotografie raccolte per Wiki Loves Veneto 2019 saranno in mostra fino a questo sabato, 14 dicembre, presso i locali ex MC Kenzy in Piazza delle Erbe 52 a Padova: non perdete l’occasione di scoprirli tutti! 

Nell’immagine: il Castello della Villa di Montecchio Maggiore (VI) fotografato da Enrico Barcarolo, primo premio Wiki Loves Veneto 2019, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Wiki Loves Monuments è un grande concorso fotografico internazionale per la valorizzazione del patrimonio culturale. Grazie a chi ha partecipato e supportato la competizione in questi anni, oltre 130.000 scatti di monumenti italiani sono oggi pubblicati con licenza libera su Wikimedia Commons e andranno ad illustrare le voci di Wikipedia.
Dietro a questo grande risultato ci sono tante piccole storie di persone che hanno deciso di “liberare” insieme a noi la bellezza del nostro Paese.
Vanni Lazzari ha iniziato a partecipare al concorso nel 2013 e non ha più smesso: un suo scatto realizzato a Comacchio ha conquistato l’oro nel 2015, nel 2018 si è piazzato al secondo posto e all’ottavo della classifica nazionale e quest’anno, con una splendida doppietta del Portico di San Luca a Bologna e del Loggiato dei Cappuccini a Comacchio,  si è aggiudicato il secondo e il settimo posto.

Buongiorno Vanni, e complimenti per il suo scatto! Come ha conosciuto Wiki Loves Monuments e perché ha deciso di partecipare al concorso?

La fotografia è da sempre una delle mie passioni, fin da quando scattavo in analogico e sviluppavo da solo i miei negativi. Nel tempo, mi sono convertito al digitale e ho iniziato ad archiviare tutti i miei scatti online, inizialmente su Panoramio, la piattaforma di Google. 

Poi un socio di Wikimedia Italia mi ha contattato e mi ha parlato di Commons e Wiki Loves Monuments, facendomi scoprire che condividendo le mie immagini avrei potuto aiutare Wikipedia: beh, non ho avuto dubbi e nel 2013 ho iniziato a partecipare, stimolato dalla lunga lista di monumenti autorizzati per il concorso dai Comuni di Bologna, Ferrara, Comacchio, ecc,… Praticamente non ho più smesso!

Quanti scatti ha caricato quest’anno?

Per questa edizione del concorso ho pubblicato su Wikimedia Commons oltre 200 scatti di Bologna, Comacchio e Ferrara, rispettivamente la città dove vivo, quella dove trascorro il tempo libero – sono in pensione e ho una casa di vacanza a Lido degli Estensi – e quella dove sono nato. 

Si aspettava di vincere anche quest’anno con ben due scatti?

Avendo vinto anche lo scorso anno, al secondo e all’ottavo posto, devo dire che quest’anno proprio non mi aspettavo di piazzarmi di nuovo in classifica…e con ben due foto! Essendo un successo inaspettato ammetto che fa ancora più piacere. 

Tra le tante foto quale è stata più contento vincesse?

Devo dire che mi ha emozionato particolarmente vedere in classifica lo scatto del Portico di San Luca premiato con l’argento quest’anno: l’ho realizzato nel 2017 con una macchina fotografica Sony ILCE 7RM2 che avevo appena acquistato, investendo un bel po’ di risorse. Pochi mesi dopo quella fotocamera a cui già ero affezionato è andata letteralmente…in fumo: come mio solito, l’avevo lasciata sotto il sedile della mia vecchia Jeep Cherokee, che dopo 16 anni insieme ha deciso di abbandonarmi in modo “scoppiettante”, prendendo completamente fuoco. Mi è dispiaciuto quasi più per la macchina fotografica che per l’auto! Questo premio è per me un modo per “onorare” la memoria della mia mirrorless, che in così poco tempo mi ha permesso di realizzare scatti straordinari.

C’è invece qualche fotografia che le piace particolarmente che è stata esclusa?

Tra le mie, non saprei…Ma in generale per i prossimi anni mi piacerebbe vedere in classifica meno bianco e nero e più colore. Io alla monocromia sono affezionato, visto che quando ho iniziato a scattare 50 anni fa sviluppavo, personalmente, solo in bianco e nero, ma credo che per rappresentare la bellezza dei nostri monumenti un po’ di colore non guasti.

Essendo condivisa con una licenza libera, la sua fotografia ora potrà essere ri-utilizzata da chiunque, sulle pagine di Wikipedia e dei progetti Wikimedia ma anche altrove, per ogni scopo. Come vive questa cosa?

Dal 2013, quando ho scoperto l’esistenza di Wikimedia Commons, pubblico fotografie sulla piattaforma con licenza libera. Se le persone le apprezzano e possono riutilizzarle liberamente a me fa solo piacere: i nostri beni culturali devono essere di tutti!

Grazie Vanni, e ancora tantissimi complimenti!

Nell’immagine: Vanni Lazzari e il suo scatto del Portico di San Luca, medaglia d’argento per WLM 2019 in Italia. Grafica di Francesca Ussani (WMIT), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

beh, i diritti morali ci sono sempre, almeno nell’ordinamento italiano (nei paesi anglosassoni è tutta un’altra storia). Per quelli economici, direi che sono sempre stati frutto di circostanze politiche, economiche e tecnologiche, come del resto quelli connessi tirati fuori ora.

lì naturalmente deve chiedere a coloro che l’hanno pagata. Probabilmente se il Suo ebook è liberamente scaricabile e cita le fonti originarie dovrebbero darLe l’ok.

Lei è una persona malvagia dentro (certo che se vuole può fare l’ebook, mica ha lasciato una licenza esclusiva a Medium)

Titolisti vil razza dannata – reprise

03:04, Tuesday, 12 2019 November UTC

Ieri è stata pubblicata sul Giornale un’inchiesta riguardo a Wikipedia. (Che io sappia, non c’è un link, dovete fidarvi), con interviste al vostro affezionato titolare e a Frieda. Il testo dell’intervista riporta correttamente le nostre affermazioni, ve lo anticipo subito: il titolo no, come già successo altrove. Non mi lamento tanto della frase “L’enciclopedia del mondo è già vecchia”, dove la scelta del termine è ovviamente legata al punto di vista del quotidiano, ma al catenaccio che dice “Calano gli autori – l’aggiornamento dei testi è più lento e meno frequente”. Le statistiche di Wikipedia sono pubbliche. Nella figura vedete quella relativa agli editor attivi, mentre per le pagine modificate potete andare qui. È indubbio che dal 2013 al 2014 c’è stato un calo di contributori; ma da lì in poi il loro numero è rimasto costante, con fluttuazioni legate al mese dell’anno. Possiamo dire che il numero è “stagnante” come nel testo (di nuovo: la scelta dei termini non è mai neutra, ma non ho il diritto di sindacare) ma non certo in calo. Lo stesso per le modifiche: un matematico rompipalle come me può affermare che avere un numero stabile di modifiche e un numero crescente di pagine significa che si fanno meno modifiche per singola voce, ma lì si entra in un terreno più complicato, perché ci sono voci che naturalmente richiedono sempre meno modifiche man mano che si assestano. Quello che continuo a chiedermi è che cosa ci guadagnano i titolisti a scrivere qualcosa che poi viene smentito nel corpo dell’articolo…

Ah, il catenaccio termina con “L’utopia del sapere cooperativo è entrata in crisi” che è tecnicamente corretto ma un po’ fuori contesto; ha più senso unito alla mia frase “siamo una riserva indiana”. In pratica, la Rete di trent’anni fa non esiste più, e si viaggia verso l’individualismo e la ricerca affannosa di like personali; da qui la crisi del sapere cooperativo, che però è da misurarsi rispetto al totale degli utenti e non nei numeri assoluti che per l’appunto restano costanti. Riconosco però che questo concetto non si può certo riassumere in poche parole, quindi non mi preoccupo più di tanto!

Titolisti, vil razza dannata

06:54, Thursday, 17 2019 October UTC

Una decina di giorni fa si è scoperto che una voce di Wikipedia creata nel 2004 era falsa, o più precisamente partiva da una base reale (un campo di concentramento a Varsavia nella seconda guerra mondiale) ma aveva “trasformato” il campo in uno di sterminio. Quel falso storico era presente in varie edizioni linguistiche: l’articolo più visitato era come capita spesso quello sulla Wikipedia in lingua inglese, ma c’era anche una versione in lingua italiana. Fin qua nulla di davvero nuovo, purtroppo: Wikipedia è uno dei terreni preferiti dai revisionisti, in questo caso polacchi.

Martedì scorso il Corriere ha pubblicato un seguito dell’articolo, dove parlo anch’io con il cappellino di Wikimedia Italia. La settimana scorsa ero stato al telefono quaranta minuti abbondanti: diciamo che se avessi potuto rivedere il mio virgolettato avrei suggerito qualche modifica, ma nel complesso direi che il mio pensiero è stato riportato correttamente. Wikipedia non è una fonte primaria, il che significa che si deve fidare di quanto scrivono altre fonti che si spera siano valide; in caso di guerre di edit si cerca di evitare il più possibile di andare a una votazione, perché la verità non si decide a maggioranza; ma anche che non possiamo sapere se un utente bannato all’infinito si è reiscritto con un altro nome e ora si comporta in maniera costruttiva. (Occhei, non ho aggiunto che all’atto pratico ci accorgiamo subito dallo stile di interazione di chi si tratta… È inoltre vero – o almeno questo è il mio punto di vista – che quando si scopre che qualcosa ampiamente creduto è falso è meglio lasciarlo scritto, indicando che è falso e le fonti che dimostrano la falsità, rispetto a cancellarlo. I complottisti diranno comunque che le fonti riportate sono fabbricate ad arte, ma non rischiamo che qualcuno magari in buona fede aggiunga di nuovo le informazioni errate.

Peccato che poi ci sia il titolo (ben spalleggiato dal catenaccio). Titolo:

Wikipedia e la bufala sul Polocausto: «Meglio gli errori che un controllo dall’alto». Così funziona l’enciclopedia libera

Quello che io affermo è che un comitato redazionale (“controllo dall’alto”, se volete dirlo così) porta inevitabilmente ad avere un punto di vista specifico nelle voci, che può essere o no corrispondente alla verità. Possiamo fare il classico esempio: la voce “Fascismo” nella prima edizione della Treccani era stata direttamente scritta da Mussolini. Il modello “dal basso” di Wikipedia è diverso, non migliore di quello di un’enciclopedia standard; è probabilmente più prono ad avere errori, che però per la massima parte durano relativamente poco. (Nel caso in questione, non credo che la bufala del campo di sterminio fosse solo citata su Wikipedia).

Ma quello che è peggio è il catenaccio:

Il portale, costruito dall’opera di volontari, non ha mai introdotto alcun sistema per prevenire le storie false. «La comunità è sempre riuscita a mantenere l’equilibrio nelle opinioni»

Fatevi una domanda e datevi una risposta, direbbe Marzullo. Quali sono i sistemi per prevenire storie false? Quello che tipicamente si usa (ehm, diciamo si dovrebbe usare, visto quello che troviamo in giro) è il non pubblicare nulla fino a che non c’è una ragionevole certezza di verità. Wikipedia ovviamente non fa così, visto che non ci sono controlli a priori sull’inserimento di contenuti: ma un meccanismo c’è, ed è quello dei template di avviso citati del resto nell’articolo: voce da controllare e mancanza di fonti.


Questi avvisi hanno più di dieci anni di esistenza (anche se non c’erano ancora quando è stata creata la voce sul cosiddetto campo di sterminio di Varsavia) e sono nati proprio per aiutare l’utente ignaro. È vero che chi scrive su Wikipedia non è di solito un esperto, ma se è abbastanza bravo può notare che c’è qualcosa che non torna e segnalare così a tutti di fare attenzione. Poi ci sarà sempre chi non legge gli avvisi, ma c’è anche chi inoltra sempre bufale così malfatte da far pensare che tanto parlare con lui è tempo perso.

Bene, lasciamo Wikipedia e torniamo ai titolisti dei giornali. Cosa succede se il lettore che è come sempre di fretta non legge l’articolo ma si limita al titolo? Si fa un’idea del tutto sbagliata di quello che succede. E qui non ci si può neppure appellare alla solita scusa “non c’è abbastanza spazio”, perché il catenaccio ha più libertà. Capite perché io affermo sempre che i titolisti saranno i primi ad andare al muro quando ci sarà la rivoluzione?

Google e la direttiva copyright: chi l’avrebbe mai detto?

15:04, Thursday, 26 2019 September UTC

Immaginate una felice città in cui si trovano varie panetterie e un grande supermercato che tra gli scaffali vende anche il pane di queste panetterie. A un certo punto i panettieri si accorgono che nessuno viene più in negozio da loro, perché è più comodo fare un unico giro al supermercato, e quindi si accordano per stabilire che il supermercato deve pagare loro il pane più di quanto loro lo facciano pagare ai loro clienti. Il direttore del supermercato ascolta le lamentele dei negozianti e risponde “Capisco. Vorrà dire che da domani venderò solo pane confezionato industriale”, al che i panettieri gridano allo scandalo perché il supermercato vuole intimidirli.

Ecco a grandi linee cosa sta succedendo in Francia. Ve la ricordate tutta la storia sulla direttiva europea riguardo al copyright, e per la precisione sull’articolo 15 (ex 11) che introduceva un nuovo diritto d’autore su chi raccoglie e ripubblica gli estratti (“snippets”) delle notizie presentate dai giornali. Di per sé i vari stati membri dell’Unione Europea hanno due anni di tempo per implementare nelle leggi nazionali la direttiva, ma i francesi evidentemente avevano fretta – d’altra parte uno degli europarlamentari più attivi a favore della direttiva è stato Jean-Marie Cavada – e quindi a luglio hanno già emanato la legge al riguardo, che copia pedissequamente il testo della direttiva e quindi non richiederà procedure di infrazione. Google ha preso atto della cosa e ha deciso di rispettare la legge alla lettera: se una testata giornalistica vuole esercitare i propri diritti, basta che lo indichi nel file robots.txt del proprio sito, o nei singoli file o addirittura in porzioni specifiche del testo, e loro si limiteranno a riportare il titolo della notizia senza estratti.

Risultato? Diciamo che gli editori non l’hanno presa troppo bene. Qui potete leggere le prime righe del commento di Carlo Perrone (GEDI, ex Secolo XIX); qui potete vedere di come un’agenzia (che il mio amico Federico mi dice essere vicina all’UE) grida al latrocinio da parte di Google che vuole bypassare i diritti dei media. Beh, su: non è proprio così. Capisco che tutta la narrazione che i giornali hanno propinato in quest’anno abbondante si basa sul fatto che Google News ruba loro i proventi senza fare alcun lavoro se non raccogliere automaticamente i loro testi. Potremmo discutere all’infinito se sia vero o falso: non solo l’abbiamo già fatto fino allo sfinimento, ma soprattutto non è un mio problema, non essendo io né Google né un media. Però non possiamo pensare che Google sia obbligato a fornire un suo servizio (quello degli snippet) solo perché gli editori vogliono essere pagati: a Mountain View avranno fatto i loro conti e avranno deciso di forzare la mano. Perché sì, in un certo senso è vero che c’è un ricatto: come avrete notato, Google non ha scelto di bloccare a priori gli estratti, ma costringe le singole testate ad autobloccarsi, immagino per far partire una guerra tra poveri. Epperò resta il punto di partenza: se gli editori sono davvero convinti che le rassegne stampa automatiche toglievano loro ricavi, a questo punto avranno comunque dei soldi in più anche se non arrivano da Google, no? (Come, “no”? Volete forse dire che non ho capito nulla della loro posizione?)

Non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è indubbiamente un problema di raccolta pubblicitaria legata alla fruizione delle notizie, ma la soluzione non può essere peggio del problema. È probabile che molta gente si accontenti dei titoli o poco più – gli snippet, insomma – e quindi non vada a leggere le notizie sui siti dei singoli giornali, nonostante i tentativi di clickbaiting di molte testate. Ora, se le notizie di base sono comunque le stesse tra i vari giornali mettere una tassa da far pagare alle terze parti è controproducente: o questi trovano qualcuno che comunque accetta di lasciarle libere, oppure chiudono baracca e burattini e la gente di cui sopra andrà avanti lo stesso senza finire sui siti delle singole testate. Un accordo diretto su modi migliori per mandare i lettori dai motori di ricerca ai siti dei giornali sarebbe stato più furbo: non so se le due parti l’abbiano mai davvero perseguito, ma sicuramente un obbligo ope legis porta alla prevaricazione da chi comunque ha il coltello dalla parte del manico. La chiusura di servizi come Google News può sembrare a prima vista un lose/lose, ma guardando i numeri chi ci perde davvero è solo una delle due parti, per quanto l’altra poi possa piangere. Mi aspetto sempre una confutazione che non sia a base di slogan, ma non trattengo certo il fiato.

Cosa cambia tutto questo per Wikipedia? Al momento nulla. Noi infatti non usiamo estratti degli articoli, perché li riformuliamo sempre; il nostro problema con l’articolo 15 è legato al titolo delle notizie, che per noi è un dato bibliografico ma di per sé risulta tutelato. Il fatto che Google non lo ritenga tale non significa molto, se non per vedere il risultato di un’eventuale contesa legale: ma noi dobbiamo restare sul sicuro e ci atterremo a un’interpretazione il più ampia possibile dei limiti. Per il momento, quindi, aspettatevi che quando la direttiva sarà legge anche in Italia troverete con ogni probabilità un dato in meno sulle fonti (ma il link resterà, non preoccupatevi: non dobbiamo certo fare ripicche.)

Come? Gli algoritmi non si scrivono da soli?

07:17, Monday, 23 2019 September UTC

Come? Gli algoritmi non si scrivono da soli?

Seriamente, immagino che quell’algoritmo sia stato scritto da un team, e che non siano stati fatti i test necessari, visto che l’errore pareva essere proprio marchiano e non qualcosa che può succedere in circostanze eccezionali. Però il Tar non si può occupare della produzione dell’algoritmo, se non per dire che l’acquirente (cioè la PA, rectius un qualche specifico funzionario) non l’ha controllato prima di metterlo in campo… cosa che in effetti non è stata scritta, almeno negli stralci della sentenza riportati da Key4Biz. Oppure è stato scritto con bizantinismi tali da non farmene accorgere.

Insomma: mi sta bene che si parli degli uomini e non degli algoritmi, non mi sta bene che si prenda l’algoritmo come un monolite con la sua propria personalità.

È proprio l’algoritmo a essere impazzito?

16:26, Sunday, 22 2019 September UTC

Certo, gli algoritmi possono essere scritti male e dare risultati del tutto sbagliati e perniciosi.. Ma proviamo a non personificarli.

Scuola, trasferimenti di 10mila docenti lontano da casa. Il Tar: L’algoritmo impazzito fu contro la Costituzione”
eh sì, povera Costituzione…

La colpa? È come al solito “dell’algoritmo impazzito”. Così scrive la Repubblica raccontando dell’ultima sentenza del Tar del Lazio a riguardo dell’assegnazione delle cattedre ai vincitori del concorso scolastico nel 2016. A dire il vero non sono riuscito a trovare il testo della sentenza (per i curiosi, dovrebbe essere la 06606/2019 della terza sezione bis del Tar del Lazio), e la mia sensazione è che in realtà quello scritto da Repubblica sia una silloge di varie sentenze sul tema, visto che la sentenza principale arriva a fine maggio. Ma non è questo il punto importante: quello che mi preoccupa è leggere affermazioni, presumo scritte da periti (cioè “esperti”), che non stanno né in cielo né in terra. Ecco alcune di queste affermazioni con i miei commenti. Una precisazione: io sono convinto che quell’algoritmo fosse malfatto. Ma sono anche certo che le ragioni addotte per cassarlo giuridicamente non abbiano senso. Vediamo come alcune delle frasi riportate da Key4biz — che sono prese da una sentenza precedente, la n. 9224/2018 che deve semplicemente essere stata confermata da quest’ultima — vengono lette da chi ha un po’ di conoscenza del tema. Cominciamo subito:

“[…] un procedimento amministrativo, ancorché difficile o complicato, non può essere devoluto ad un “meccanismo informatico o matematico del tutto impersonale e orfano di capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete, tipiche invece della tradizionale e garantistica istruttoria procedimentale che deve informare l’attività amministrativa, specie ove sfociante in atti provvedimentali incisivi di posizioni giuridiche soggettive di soggetti privati e di conseguenziali ovvie ricadute anche sugli apparati e gli assetti della pubblica amministrazione.”

Traduciamo dal burocratese (particolarmente pesante, come capita spesso quando non si vuole che traspaia il vero significato): occorre che qualcuno decida il risultato finale. Se siamo buoni, potremmo pensare a una verifica che sia andato tutto bene: questo è sicuramente qualcosa che deve essere fatto, ma dubito che in quel caso fosse davvero fattibile. Spero che non ci sia il retropensiero “se ci sono delle persone che controllano, loro possono aggiustare quello che serve”. Ma pensateci: cosa diavolo sarebbero le “capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete”? Detto in altri termini, quali sono le valutazioni che non possono proprio essere fatte da un algoritmo ma necessitano un giudizio umano? E in effetti, continuando a leggere, troviamo

“un algoritmo, quantunque, preimpostato in guisa da tener conto di posizioni personali, di titoli e punteggi, giammai può assicurare la salvaguardia delle guarentigie procedimentali che gli artt. 2, 6,7,8,9,10 della legge 7.8.1990 n. 241 hanno apprestato, tra l’altro in recepimento di un inveterato percorso giurisprudenziale e dottrinario…. gli istituti di partecipazione, di trasparenza e di accesso, in sintesi, di relazione del privato con i pubblici poteri non possono essere legittimamente mortificati e compressi soppiantando l’attività umana con quella impersonale, che poi non è attività, ossia prodotto delle azioni dell’uomo, che può essere svolta in applicazione di regole o procedure informatiche o matematiche. […]”

Beh, sì: un algoritmo farebbe molta fatica a leggere un testo del genere, mi sa. Ma non capisco quali siano i problemi per cui un algoritmo non possa assicurare la partecipazione (vengono eliminati a priori tutti quelli che non hanno un R nel loro cognome?), trasparenza (non vengono elencati i punteggi ottenuti dai vari candidati?) e l’accesso (ci vuole una password per vedere i risultati?). Ma proseguiamo.

“non è conforme [alla Costituzione e alla legge sulla semplificazione normativa] […] affidare all’attivazione di meccanismi e sistemi informatici e al conseguente loro impersonale funzionamento, il dipanarsi di procedimenti amministrativi, sovente incidenti su interessi, se non diritti, di rilievo costituzionale, che invece postulano, onde approdare al corretto esito provvedimentale conclusivo, il disimpegno di attività istruttoria, acquisitiva di rappresentazioni di circostanze di fatto e situazioni personali degli interessati destinatari del provvedimento finale, attività, talora ponderativa e comparativa di interessi e conseguentemente necessariamente motivazionale, che solo l’opera e l’attività dianoetica dell’uomo può svolgere.”

Lo confesso. Ho dovuto aprire il De Mauro per scoprire cosa significasse “dianoetico”. Cosa volete, Ron Hubbard non mi ha mai detto molto. Ad ogni buon conto, il De Mauro snocciola “agg. TS filos. — discorsivo, razionale”. Insomma, l’essere umano è un animale razionale, lo diceva già Aristotele; l’algoritmo no, e infatti Aristotele nulla affermò al riguardo. Ma poi quali sarebbero le “situazioni personali” di cui si parla? Un banale “tengo famiglia”? Offerte che non si possono rifiutare? Una consapevolezza olistica? Io ero convinto che — pur con tutte le difficoltà oggettive possibili — un concorso dovrebbe essere il più asettico possibile, perché si cercano le persone migliori. Invece a quanto pare non è così. Il “funzionario persona fisica […] deve seguitare ad essere il dominus del procedimento stesso”. Qui in realtà c’è il primo punto condivisibile della sentenza: il funzionario-dominus infatti deve operare

“all’uopo dominando le stesse procedure informatiche predisposte in funzione servente e alle quali va dunque riservato tutt’oggi un ruolo strumentale e meramente ausiliario in seno al procedimento amministrativo e giammai dominante o surrogatorio dell’attività dell’uomo.”

Su questo invece non c’è nulla da eccepire, a parte l’ampollosità della prosa. Se tu, umano funzionario, non capisci un tubo di come funziona l’algoritmo che stai usando allora non stai facendo bene il tuo lavoro. Qui si apre un mondo totalmente diverso, però! Non entriamo nel merito degli algoritmi di deep learning il cui funzionamento dettagliato è inconoscibile persino da chi li ha sviluppati, e per cui ci vorrebbe un saggio a parte. Il caso in questione è infatti molto più semplice, per fortuna, e si suppone che l’umano funzionario, in qualità di animale ragionevole, possa comprendere il funzionamento dell’algoritmo. Se non ci riesce di chi è la colpa? Il tutto naturalmente a meno che il suddetto non debba semplicemente verificare a mano che le decine di migliaia di vincitori fossero stati assegnati ai posti corretti, a meno che non si chiami Marco Bussetti. Beh, no, questa è cattiveria. Se leggete l’intervista vedete che Bussetti ha dato gli onori a una funzionaria del ministero.

Ma seriamente il punto è un altro. Se la storia raccontata dall’ex ministro è vera, che l’algoritmo fosse bacato era evidente a chiunque, e pertanto bene ha fatto il Tar ad annullare i risultati della procedura e stigmatizzare chi ha preso i risultati e li ha inviati senza nemmeno dare loro un’occhiata. E non poteva allora dire semplicemente questo? Evidentemente no. Occorreva personificare l’algoritmo in modo da dare la colpa, o almeno un concorso di colpa, ad esso. Perché sono gli algoritmi a impazzire, non i programmatori che non li sanno scrivere e correggere o i funzionari che non hanno voglia di vedere cosa è successo. Troppo facile così. Alla fine è più onesta la chiusa dell’articolo di Repubblica: «A questo baco [dell’algoritmo che premiava la geografia] si sarebbero aggiunti, poi, diversi errori nell’immissione dei dati. Errori umani, non solo orwelliani.» Appunto. È troppo facile nascondersi dietro l’algoritmo per non tirare fuori le vere colpe, in questo caso di chi l’ha scritto e di chi (non) l’ha testato…

toh, ci si inventa una nuova licenza

15:43, Wednesday, 28 2019 August UTC

Leggo sul Post che le Big5 (i gruppi librari più importanti al mondo) hanno citato a giudizio Audible, la società di Amazon specializzata in audiolibri. Come mai? Portava i libri che offriva al lettor… ehm, all’ascoltatore? Ovviamente no. La cosa è molto più sottile. Ultimamente Audible ha prodotto una nuova funzione, “Captions”, che dovrebbe essere resa disponibile dal 10 settembre. Questa funzione è pensata per i bambini che stanno imparando a leggere: man mano che il libro viene letto, un sistema di riconoscimento del parlato traduce i suoni in parole e le mostra una per volta su uno schermo. ArsTechnica spiega un po’ più a fondo la cosa, pur essendo costretta anch’essa a fare alcune ipotesi non essendoci alcuna specifica ufficiale. Gli editori americani contestano che la licenza che loro concedono ad Audible non permette di fare una cosa come quella. Se si associasse al testo letto quello presente nella versione scritta del libro, si potrebbe seguire che in effetti si sta usando qualcosa (il testo scritto) su cui non è stata ottenuta la licenza; non è un caso che quali di Amazon, che sono delle faina ma hanno anche fior di avvocati, abbiano deciso di fare altrimenti. Gli editori hanno pertanto scelto un’altra strada, fortunatamente esplicitata a pagina 3 delle cento pagine della citazione a giudizio. Proprio perché la tecnologia è automatica e quindi con un certo margine di errore – fino al 6% secondo Audible – succederebbe che

Audible Captions could directly compete with both books (physical and eBooks) and authorized cross-format (incorporating both text and audio) products, the latter which benefit consumers by not relying on faulty transcription technology and for which Publishers and authors are compensated.

Questi i fatti. Il mio commento? Innanzitutto, quello che mi preme far notare è che gli editori richiedono un nuovo tipo di copyright, proprio come a inizio anno hanno fatto per la famigerata snippet tax nella direttiva comunitaria sull’e-commerce. Come scrivevo sopra, per gli editori la versione audio+testo generato è diversa da quella audio+testo ufficiale, e qui non ci sono dubbi, che da quella solo audio, di cui sarebbe un formato derivato. Audible ribatte che non si può parlare di opera derivata, perché il testo è inestricalmente legato all’audio e non può essere usato in modo autonomo. Ora, per quanto io non abbia così a cuore Amazon, mi infastidisce molto di più questo ampliamento strisciante dei diritti d’autore, soprattutto perché l’ipocrisia degli editori parla dei mancati compensi loro o degli autori. Non mi stancherò mai di ripeterlo: in questi casi gli autori, salvo eccezioni davvero rarissime, contano zero. Un contratto standard, almeno qui in Italia, cede all’editore tutti i diritti, quindi i soldi per l’autore semplicemente non arriveranno.

Io non pretendo che chiunque segua il modello Wikipedia, con testi e immagini liberamente disponibili anche per essere usati in opere commerciali: non lo faccio sempre nemmeno io, tra i libri pubblicati ufficialmente per cui cedo i diritti e i testi come quelli di questo blog per cui uso una licenza di riuso non commerciale. Però la mia idea di opera derivata consiste in qualcosa che possa essere fruito in modo indipendente da quella originaria, e che non sia una mera rappresentazione. In questo caso l’indipendenza certo non si ha, per come Captions è stato pensato. Possiamo al più chiederci se a un bambino serva davvero un software che può fare errori: la mia risposta è che entrambe le parti in causa hanno esplicitamente alzato la probabilità di errore, ciascuna per i propri scopi. Stiamo parlando di libri letti professionalmente, quindi ben scanditi: potrebbero esserci errori di punteggiatura, ma le parole dovrebbero essere in massima parte corrette.

Chiudo con una considerazione sulla “rappresentazione”. Tra quattro giorni comincia Wiki Loves Monuments, e come capita da vari anni Wikimedia Italia ha passato mesi alla caccia delle autorizzazioni per fotografare liberamente almeno nel mese di settembre le tante opere d’arte italiane. Già per le opere antiche è un problema, ma per quelle contemporanee è praticamente impossibile, perché gli archi e i progetisti hanno il copyright non solo per l’opera in 3D ma anche per le foto, che sono viste appunto come opere derivate. Ma come si può fruire della foto di un palazzo o di una statua? E quale sarebbe la differenza tra vederla in foto o trovarsela di fronte? Ecco, il problema rimane questo: i diritti d’autore sono ormai un modo per impedire la creatività rimanendo fissi a quanto già fatto e cercando di sfruttarlo anche per cose che non si pensavano nemmeno.

Come spero ricordiate, da più di due anni non è possibile accedere a una qualunque edizione di Wikipedia dalla Turchia. Il motivo è semplice: erano state scritte cose che non piacevano. Lo scorso maggio la Wikimedia Foundation ha presentato un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Bene: in tempi assolutamente rapidi per la Corte (che spesso anzi decide di non avere giurisdizione…) il 5 giugno scorso il ricorso è stato messo in corsia privilegiata e il 5 luglio la Corte ha mandato una richiesta di informazioni alla Turchia, che ha ora tempo fino a fine ottobre per le controdeduzioni. Maggiori informazioni sul sito WMF.

Non so se ci saranno risultati pratici, ma almeno è un segnale che qualcuno pensa ai problemi della censura.

Autunno caldo

02:04, Monday, 01 2019 July UTC

Se la mattina del 28 giugno qualcuno fosse capitato sulla pagina di Wikipedia dedicata all’autunno caldo (era questa: Wikipedia non butta via mai nulla…) a prima vista non avrebbe notato nulla di strano. La voce era sufficientemente ampia, e soprattutto ricca di fonti. Se però la persona in questione si fosse messa a leggere la voce in questione, avrebbe trovato affermazioni piuttosto sconcertanti. Si partiva dalla frase nell’incipit secondo la quale l’autunno caldo è «ritenuto il preludio del periodo storico conosciuto come anni di piombo» agli emendamenti parlamentari allo Statuto dei Lavoratori che «furono in gran parte peggiorativi, perché nel merito offrirono il modo di penalizzare i buoni lavoratori, a vantaggio dei cattivi: inoltre rimasero nel documento le norme che proteggevano i diritti dei dipendenti, cancellando il passaggio secondo cui quei diritti dovevano essere esercitati “nel rispetto dell’altrui libertà e in forme che non rechino intralcio allo svolgimento delle attività aziendali”».

A questo punto dobbiamo sperare che il nostro ipotetico lettore abbia i suoi neuroni funzionanti e non sia semplicemente in modalità copincolla. Se è sufficientemente sveglio noterà che la prima frase da me riportata non ha nessuna fonte al riguardo, e quindi dovrebbe pensare “e chi l’ha detto?”; per la seconda, si accorgerà che le fonti riportate per quella parte dell’articolo si riducono a una sola, il libro L’Italia degli anni di piombo scritto dai due noti pericolosi bolscevichi Indro Montanelli e Mario Cervi. Mettiamo pure che il lettore sia un diciottenne che non ha mai sentito parlare di loro: dovrebbe comunque essergli saltato agli occhi che di fonte ce n’è una sola e che magari essa potrebbe essere di parte.

Insomma, quella voce era fatta male. Questo è un fatto, indipendente dall’essere o meno presente su Wikipedia: si possono fare le medesime considerazioni se il testo fosse stato trovato in un qualunque altro luogo. Visto che però quello non era un luogo qualsiasi, se il tizio in questione fossi stato io avrei fatto qualcosa: avrei cancellato la frase sugli anni di piombo commentando “senza fonte”, e avrei aggiunto un avviso di non neutralità (c’è un testo apposito da inserire), in modo che anche il successivo lettore non troppo sveglio sapesse subito che c’era qualcosa che non funzionava. Purtroppo non siamo ancora stati capaci di insegnare agli insegnanti queste operazioni elementari, in modo che loro poi le spiegassero ai loro studenti; ma diciamo che posso capire uno che si lamenta dicendo che la voce è “sbagliata”.

Il duo Gad Lerner-Michele Serra ha scelto un’altra strada. Forte del fatto che loro sono loro, e soprattutto scrivono sul secondo quotidiano più letto d’Italia, «Con un uno-due ben coordinato […] abbattono Wikipedia.» (La frase è di Massimo Mantellini, per la cronaca). Non si sono limitati a lamentarsi, ma Lerner se l’è presa contro “wikicialtroni” che a quanto pare sono gli unici che di solito riescono a intervenire nelle voci, mentre Serra rincara la dose contro quei cattivoni degli anonimi: scrive «Ma chi l’ha scritta, o almeno assemblata, e riletta, e giudicata, non lo sapremo mai.» In verità la voce sull’autunno caldo è sostanzialmente così da tre anni, senza nessuna guerra di edit, il che significa che non c’è mai stato nessun altro a interessarsene; e le frasi incriminate saranno anche state inserite da un utente anonimo, ma sono state scritte da Montanelli e Cervi.

Non penso che quest’ira funesta che nel weekend ha preso il duo sia un problema generazionale: in fin dei conti io ho solo nove anni meno di loro. Non penso nemmeno sia un problema di scienziati contro umanisti: come Mantellini scrive nel suo post, all’estero non ci si fa problemi a fare edit-a-thon anche e soprattutto su temi lontani dalle scienze dure, che tanto vanno già avanti per conto loro. Quello che io credo è che ci sia un problema tutto italiano, legato a un certo nucleo di persone abituate al loro orticello che si vedono insidiato. In effetti sarebbe divertente pensare a cosa avrebbe detto Montanelli al riguardo :-) Il tutto è esacerbato dalla banale considerazione che il numero di persone che si occupano davvero di portare avanti disinteressatamente Wikipedia è sempre troppo basso, e quindi – come dicevo – è fin troppo facile per alcune persone far dire quello che si vuole a certe voci scegliendo oculatamente le fonti, sapendo che chi potrebbe rimettere le cose a posto è troppo impegnato oppure ha deciso da molto tempo di abdicare.

Per la cronaca, se io avessi avuto parecchio tempo a disposizione, cosa che non ho praticamente mai, mi sarei magari lanciato alla ricerca di una fonte di orientamento opposto e avrei riscritto il testo per tenere conto delle due opposte visioni: è però anche vero che la storiografia contemporanea non è proprio il mio campo di competenze e quindi avrei lasciato volentieri il lavoro a chi può trovare fonti molto più in fretta. Il guaio è che adesso la voce è più o meno ritornata al livello di tre anni fa, il che significa che si è perso qualcosa: a me serve sapere che c’è stato chi ancora vent’anni dopo sentenziava livorosamente contro l’autunno caldo, come servirebbe sapere cosa era successo al tempo riguardo a quelle tesi revisioniste. Ma mi pare che né Lerner né Serra siano in realtà interessati a tutto ciò…

L’affaire North Face, spiegato bene

11:39, Monday, 17 2019 June UTC

Forse avete sentito che il mese scorso la società di abbigliamento The North Face, per mezzo della società di pubblicità Leo Burnett Tailor Made, ha inserito su Wikimedia Commons immagini con il suo logo e poi ha fatto un video per gloriarsi di come è stata brava, mostrando come le voci sui luoghi relativi avevano il logo The North Face, “il tutto in collaborazione con Wikipedia e senza pagare un centesimo”. Dopo la pubblicazione del video, le immagini sono state immediatamente tolte dagli amministratori di Commons e The North Face ha pubblicato un messaggio di scuse (pelose, probabilmente; ci sono voci che anche la campagna contro l’azienda fosse stata prevista, seguendo il famoso motto “bene o male, l’importante è che si parli di noi”. Ma non è di questo che volevo parlarvi, bensì di cosa è stato fatto al riguardo su Wikipedia (in inglese).

Slate ha pubblicato un articolo (ben fatto) al riguardo. Il punto di partenza è molto semplice: la voce sull’azienda deve o no riportare quanto successo? La discussione tra i contributori in en.wiki è stata molto articolata, perché c’erano punti di vista molto diversi e tutti di per sé sensati. Da un lato, non si riteneva bello parlare di qualcosa che ha riguardato Wikipedia dentro Wikipedia stessa; c’erano inoltre dubbi su quello che nel gergo wikipediano è detto “recentismo” (Wikipedia è un’enciclopedia, non un giornale: ha senso parlare di cose che magari tra dieci anni avranno ben poca rilevanza?); e ovviamente non si voleva usare l’enciclopedia come rappresaglia, per quanto questo sia stato il primo pensiero di molti. D’altra parte questo affaire ha avuto molta risonanza nei più importanti media in lingua inglese, e ha portato molto più traffico dell’usuale sulla voce dell’azienda. Alla fine si è trovata una soluzione di compromesso, legata anche al fatto che la voce sull’azienda era piuttosto breve, essendo al tempo composta di sole sedici brevi frasi; una trattazione troppo lunga non sarebbe per nulla stata equilibrata. Si sono così aggiunte solo due frasi su quanto successo, cercando di restare il più possibile aderenti ai fatti senza aggiungere opinioni.

Personalmente trovo adeguata la soluzione adottata: avrei forse accorciato ancora di più il testo non indicando le scuse ma lasciandole solo tra le fonti, ma apprezzo il fatto che non sia stata creata una sottovoce apposta come capita fin troppo spesso. E soprattuto apprezzo che la soluzione sia stata scelta in breve tempo e con il consenso dei contributori, il che mostra che nonostante tutto il concetto iniziale da cui Wikipedia è partita funziona ancora. E in Italia? Il risultato è un po’ diverso. Mentre sto scrivendo, la voce The North Face contiene una frase asettica su quanto successo; però il suo peso relativo è molto alto perché il testo totale è ridotto. Credo però non si potesse fare molto meglio, data la nostra “potenza di fuoco” molto minore…

Alessandro Baricco e il suo Game

02:16, Wednesday, 29 2019 May UTC

Uno sguardo molto personale alla filosofia di Baricco nascosta all’interno del suo ultimo saggio

Baricco avrà cominciato a giocare a Space Invaders, io sono più anzyano e parto da Pong. (Immagine: Wikimedia Commons, File:Pong.png)

Ho deciso di leggere l’ultimo libro di Baricco. Avevo saltato I barbari, esattamente come ho saltato tutta la sua produzione editoriale. In realtà leggevo la rubrica che teneva sulla Stampa qualche decennio fa, e ai tempi avevo stabilito che mi era bastata questa esposizione. Succede però che il tema di The Game si intreccia con altre cose su cui sto cercando di trovare una quadra. È vero che “ars longa, vita brevis”, come diceva (in greco) Ippocrate e dice (in latino) Douglas Hofstadter; però è anche vero che non è bello eliminare pregiudizialmente qualcosa, e quindi ho pensato di dedicare qualche ora della mia vita a vedere come Baricco ha voluto trattare il tema. (Spoiler: pensavo molto peggio. Non consiglierei il libro come unica voce in capitolo, ma vale la pena di leggerlo se si ha già un’idea di quello di cui si parla: se lo si prende senza preconcetti, si scopre che non tutto quello che diamo per scontato è vero).

Qui però non voglio parlare tanto del contenuto del libro — una mia recensione più o meno decente la trovate qua — quanto piuttosto della “baricchitudine”. Mi interessa insomma raccontare come io ho decodificato il suo pensiero, perché ci sono varie cose che secondo me rimangono nascoste. Per prima cosa, Baricco scrive dannatamente bene. Su questo non c’è storia. Le sue frasi si snocciolano senza sforzo, e il lettore plana amabilmente su di esse senza sforzo alcuno. (Sono molto invidioso, sì). Questo è bellissimo, ma nel caso di un saggio c’è un piccolo problema: il lettore in questione si beve tutto senza porsi alcuna domanda sulla verità di quanto scritto. Come sappiamo bene, una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda. Sto dicendo che Baricco ha scritto una serie di fregnacce? No. Ne ha scritte, intendiamoci: ma andando avanti nella lettura mi sono accorto che spesso — qualche decina di pagine dopo quello che avevo rubricato come cazzata — Baricco scriveva esattamente l’opposto. L’idea che mi sono fatto è che è una palla che lui abbia scritto il libro buttando giù man mano il testo. Lì dietro c’è un lavoraccio, e la cosa mi fa incavolare ancora di più, perché sono convinto che lui abbia messo apposta buona parte degli erroracci per far fare al lettore il giro che lui voleva. Non è bello. Verso la fine lo ammette anche tra le righe, anche se non ha il coraggio di dire che i primi due capitoli sono in buona parte fregnacce e se ne esce con “è preistoria” con il consiglio di non rileggere quel testo.

Baricco è un filosofo: quindi per lui il Game ha una filosofia sottostante. Io non sono filosofo e anzi sono sempre stato una capra in filosofia: però non mi bevo il suo professarsi cartesiano con tanto di esempi, e preferisco fermarmi alla lettera. Il Game è Movimento — lo dice lui — quindi è eracliteo. Il problema è che se si parte da questo assunto occorre portarlo avanti coerentemente, cosa che Baricco del resto fa. Questo va benissimo quando concludi che la caratteristica fondamentale di questi “oltremondi” digitali sia la velocità e la leggerezza, che fanno portare a galla l’essenza delle cose anziché nasconderla in fondo come fa il nostro mondo analogico. (“Analogico” e “digitale” sono traduzioni mie, Baricco non usa mai questa terminologia, e anche questo secondo me è un segno: vuole spostare il terreno di gioco, e per farlo coglie una caratteristica diversa da quella tipicamente usata. Ottima mossa, perché costringe il lettore a rivedere tutti i suoi pre-giudizi). Questo però va molto meno bene quando decide di rinominare la post-verità “verità-veloce”, definendola come «una verità che per salire alla superficie del mondo — cioè per diventare comprensibile ai piú e per essere rilevata dall’attenzione della gente — si ridisegna in modo aerodinamico perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando però in sintesi e velocità». Baricco scrive molto meglio di me, ma il concetto è lo stesso che ho scritto nel capoverso precedente: «una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda». L’esempio che fa, quello dei “vinili che hanno venduto più del digitale”, è paradigmatico: usa varie pagine per mostrare come quell’affermazione sia l’equivalente delle barzellette su Radio Erevan, perché quello che è successo è che nel Regno Unito in una specifica settimana le vendite di vinile hanno superato il fatturato della pubblicità collegata al download gratuito in digitale, e conclude che sì, la frase non rappresenta i fatti, ma permette però di scoprire tante cose. Palle. Le cose le scopri solo se stai ancora pensando come una persona pre-Game e vai a sfrucugliare. Anche la sua affermazione che in fin dei conti il termine “post-truth” esisteva già nei casi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e nel doping di Armstrong non funziona: nel secondo caso non è nemmeno post-verità ma semplice negazione, e ai tempi della scenetta di Colin Powell il termine era stato usato una sola volta dieci anni prima in un libro che non era stato filato praticamente da nessuno. (Il secondo libro, che aveva anche il termine nel titolo, uscì l’anno successivo, e fu comunque filato poco).

Questa difesa baricchiana della post-verità, che funziona indipendentemente dai fatti, ha ovviamente una sua origine ben precisa, che si riassume in una parola: narrazione. (“Storytelling”, se siete molto anglofoni. Però questo è uno dei pochi casi in cui il termine italiano è riuscito a mantenere una certa qual forza). Baricco è un campione di narrazione, per negarlo occorre avere davvero una bella faccia tosta. Ha anche ragione quando afferma che non è necessario partire dai fatti per ottenere una bella narrazione: millenni di epica dovrebbero averlo reso chiaro. Però non può incrociare i flussi e applicare al mondo gli stessi schemi di un oltremondo ante litteram qual è la narrativa! Ok, l’ha fatto, e sono ragionevolmente certo che giocasse sul fatto che non se ne sarebbe accorto nessuno, né tra i suoi fan che si sarebbero bevuti tutto né tra i detrattori che invece l’avrebbero stroncato a priori e quindi senza un vero confronto sul testo. Ecco: forse questa sì che è verità-veloce!

Un’ultima nota, tecnica ma anche personale. Baricco ha cinque anni più di me, quindi siamo praticamente della stessa generazione. Però abbiamo vissuto una vita diversissima. È vero che io non sono un nativo digitale, ma sono attaccato a una tastiera da quando avevo quindici anni: faccio quasi parte del gruppo dei pionieri del digitale — attenzione: non dell’élite di cui lui parla: al più, esagerando, dei tecnici nascosti dietro le quinte . Baricco ha fatto un bel lavoro per entrare “da vecchio” nell’oltremondo: ma qualcosa rimane sempre. Ho sorriso quando ho letto «È la postura in cui sto scrivendo questo libro. [Non quella in cui, probabilmente, lo state leggendo: onore al libro cartaceo, che ancora resiste a qualsiasi mutazione].» Stavo naturalmente leggendo il libro nella postura uomo-schermo, quello del furbofono dove ho la copia in formato ePub. Possiamo poi dibattere se la versione elettronica di questo libro sia o no una mutazione e se le note che ho preso sullo smartphone siano la stessa cosa di quelle che una volta si scrivevano a matita sulle pagine: però quell’inciso è la prova che forse non tutto è ancora così liscio come lui cerca di convincerci…

È sempre colpa di Wikipedia

10:58, Thursday, 16 2019 May UTC

Per esempio, Wikipedia non spiega che informazione e conoscenza sono due cose distinte.

Informazione e conoscenza non sono necessariamente correlate (da https://en.wikipedia.org/wiki/File:DIKW_(1).png )

Grazie (?) ad Antonio Pavolini ho scoperto questo articolo di Linkiesta: «La generazione Wikipedia è ignorante. E vota politici ignoranti». Occhei: solito titolo acchiappaclic che poi viene declinato nel corpo dell’articolo con l’ormai onnipresente effetto Dunning-Kruger e la citazione di Wikipedia come simbolo del male. Di per sé nulla per cui varrebbe la pena passare una mezz’oretta a scrivere un commento, nemmeno per rimarcare come con ogni probabilità la gente non guardi nemmeno Wikipedia per farsi la propria opinione totale definitiva, ma prenda qualcosa di orecchiato qua e là. Come dicevo sopra, la parola “Wikipedia” è semplicemente usata come acchiappaclic.

C’è però un passaggio dell’articolo che a mio parere è molto più interessante per comprendere come l’intelligencija si ponga davanti alla cultura. Cito:

Sono questi gli effetti, anch’essi paradossali, dell’età dei social e di Wikipedia. La disponibilità immediata di informazioni a vantaggio di chiunque non ha portato, come si credeva, a un generale accrescimento della cultura e della capacità critica. Al contrario, ha favorito il conformismo e la chiusura intellettuale e ha reso disponibile non una conoscenza diffusa ma una nociva infarinatura un tanto al kilo.

Ecco. Una frase come quella mostra un fraintendimento tipico, di cui ho scritto con Paolo Artuso nel nostro Scimmie digitali. Perché mai avere più informazione dovrebbe portare a una maggiore cultura? Se la cosa vi pare sensata, provate a pensare alla quantità di informazione contenuta nei computer. Direste forse che essi siano acculturati? La piramide DIKW spiega molto bene il concetto. La conoscenza si basa sull’informazione, ma è separata da essa. Le informazioni sono i mattoni che noi dobbiamo prendere e assemblare per formare la nostra “casa della conoscenza”, più o meno sgarrupata a seconda delle nostre capacità e del materiale che troviamo. Ma i mattoni da soli non bastano: come minimo ci vuole della malta per tenerli insieme. Fuori di metafora, la malta è la nostra materia grigia che deve essere messa in moto per comprendere le informazioni che vediamo, confrontandole magari tra di loro per avere un’idea di quali probabilmente sono errate — per tutta una serie di ragioni, dal basarsi su dati errati all’essere state create apposta per confondere. Naturalmente azionare la materia grigia è sempre un’operazione costosa: semplicemente un tempo si tendeva a essere conformisti seguendo quello che diceva il prete o il segretario del partito, mentre adesso ci sono più conformismi tra i quali scegliere… no, il verbo “scegliere” non funziona bene, perché richiede comunque fatica. Meglio “prenderne uno”.

Quello che forse potremmo dire è un’altra cosa: che la generazione Wikipedia pensa di dover avere una propria opinione su tutto, cosa che in effetti in passato non capitava, o almeno non capitava pubblicamente. Ma anche su questo io ho dei dubbi. Mi pare che più che esprimere opinioni ci si limiti a rilanciare pedissequamente quello che si trova in giro e piace, dai gattini agli insulti contro Laura Boldrini, dalle frasi leziose in stile Baci Perugina alla foto della prima pagina del libro su Matteo Salvini. Non parlerei nemmeno di infarinatura di conoscenza, insomma: non si sta superando il livello “conoscenza”. Io sono pessimista e temo che dovremo convivere con questo nuovo modo di agire, ma in ogni caso la disponibilità o meno di informazioni è irrilevante in questo contesto. Cultura capacità critica, se proprio le volete, ve le dovete gestire da voi.

P.S.: L’articolo originale di Justin Kruger e David Dunning è del 1999: prima che nascesse Wikipedia, ma soprattutto prima che Internet diventasse così pervasiva. Non diamo proprio tutte le colpe alla rete.

E ti dovremmo anche pagare

02:04, Thursday, 04 2019 April UTC

C’è una persona (qui sul blog non faccio nomi, ma visto che uno dei tanti posti in cui ha scritto è un forum pubblico potete trovarvelo da voi, almeno fino a che non cancellerà il post) che si lamenta perché su Wikipedia hanno cancellato un testo scritto da Lui. Fin qua, nulla di nuovo, come non è neppure nuovo che cerchi qualcuno che gestisca Wikipedia Italia – anche se mi piacerebbe che questo qualcuno venisse trovato, così almeno potrei mandargli tutta la gente che fa queste domande.

Quello che è un po’ diverso dal solito, e che mi ha convinto a scrivere questo post, sono un paio di sue affermazioni:

«Tralaltro nonostante i fondi e la normativa non ti pagano neanche»

«non c’era un sito …cera la mia parola… così facendo credo sia diffamazione»

Posso immaginare che “la normativa” sia la direttiva sul copyright, spiegata benissimo dalla stampa tutta. Già comincio ad avere seri problemi a comprendere perché se non Ti si fa scrivere da qualche parte qualcosa “sulla Tua parola” Tu parli di diffamazione: io avrei piuttosto detto “censura”, ma evidentemente i Tuoi processi mentali ti fanno dedurre che se io [*] non credo alla Tua parola allora ti sto diffamando. Ma l’apoteosi è pensare che qualcuno debba essere pagato per scrivere quello che lui stesso vuole scrivere: in un sito privato, tra l’altro, ma anche se Wikipedia fosse pubblica non cambierebbe nulla. O forse no: potremmo proporre al nostro governo che attualmente si trova un po’ in difficoltà di aprire un sito italiani.gov.it e pagare chiunque voglia scriverci su. Anziché il reddito di cittadinanza avremmo il reddito di scrittura!

[*] Qui e in seguito “io” è da intendersi in senso generico: non ho mai avuto a che fare con la persona in questione, per mia fortuna.

lobbying

09:02, Tuesday, 26 2019 March UTC

Come potete leggere, finalmente il presidente dell’Europarlamento Antonio “Mussolini ha anche fatto cose buone” Tajani ha pronunciato una decisa presa di posizione contro i lobbisti che “fanno pressioni indebite” sugli eurodeputati (i “MEP”, Members of the European Parliament). Come? Dite che Tajani in realtà si riferiva agli altri lobbisti, quelli che sono contro la direttiva sul copyright nella forma in cui è stata definita? Che rimane schierato? Naaaah, non è possibile. Tajani, voi lo sapete è un uomo di onore.

Parliamo più in generale. Fare lobbying non è necessariamente Una Brutta Cosa: tra l’altro è un modo per esprimere i punti di vista dei vari attori. Quello che non va è farlo di nascosto, direttamente o indirettamente. È vero che per trasparenza le varie società devono indicare quanti soldi hanno usato per le attività di lobbying e spulciando molto attentamente i rapporti dell’Europarlamento si possono trovare questi dati. Ma non sapere come sono stati usati rende più difficile capire se si parla di attività borderline. Da questo punto di vista noi di Wikimedia Italia siamo tranquilli, perché gli unici (pochi) soldi che abbiamo messo sono serviti per mandare un nostro rappresentante a Strasburgo per cercare di convincere all’ultimo minuto gli indecisi. Inoltre noi cerchiamo di essere il più possibile oggettivi. Sono stato intervistato per Radiouno (i miei due minuti si dovrebbero sentire dopo le 10:30) e non ho avuto prolemi a dire che ci sono alcune parti della direttiva apprezzabili, come la maggior tutela degli autori e la parte sulle opere orfane: certo non è quallo che avremmo auspicato, ma è chiaro che direttive come queste non possono che essere un compromesso. Sono certo che la “fazione opposta” non sarà così equa…

P.S.: La mia profezia, a parte l’approvazione della direttiva a larga maggioranza, è che Google e Facebook non ne verranno poi molto toccate. Non ci sarà più Google News, i filtri automatici già presenti su YouTube saranno un po’ ristretti, Facebook metterà lo stesso tipo di filtri. Se arriveranno du’ spicci ai media, arriveranno dai medi-piccoli attori che saranno i veri sconfitta. Eppure i “liberisti” voteranno in massa a favore della direttiva…

Wikipedia vuole oscurare Angela Luce. Perché?

15:39, Tuesday, 05 2019 March UTC

Il titolo di questo post non è ovviamente mio: arriva nientepopodimeno che dal comunicato stampa di un evento tenutosi ieri al Palazzo delle Arti di Napoli, con un intervento di un docente di Diritto Costituzionale, di cui purtroppo non ho trovato fonti istituzionali.

Facciamo un passo indietro. Ieri nel tardo pomeriggio, dopo una di quelle sessioni estenuanti di lavoro in cui non si riesce a far funzionare nulla, scopro che ci sono stati due giornalisti di testate diverse che hanno chiesto informazioni su Angela Luce: uno è stato gestito autonomamente dallo staff di Wikimedia Italia, all’altro ho poi risposto io dopo aver cercato di capire esattamente cosa poteva essere successo; non mi era ancora chiaro che il tutto arriva dopo la conferenza stampa, e quindi avevo solo a disposizione le informazioni che potevo ricavare direttamente dalla cronologia della voce di Wikipedia.

In effetti, rispetto a quello che capita di solito – qualcuno che si ritiene importantissimo ma che in realtà non si fila nessuno e quindi viene espunto da Wikipedia – non ci sono dubbi che la signora Luce sia una persona rilevante: la voce su lei è presente sull’enciclopedia sin dal 2007. Qual è allora il problema? Cito direttamente dal comunicato stampa, presumibilmente opera di Giovanna Castellano:

Come sarà spiegato nel corso della conferenza stampa, si tratta di persone (almeno 3) che conoscono molto bene sia l’artista che il suo percorso e tuttavia, scientemente, hanno deciso di eliminare dalla sua pagina, eventi importantissimi che la riguardano. E, quel che è peggio, trincerandosi dietro l’anonimato garantito dai nick-name e forti del “potere” di controllo, potere che nel caso di Angela Luce viene usato in maniera distorta e schizofrenica.

Occhei, forse rileggendolo non è molto chiaro. O almeno a me non è chiaro come si possa sapere che quelle persone “conoscono molto bene sia l’artista che il suo percorso” considerando che “si trincerano dietro l’anonimato”. Qualcosa in più si può forse comprendere leggendo la parte fuori dal paywall dell’articolo del Mattino al riguardo:

la Luce vorrebbe inserire alcuni premi, come quello letterario di Camaiore, gli incontri con principesse e presidenti della Repubblica, serate in suo onore, i complimenti e i biglietti di stima ricevuti dai grandi artisti.

Ora non c’è nulla di male se la signora Luce viene intervistata e racconta di tutti i “complimenti e i biglietti di stima” da lei ricevuti. Ancora più naturale è che una sezione del sito personale della signora Luce riporti tutti questi complimenti e biglietti di stima. Ma voi vi aspettereste forse che una voce sull’Enciclopedia del Cinema Treccani riporti quelle notizie? E allora perché dovrebbero esserci su Wikipedia? Cosa c’entra – sempre citando dal comunicato stampa – che “tutto l’apparato di gestione della
sedicente enciclopedia è tenuto in piedi grazie a donazioni di privati”? (Ah, ricordo che l'”apparato di gestione” è in mano alla Wikimedia Foundation americana ed è la gestione tecnica del sito; la gestione delle singole voci è tenuta in piedi grazie al lavoro volontario e gratuito di chi ci scrive).

Comunque se volete scoprire “quanto è stato rimosso” per il momento non ci sono problemi: basta aprire la cronologia della voce (è un tab in alto in mezzo alla pagina) e cercare. L’ho appena fatto e ho scoperto che per esempio a fine 2017, per una decina di volte, un’utente che si trincera dietro il nick-name “Marisa roberti” voleva tra l’altro far sapere a tutti i lettori della voce che

Angela Luce ha avuto tre incontri con gli studenti: all'[[Università di Bologna]] e alla [[Federico II di Napoli]] con una lezione-spettacolo su [[Raffaele Viviani]] e la sua opera, e ancora a Napoli, nell’Aula Magna della Facoltà di Sociologia.

Purtroppo non ci era comunque dato di sapere qual è il suo piatto preferito per colazione; ma immagino che nel caso ce lo potrebbe dire la signora Giovanna Castellano, che presumo sia pagata per gestire l’immagine della signora Luce – nulla di male in questo, figuriamoci! – e quindi ha scelto questo modo per guadagnarsi il suo onorario – ecco, qui un po’ di male c’è, perché se vuoi metterti a fare qualcosa in un posto che non è tuo magari cominci prima a studiarti le regole di quel posto.

P.S.: ho scritto “per il momento” non perché Wikipedia o la Wikimedia Foundation voglia cancellare le tracce di quanto successo – non ce ne sarebbe nessuna ragione – ma perché l’articolo del Mattino lascia intuire che verrà sporta denuncia per conto della signora Luce contro la Wikimedia Foundation ed eventualmente coloro che hanno editato la voce: in questi casi la policy della WMF prevede che la voce in questione sia oscurata fino alla fine della contesa legale, per evitare ingerenze. È vero che ci saranno tanti altri luoghi della rete dove avere tutte le informazioni e notizie sulla signora Luce, però sarebbe sempre una perdita che Wikipedia non possa fornire quelle principali.

Mercoledì 13 parlo a Bologna sul copyright

03:04, Friday, 08 2019 February UTC

Come sapete, tra i miei cappellini c’è anche quello di portavoce di Wikimedia Italia: cappellino con il quale l’anno scorso mi sono attirato le critiche di SIAE, FIEG, AIE e loro amici per aver cercato di far presente che le norme previste per la nuova direttiva europea sul copyright (ma poi la voteranno? Chi lo può sapere…) non erano poi tutta quella bellezza che loro magnificavano.

Bene: mercoledì 13 febbraio alle 18 sarò uno dei panelisti dell’evento “Copyright: libertà e diritti fra nuove normative e futuro dell’editoria” al CUBO Unipol di Bologna. L’ingresso è libero ma su prenotazione a http://www.cubounipol.it/detail/agenda/p/copyright-libert-e-diritti; qualche informazione in più su Facebook a https://www.facebook.com/events/527377751105234/. Oh, tra i panelist c’è gente molto più seria di me quindi potrebbe essere interessante :-)

Qui mihi adiuvat?

03:04, Thursday, 07 2019 February UTC

Come forse ricorderete, un paio d’anni fa c’è stata una lunga diatriba su Wikipedia in lingua italiana relativa alla cancellazione della voce su Salvatore Aranzulla. Io ne avevo anche parlato su Medium: il punto è che nonostante quanto pensino in tanti io non ho alcun potere sull’enciclopedia e il mio parere (mantenere una pagina, sia pur sfrondata da tutto ciò che enciclopedico non è: per me è enciclopedico qualunque tema che tanta gente cerca) è risultato in forte minoranza.

L’altro giorno, in un impeto movimentista, ho pensato di scrivere una (micro)voce su di lui sulla Wikipedia in latino. Il vantaggio è che essendo latino non c’è virtualmente nessun italiano che si potrà lamentare; il problema è che io il latino mica me lo ricordo, saranno quarant’anni che non mi tocca tradurre dall’italiano al latino, e quindi non sono capace di andare molto avanti. Come vedete dalla pagina che ho citato, c’è un avviso – anche in inglese, non preoccupatevi – che dice che in tre mesi la voce potrebbe essere cancellata. Qualcuno vuole darle una mano? Materiale ce n’è, ma è in italiano.

P.S.: ho scoperto che anche se Google Translate afferma di avere il latino tra le sue lingue, in realtà non sa tradurre un tubo. Sono ancora più bravo io, il che è tutto detto.

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