Il nostro team di lavoro si allarga e cambia struttura: Wikimedia Italia è alla ricerca di un/una coordinatore/trice dei progetti e di un/una coordinatore/trice operativo/a.

Per entrambe le posizioni il termine per candidarsi è martedì 18 giugno 2019 e l’indirizzo e-mail di riferimento è selezione2@cornoconsulting.it, casella gestita dall’agenzia Corno Consulting Group che sta aiutando l’associazione nella selezione delle figure ricercate.

Qui di seguito una breve descrizione delle posizioni aperte, per chi volesse candidarsi.

Il/la coordinatore/trice dei progetti – riportando direttamente al consiglio direttivo ed in collaborazione con i soci e con i volontari – avrà la responsabilità di:

  • assicurare che tutti i progetti dell’associazione (anche in relazione a scuole, istituzioni culturali e altri partner) siano condotti e portati a termine in modo efficiente ed efficace;
  • sovrintendere e coordinare le attività dei vari progetti, definendo obiettivi, contenuti e risorse da dedicare;
  • promuovere nuovi progetti, coinvolgendo volontari, istituzioni e le comunità con cui l’associazione si trova ad operare, al fine di raggiungere gli obiettivi previsti dalla strategia definita dai soci e direttivo;
  • valutare i risultati delle azioni con l’ottica di massimizzare l’impatto;
  • garantire la direzione ed il supporto al team di lavoro dedicato.

La descrizione completa della posizione si trova a questo link.

Il/la coordinatore/trice operativo/a – riportando direttamente al consiglio direttivo ed in collaborazione con i soci e con i volontari – avrà invece la responsabilità di:

  • controllare il corretto espletamento delle procedure amministrative e dei processi fiscali;
  • sovrintendere e coordinare le attività di raccolta fondi e la gestione dei donatori;
  • sviluppare altre fonti di finanziamento, inclusi accordi commerciali e partecipazione a bandi;
  • assicurare la disponibilità di fondi adeguati al funzionamento dell’associazione;
  • stendere e monitorare il bilancio annuale, in collaborazione con il tesoriere e con l’aiuto di consulenti esterni;
  • assicurare l’effettivo rispetto delle leggi e delle norme italiane;
  • sovrintendere la comunicazione esterna, le relazioni con la stampa e le pubbliche relazioni;
  • garantire la direzione ed il supporto al team di lavoro dedicato.

La descrizione completa della posizione si trova a questo link.

In bocca al lupo a tutti i candidati!

Nell’immagine: foto di gruppo in una sessione lavoro insieme al Wikimedia Summit 2019 a Berlino. Di Jason Krüger for Wikimedia Deutschland e.V., CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Vi ricordate del progetto V-IOLA, il programma finanziato dall’Unione europea che vede coinvolta Wikimedia Italia insieme a diversi partner importanti – tra cui il Dipartimento di Protezione Civile DPC, Fondazione CIMA e le Croci Rosse italiana, Rumena, Montenegrina – con l’obiettivo di trovare metodi e strumenti per attivare volontari online per fare fronte alle emergenze umanitarie?
Le nostre attività nel quadro del progetto sono andate avanti in questi mesi, grazie al coinvolgimento di Alessandro Palmas, ex project manager OpenStreetMap per Wikimedia Italia e nostro referente sul progetto. È vero, non ve le abbiamo raccontate…Ma rimediamo subito!
A ottobre 2019 V-IOLA è stato presentato ufficialmente a Bruxelles presso la sede della Federazione Internazionale della Croce Rossa (IFRC) con una simulazione live di mappatura da remoto su OpenStreetMap, che ha impressionato molto i delegati della comunità europea.
Un fotoreporter e alcuni volontari (formati in loco in poco più di due ore) hanno eseguito la simulazione di una ricognizione in Serbia a Obrenovac – zona a rischio e già colpita da alluvioni.
Il team ha scattato immagini a 360° su Mapillary e registrato dati geografici utili su fogli Fieldpapers, che sono poi stati condivisi e caricati in diretta su OpenStreetMap dal team a Bruxelles grazie all’editor JOSM, mostrando come – grazie all’attivazione di volontari da remoto – fosse semplice aggiornare praticamente in tempo reale la mappatura di un’area “sensibile”.
Il 18, 19 e 20 gennaio 2019 la sede di Fondazione CIMA a Savona ha poi ospitato la prima sessione di workshop legati al progetto: una serie di confronti mirati ad individuare le metodologie migliori per attivare i volontari da remoto.
In questa occasione, sono stati particolarmente interessanti gli interventi di IFRC sulle modalità di coordinamento e attivazione dei volontari in caso di emergenze, ad esempio tramite l’uso della piattaforma Slack, e di Croce Rossa Italiana che ha mostrato come avvalersi di OpenDataKit per rilevare dati sul campo, comprese le informazioni riguardanti eventuali persone sfollate. Ovviamente anche noi abbiamo portato il nostro contributo proponendo un’attività di raccolta dati con Fieldpapers, mirata al caricamento su OpenStreetMap.
Lunedì 2 e mercoledì 3 aprile si è svolta invece a Belgrado, in Serbia, una nuova sessione di workshop e una esercitazione di mappatura sul campo condotta da volontari di Croci rosse, Protezioni civili e altre associazioni attive localmente. Grazie alla formazione e al coordinamento dei volontari, i dati registrati sono stati immediatamente caricati su OpenStreetMap e saranno disponibili a chiunque vorrà farne uso, anche in caso di future emergenze.
E ora, quali altri appuntamenti sono in programma? L’incontro più importante – ci ha detto Alessandro Palmas – si svolgerà dal 19 al 23 settembre in Italia, presso il Centro Formativo Nazionale CRI di Bresso. L’esercitazione coinvolgerà un grande numero di volontari della Croce Rossa Italiana e alcuni OSMer.
Non appena avremo tutti i dettagli dell’evento, li pubblicheremo sul nostro blog!   

Nell’immagine: Workshop presso la sede di Fondazione CIMA a Savona nel quadro del progetto V-IOLA. Di Diana Măgureanu, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Una collaborazione di oltre sei anni con la comunità Wikimedia e tre grandi progetti sviluppati con i docenti, gli studenti e le studentesse dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige: la Biblioteca della Fondazione Edmund Mach, nota organizzazione trentina impegnata sul fronte dell’istruzione e della ricerca scientifica in campo agrario, ha senza dubbio individuato nel “metodo Wikipedia” lo strumento ideale per promuovere lo sviluppo delle competenze informative dei ragazzi e, al contempo, valorizzare online la storia del territorio e della Fondazione stessa.

Ne abbiamo parlato con la dott.ssa Alessandra Lucianer, Responsabile della Biblioteca della Fondazione, che dal 2014 ha seguito e sostenuto questa collaborazione, e con Milena Maines, una delle docenti dell’Istituto San Michele all’Adige.

La vostra attività sui progetti Wikimedia è iniziata nel 2014 e…non si è più interrotta: quali sono i motivi che vi hanno spinti a intraprendere questo percorso e come è cambiato il vostro approccio negli anni?

Quando nel 2013 ho avuto occasione di seguire il corso introduttivo ai progetti Wikimedia proposto da Wikimedia Italia insieme a AIB Trentino-Alto Adige – ci ha raccontato Alessandra – ho intuito le potenzialità del lavoro collaborativo su Wikipedia come strumento per sviluppare le competenze digitali e informative degli studenti in Biblioteca. Poiché l’attività di information literacy, declinata in modi diversi nelle varie classi, costituisce da tempo uno dei principali ambiti di attività della Biblioteca dell’Istituto agrario, abbiamo deciso di strutturare percorsi tematici basati sull’utilizzo di Wikipedia.

La curiosità di conoscere il dietro le quinte dell’enciclopedia e la sfida di diventare autori dei contenuti di un sito web così conosciuto sono state fin da subito un’ottima spinta motivazionale per coinvolgere le classi. Il lavoro di gruppo, in forma di laboratorio in classe o in biblioteca, ha poi rappresentato un ulteriore elemento positivo che ha rafforzato la motivazione, soprattutto quando unito alla proposta convinta di docenti e bibliotecari.

Lavorare insieme ad un obiettivo comune è sempre emozionante e aggregante – ha confermato Milena – In particolare un momento chiave è quello della pubblicazione della voce, in cui gli alunni vedono concretamente il frutto delle loro fatiche.

Ultimo ma non meno importante – aggiunge Alessandra – il rigore richiesto per la scrittura delle voci e la selezione di fonti di qualità, elemento fondamentale per il rispetto dei cinque pilastri di Wikipedia, ci hanno permesso di coinvolgere insegnanti e bibliotecari, che sono naturalmente interessati a favorire lo sviluppo di queste competenze, che caratterizzano l’attività di ricerca e approfondimento.

Questo è il mix di fattori che ci ha convinti a portare avanti questo progetto così a lungo. Negli anni abbiamo via via spostato l’attenzione dagli aspetti puramente tecnici di formattazione dei testi – cosa che gli studenti imparano rapidamente – alle questioni legate alla qualità della scrittura, alla cura per lo stile enciclopedico, al reperimento di fonti  accreditate e alla loro corretta citazione, nonché alla questione del diritto d’autore e delle licenze, in particolare delle immagini da utilizzare nelle voci.

Grazie all’attività di scrittura “guidata” su Wikipedia  – ha aggiunto Milena – ho avuto la possibilità di curare e ampliare il lessico dei miei studenti, correggere alcuni errori di morfologia e sintassi, insegnare loro ad organizzare e pianificare un testo e a curare le loro abilità di sintesi.

Qual é a vostro avviso il valore aggiunto del lavoro sui progetti Wikimedia per gli studenti e per la Biblioteca?

Per gli studenti credo l’interesse sia innanzitutto poter scoprire più da vicino Wikipedia – ci racconta Alessandra – strumento che usano abitualmente o che comunque incontrano ogni giorno, vedere come funziona e come è costruita.

Importante è anche la visibilità che il loro lavoro potrà ottenere. Si diventa protagonisti, autori di un testo che diventerà pubblico e potenzialmente utilizzato da altri.

Infine anche il contatto con i formatori wikipediani, con cui si può lavorare in modo informale e “paritario” rappresenta uno stimolo per i ragazzi.

Per la Biblioteca tutto questo aiuta a presentare in modo più leggero contenuti importanti ma talvolta noiosi o difficili da capire se non se ne vede l’applicabilità concreta.

Quali sono state le maggiori difficoltà che vi siete trovati a fronteggiare in questi anni? E le più grandi soddisfazioni?

Le difficoltà sono legate soprattutto al lavoro di comprensione dei contenuti e di redazione dei testi – ci dice Alessandra – Imparare a documentarsi, confrontare fonti diverse e talvolta discordanti, riconoscere le diverse tipologie di documenti, comprenderne i contenuti, produrre sintesi efficaci e scritte in uno stile scorrevole, piano, enciclopedico non è un’attività semplice per studenti di 16/17 anni.

Per un docente è impegnativo anche l’aspetto organizzativo – aggiunge Milena – Devo andare avanti con il programma, come valuto i contenuti prodotti…In una scuola di contenuti è difficile  spostare l’attenzione sulle competenze!               

Poi però che soddisfazione vedere nel 2014 una classe presentare orgogliosa la nuova voce sulla storia dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige al dirigente scolastico e ai docenti, ma anche al pubblico di genitori in Biblioteca in occasione delle celebrazioni per l’anniversario di fondazione dell’Istituto. E poi nel 2017 altre due classi, partecipanti al concorso WikiEHL, essere premiate nel quadro della competizione a livello provinciale.

Il lavoro di quest’anno sarà invece presentato nel quadro della festa del 145esimo anniversario di fondazione dell’Istituto: gli studenti hanno lavorato principalmente su voci biografiche di alcuni personaggi significativi per la storia locale e per l’istituto, tra cui Osvaldo Orsi (docente, direttore 1919-1927), Giulio Catoni (presidente 1946-1949) e Rebo Rigotti (sperimentatore 1936-1959) ma anche Emma Schwarz, una delle poche donne trentine che abbiano avuto un ruolo pubblico nel settore dell’agricoltura. Insomma, le belle notizie non mancano.

Pensate che i progetti Wikimedia siano un buon modo per “attrarre” i ragazzi verso le biblioteche?

Sulla base della nostra esperienza posso dire di sì – ci dice Alessandra – anche se questo non vale per tutti. Certamente per alcuni lavorare in Biblioteca ha significato scoprirne l’utilità e la ricchezza di documentazione e di conoscenze.

Per gli studenti, poi, è sempre sorprendente scoprire la complessità di Wikipedia e conoscere l’attività di redazione e monitoraggio delle voci da parte dei volontari della comunità: questo è un importante e concreto richiamo alla responsabilità personale – come autori – e collettiva verso un bene comune come l’enciclopedia libera.

I ragazzi imparano inoltre a valutare le notizie in rete e le loro fonti, una lezione importantissima in tempi di fake news e disinformazione. Questo consente inoltre di sottolineare l’importanza dei documenti che una Biblioteca può offrire a supporto della scrittura in Rete, presentandola come un luogo di studio e approfondimento, complementare alle fonti di informazione digitale.

Le competenze informative, ovvero la capacità di cercare, valutare, gestire, riutilizzare le informazioni e le tipologie diverse di documenti in modo consapevole e responsabile, sono tanto complesse da acquisire quanto necessarie nello studio ma anche nella vita di cittadini e nell’attività professionale.  Lavorare insieme per la realizzazione di una voce su Wikipedia, nel rispetto dei requisiti di verificabilità e attendibilità delle fonti, rappresenta un’ottima occasione per passare dalla teoria alla pratica.

Nella mia esperienza di insegnante – conclude Milena – mi è sembrato  un bel modo di lavorare, interessante, proficuo e con molte soddisfazioni. E si sa che in un ambiente collaborativo e motivante tutti imparano.

Ci auguriamo che questa collaborazione prosegua ancora per altri sei anni almeno: grazie ad Alessandra e Milena, a Maria Grazia – altra bibliotecaria coinvolta nell’attività – e ai diversi tutor wikipediani che negli anni hanno seguito questo progetto!

Nell’immagine: Premiazione del progetto WikiEHL: l’enciclopedia del Patrimonio europeo. Consegna del premio alla classe IV VE dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige, 2° classificata. Di Niccolò Caranti, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Questa volta non potete proprio mancare: domenica 23 giugno a BASE Milano si terrà l’assemblea ordinaria – la seconda del 2019 – e straordinaria dei soci di Wikimedia Italia.

Il noto centro culturale che da qualche anno ospita gli uffici di WMI, metterà a disposizione un’area dedicata, lo Spazio G, per accogliere tutti noi in questo importante appuntamento per l’associazione.
Tutte le assemblee sono importanti, ma questa lo è in modo particolare: per l’adeguamento al Codice del terzo settore sarà in votazione la modifica del nostro statuto, per cui si richiede il raggiungimento di un quorum di presenza pari al cinquanta per cento più uno della base associativa.

Ogni voto è fondamentale: proprio per questo sarà possibile partecipare all’assemblea anche da Roma, grazie a un collegamento audio-video, dal co-working Binario Uno. Inoltre, come di consueto, chi non potrà proprio partecipare avrà la possibilità di delegare un altro socio a votare: attenzione, ciascun socio può accettare fino a tre deleghe al massimo.

Lo statuto non è l’unica questione importante su cui i soci saranno invitati ad esprimersi il 23 giugno: all’ordine del giorno per l’assemblea ordinaria vi sono infatti anche il rinnovo delle cariche socialiconsiglio direttivo, collegio dei garanti e organo di controllo , che sarà costituito per la prima volta – la strategia dell’associazione e le modifiche ai regolamenti (regolamento e regolamento sul conflitto di interessi).

Non preoccupatevi, prevediamo di organizzare anche momenti ludici insieme! Domenica sarà previsto un pranzo in Spazio G e non mancherà una birra post assemblea; altre wiki-attività si svolgeranno invece nella giornata di sabato 22 giugno. Per tutti gli aggiornamenti al riguardo, vi invitiamo a consultare la pagina relativa all’assemblea su Wikipedia e nella wiki dell’associazione.

Il caldo non vi spaventi, Milano è sempre bellissima e con noi wiki lo è di più! Vi aspettiamo 😉

Nell’immagine: La sommità del Duomo di Milano. Di Daniel Case, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Ehi, dove conduce questa strada?

09:45, Friday, 31 2019 May UTC

Quando non sappiamo come raggiungere un luogo, ormai siamo soliti utilizzare applicazioni digitali per trovare la strada. Con gli occhi incollati allo schermo, seguiamo ciecamente le istruzioni. Ma vi siete mai chiesti come viene “disegnata” dalle applicazioni la strada che stiamo percorrendo?

L’organizzazione olandese Bits of freedom ha proposto sul sito di EDRI un approfondimento sul tema, per farci riflettere sui rischi connessi all’adozione di software proprietari di navigazione e sui vantaggi che può avere invece l’utilizzo di dati geografici liberi e caricati dagli utenti (modello crowdsourcing) come quelli di OpenStreetMap.

La mobilità è un tema sociale

La mobilità è un tema molto dibattuto a livello politico e sociale. Chi amministra le città desidera far convergere il traffico su determinate direttrici e, di conseguenza, ci dirige deliberatamente a destra o a sinistra.

Se tutto va bene, in queste decisioni sono tenuti in considerazione gli interessi di tutti. Se si desidera preservare la tranquillità di un piccolo centro, i segnali stradali dirigono i conducenti attorno ad esso. Se le autorità locali vogliono evitare che le macchine passino veloci davanti a una scuola elementare, le auto vengono indirizzate verso un percorso diverso.

Guidati da interessi commerciali

Tuttavia, non siamo solo guidati dagli interessi della comunità: sempre di più, utilizziamo app di navigazione per spostarci da un luogo A a un luogo B. Questi sistemi – fatta eccezione per le poche soluzioni aperte come, ad esempio, le app basate su dati OpenStreetMap – vengono sviluppati da un gruppo sempre più ristretto di società private.

Oggigiorno, quasi nessuno si orienta utilizzando una mappa e i segnali sul lato della strada. Ascoltiamo solo le istruzioni dal computer sul cruscotto. In questo modo, un’impresa commerciale decide quale strada farci percorrere, spesso facendo gli interessi dei suoi clienti e non delle amministrazioni locali.

Cioè? Per alcune aziende, i clienti sono le persone che hanno l’esigenza di muoversi in strada, ma per altri – soprattutto chi offre servizi di navigazione gratuita – chi conta davvero sono gli inserzionisti invisibili.

Troppe “scorciatoie”

Anche questo è riduttivo, naturalmente. Perché le considerazioni che guidano uno sviluppatore che realizza un sistema di navigazione raramente sono trasparenti.

Talvolta, gli algoritmi ci portano a percorrere percorsi che non sono esattamente quelli più brevi, ma vengono scelti per certe ragioni dalle applicazioni come i più veloci possibile. Quali sono i criteri? Spesso non arriviamo a saperlo.

Condotti altrove

Talvolta invece le motivazioni di questi “cambi di percorso” sono note. Un esempio: chi visita Los Angeles desidera quasi sempre vedere e farsi una foto con la famosa scritta Hollywood. Chi vive sulla collina ne è stufo: i residenti – a volte anche illegalmente – hanno posizionato sul lato della loro strada cartelli per condurre i turisti altrove, scrivendo messaggi come “la scritta Hollywood è inaccessibile attraverso questa strada”.

Con l’avvento delle mappe digitali, le azioni di questo tipo hanno avuto sempre meno efficacia. Grazie alle pressioni di un consigliere comunale particolarmente convincente, a Los Angeles, Google e Garmin hanno adattato le loro mappe in modo che i turisti non fossero condotti effettivamente alle lettere, ma a un punto di osservazione da cui ammirarle.
Entrambi i mapmaker hanno cambiato il loro servizio sotto la pressione di un consigliere particolarmente tenace: chissà in quante altre occasioni è successo.

Servire interessi differenti

È dunque molto difficile risalire a quali siano i criteri che guidano le decisioni delle grandi aziende che sviluppano sistemi di navigazione. Non sappiamo su quali regole siano basate, né da chi siano state influenzate. Possiamo però facilmente supporre che gli interessi delle grandi società non siano sempre compatibili con gli interessi pubblici.

Questo ha un forte impatto a livello locale. Se una grande azienda ascolta i commercianti ma non i cittadini, questi ultimi saranno svantaggiati. Ad esempio, indirizzare il traffico verso le “vie dello shopping” può infastidire chi ci abita, ma piacere a chi possiede un negozio.

Chi progetta un sistema tecnologico influisce sulla libertà degli utenti che lo utilizzano e influenza anche la società nel suo insieme.

Questo non riguarda solo la funzione di calcolo dei percorsi ma anche il modo in cui è studiata l’intera interfaccia del software. Lo scienziato belga Tias Guns ad esempio ha evidenziato che in alcuni navigatori: “Esiste, ad esempio, un’opzione per evitare le autostrade, ma non è inclusa un’opzione per evitare le strade locali”, impattando di  meno sui cittadini.

Una strada senza uscita

A tutto ciò si aggiunge che spesso le grandi piattaforme che producono applicazioni sono difficilmente  – ironia della sorte – raggiungibili.

A chi devi rivolgerti per chiedere a una piattaforma di instradare meno traffico lungo la tua strada? O di farne convergere di più, se sei ad esempio un commerciante? Contattare le grandi aziende per il comune cittadino spesso non è semplice.
Se gestite a livello locale, queste pratiche sono diverse. C’è un ufficio in Municipio dove puoi andare e un consiglio comunale che può mettere problemi di traffico all’ordine del giorno.

Chi determina il percorso?

Chi decide dunque come viene utilizzato il nostro spazio pubblico? È un consiglio comunale locale o un’impresa commerciale? Questo fa la differenza.

Nel primo caso, i cittadini possono partecipare, le decisioni sono prese democraticamente e c’è una certa trasparenza. Nel secondo caso, non hai informazioni sul motivo per cui sei stato guidato a sinistra o a destra, o perché le “strade dello shopping” sono diventate desolate durante la notte. Molto probabilmente la regola è: chi paga, decide. Il crescente potere delle imprese commerciali sul fronte della mobilità minaccia di mettere fuori uso le amministrazioni locali, e con ciò noi, i cittadini e le piccole imprese.

Nell’immagine: McKenzie Ave al tramonto, Saanich, Canada Michal Klajban, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

The North Face, non si gioca con Wikipedia

09:43, Thursday, 30 2019 May UTC

Care aziende, Wikipedia non è il vostro parco giochi: proprio ieri abbiamo appreso che The North Face, nota azienda statunitense che produce abbigliamento, calzature e accessori per la montagna, e Leo Burnett Tailor Made, la sua agenzia pubblicitaria, hanno modificato le pagine di Wikipedia in modo eticamente scorretto, mettendo a rischio la fiducia di tutti nell’enciclopedia libera per una trovata di marketing.

In un video diffuso proprio ieri riguardo alla campagna, Leo Burnett e The North Face si sono vantati di aver “fatto quello che nessuno aveva mai fatto prima…modificato le foto di Wikipedia a nostro vantaggio” e “[pagato] assolutamente nulla, semplicemente collaborando con Wikipedia.”

Il video è stato successivamente pubblicato da AdAge, che ha sottolineato come “il più grande ostacolo” per l’agenzia sia stato modificare Wikipedia “senza attirare l’attenzione dei suoi amministratori”.

La comunità di Wikipedia e la Wikimedia Foundation non hanno in alcun modo collaborato a questa campagna, come sostiene falsamente The North Face. In nessun modo avremmo potuto sostenere un’azione che danneggia un bene comune come l’enciclopedia libera.

Ci stupisce tra l’altro che questa campagna sia stata promossa da The North Face, un’azienda la cui missione dichiarata, “immutata dal 1966”, è “preservare la natura e gli spazi aperti” – un patrimonio comune che tutti noi dovremmo tutelare.

La visione del movimento Wikimedia e di Wikimedia Foundation, l’organizzazione non profit che gestisce Wikipedia è “immagina un mondo in cui ogni singolo essere umano possa avere libero accesso a tutto il patrimonio della conoscenza umana”. Anche noi lavoriamo per arricchire e preservare un bene comune.

Da più di 18 anni, i volontari di Wikipedia scrivono, arricchiscono, inseriscono fonti e hanno contribuito alla stesura di più di 50 milioni di voci a cui chiunque può accedere gratuitamente in Rete. Ogni giorno tantissimi volontari controllano le voci dell’enciclopedia per accertarsi che le informazioni siano attendibili e verificate – è anche grazie a questa attività che Wikipedia è oggi così conosciuta e apprezzata.

Quando un’azienda come North Face sfrutta la fiducia delle persone in Wikipedia per vendere più vestiti, è giusto essere arrabbiati. Aggiungere contenuti promozionali alle voci dell’enciclopedia libera è contro le linee guida, lo scopo e la missione di Wikipedia: mettere a disposizione di tutti una fonte di conoscenza aperta.

I volontari hanno subito provveduto a rimuovere le immagini di The North Face (o ritagliato le parti in cui era mostrato il logo dell’azienda) dalle voci di Wikipedia in cui state aggiunte e stanno modificando le pagine in modo che tornino ad essere coerenti con le linee guida dell’enciclopedia libera. WIkipedia è un bene pubblico e non un luogo dove farsi pubblicità.

Questo testo è la traduzione in italiano dell’articolo pubblicato il 29 maggio sul sito di Wikimedia Foundation. Alcune parti dell’originale sono state modificate o integrate per il blog di Wikimedia Italia.

Nell’immagine: il parco nazionale Aigüestortes i Estany de Sant Maurici National in Catalogna, Spagna, fotografato da David Iliff, CC BY-SA. David è un contributore volontario dei progetti Wikimedia. La foto è stata rimossa dalla voce Wikipedia dedicata al parco da The North Face per la sua campagna.


Alessandro Baricco e il suo Game

02:16, Wednesday, 29 2019 May UTC

Uno sguardo molto personale alla filosofia di Baricco nascosta all’interno del suo ultimo saggio

Baricco avrà cominciato a giocare a Space Invaders, io sono più anzyano e parto da Pong. (Immagine: Wikimedia Commons, File:Pong.png)

Ho deciso di leggere l’ultimo libro di Baricco. Avevo saltato I barbari, esattamente come ho saltato tutta la sua produzione editoriale. In realtà leggevo la rubrica che teneva sulla Stampa qualche decennio fa, e ai tempi avevo stabilito che mi era bastata questa esposizione. Succede però che il tema di The Game si intreccia con altre cose su cui sto cercando di trovare una quadra. È vero che “ars longa, vita brevis”, come diceva (in greco) Ippocrate e dice (in latino) Douglas Hofstadter; però è anche vero che non è bello eliminare pregiudizialmente qualcosa, e quindi ho pensato di dedicare qualche ora della mia vita a vedere come Baricco ha voluto trattare il tema. (Spoiler: pensavo molto peggio. Non consiglierei il libro come unica voce in capitolo, ma vale la pena di leggerlo se si ha già un’idea di quello di cui si parla: se lo si prende senza preconcetti, si scopre che non tutto quello che diamo per scontato è vero).

Qui però non voglio parlare tanto del contenuto del libro — una mia recensione più o meno decente la trovate qua — quanto piuttosto della “baricchitudine”. Mi interessa insomma raccontare come io ho decodificato il suo pensiero, perché ci sono varie cose che secondo me rimangono nascoste. Per prima cosa, Baricco scrive dannatamente bene. Su questo non c’è storia. Le sue frasi si snocciolano senza sforzo, e il lettore plana amabilmente su di esse senza sforzo alcuno. (Sono molto invidioso, sì). Questo è bellissimo, ma nel caso di un saggio c’è un piccolo problema: il lettore in questione si beve tutto senza porsi alcuna domanda sulla verità di quanto scritto. Come sappiamo bene, una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda. Sto dicendo che Baricco ha scritto una serie di fregnacce? No. Ne ha scritte, intendiamoci: ma andando avanti nella lettura mi sono accorto che spesso — qualche decina di pagine dopo quello che avevo rubricato come cazzata — Baricco scriveva esattamente l’opposto. L’idea che mi sono fatto è che è una palla che lui abbia scritto il libro buttando giù man mano il testo. Lì dietro c’è un lavoraccio, e la cosa mi fa incavolare ancora di più, perché sono convinto che lui abbia messo apposta buona parte degli erroracci per far fare al lettore il giro che lui voleva. Non è bello. Verso la fine lo ammette anche tra le righe, anche se non ha il coraggio di dire che i primi due capitoli sono in buona parte fregnacce e se ne esce con “è preistoria” con il consiglio di non rileggere quel testo.

Baricco è un filosofo: quindi per lui il Game ha una filosofia sottostante. Io non sono filosofo e anzi sono sempre stato una capra in filosofia: però non mi bevo il suo professarsi cartesiano con tanto di esempi, e preferisco fermarmi alla lettera. Il Game è Movimento — lo dice lui — quindi è eracliteo. Il problema è che se si parte da questo assunto occorre portarlo avanti coerentemente, cosa che Baricco del resto fa. Questo va benissimo quando concludi che la caratteristica fondamentale di questi “oltremondi” digitali sia la velocità e la leggerezza, che fanno portare a galla l’essenza delle cose anziché nasconderla in fondo come fa il nostro mondo analogico. (“Analogico” e “digitale” sono traduzioni mie, Baricco non usa mai questa terminologia, e anche questo secondo me è un segno: vuole spostare il terreno di gioco, e per farlo coglie una caratteristica diversa da quella tipicamente usata. Ottima mossa, perché costringe il lettore a rivedere tutti i suoi pre-giudizi). Questo però va molto meno bene quando decide di rinominare la post-verità “verità-veloce”, definendola come «una verità che per salire alla superficie del mondo — cioè per diventare comprensibile ai piú e per essere rilevata dall’attenzione della gente — si ridisegna in modo aerodinamico perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando però in sintesi e velocità». Baricco scrive molto meglio di me, ma il concetto è lo stesso che ho scritto nel capoverso precedente: «una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda». L’esempio che fa, quello dei “vinili che hanno venduto più del digitale”, è paradigmatico: usa varie pagine per mostrare come quell’affermazione sia l’equivalente delle barzellette su Radio Erevan, perché quello che è successo è che nel Regno Unito in una specifica settimana le vendite di vinile hanno superato il fatturato della pubblicità collegata al download gratuito in digitale, e conclude che sì, la frase non rappresenta i fatti, ma permette però di scoprire tante cose. Palle. Le cose le scopri solo se stai ancora pensando come una persona pre-Game e vai a sfrucugliare. Anche la sua affermazione che in fin dei conti il termine “post-truth” esisteva già nei casi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e nel doping di Armstrong non funziona: nel secondo caso non è nemmeno post-verità ma semplice negazione, e ai tempi della scenetta di Colin Powell il termine era stato usato una sola volta dieci anni prima in un libro che non era stato filato praticamente da nessuno. (Il secondo libro, che aveva anche il termine nel titolo, uscì l’anno successivo, e fu comunque filato poco).

Questa difesa baricchiana della post-verità, che funziona indipendentemente dai fatti, ha ovviamente una sua origine ben precisa, che si riassume in una parola: narrazione. (“Storytelling”, se siete molto anglofoni. Però questo è uno dei pochi casi in cui il termine italiano è riuscito a mantenere una certa qual forza). Baricco è un campione di narrazione, per negarlo occorre avere davvero una bella faccia tosta. Ha anche ragione quando afferma che non è necessario partire dai fatti per ottenere una bella narrazione: millenni di epica dovrebbero averlo reso chiaro. Però non può incrociare i flussi e applicare al mondo gli stessi schemi di un oltremondo ante litteram qual è la narrativa! Ok, l’ha fatto, e sono ragionevolmente certo che giocasse sul fatto che non se ne sarebbe accorto nessuno, né tra i suoi fan che si sarebbero bevuti tutto né tra i detrattori che invece l’avrebbero stroncato a priori e quindi senza un vero confronto sul testo. Ecco: forse questa sì che è verità-veloce!

Un’ultima nota, tecnica ma anche personale. Baricco ha cinque anni più di me, quindi siamo praticamente della stessa generazione. Però abbiamo vissuto una vita diversissima. È vero che io non sono un nativo digitale, ma sono attaccato a una tastiera da quando avevo quindici anni: faccio quasi parte del gruppo dei pionieri del digitale — attenzione: non dell’élite di cui lui parla: al più, esagerando, dei tecnici nascosti dietro le quinte . Baricco ha fatto un bel lavoro per entrare “da vecchio” nell’oltremondo: ma qualcosa rimane sempre. Ho sorriso quando ho letto «È la postura in cui sto scrivendo questo libro. [Non quella in cui, probabilmente, lo state leggendo: onore al libro cartaceo, che ancora resiste a qualsiasi mutazione].» Stavo naturalmente leggendo il libro nella postura uomo-schermo, quello del furbofono dove ho la copia in formato ePub. Possiamo poi dibattere se la versione elettronica di questo libro sia o no una mutazione e se le note che ho preso sullo smartphone siano la stessa cosa di quelle che una volta si scrivevano a matita sulle pagine: però quell’inciso è la prova che forse non tutto è ancora così liscio come lui cerca di convincerci…

Non si è mai troppo adulti per sedersi ai banchi di scuola: è quello che hanno pensato i nostri volontari Maria Pia Dall’Armellina e Marco Chemello quando hanno proposto ai membri del Comitato genitori dell’Istituto Scolastico Boscardin di Vicenza un mini-corso di sei ore sui progetti Wikimedia.

“Si è trattato di una delle prime esperienze con una classe di adulti all’interno di un istituto scolastico“, ci ha raccontato Maria Pia, “anche per noi è stata una sperimentazione, che ha dato i suoi frutti. Le persone che si sono presentate erano sicuramente interessate: quasi tutti conoscevano Wikipedia, ma non avevano un’idea chiara sul suo funzionamento. Anche i progetti fratelli, come Wikimedia Commons, erano completamente sconosciuti ai partecipanti: li hanno scoperti insieme a noi”.

“Mi sono iscritta perché ero curiosa di capire come funziona l’enciclopedia libera, visto che i miei ragazzi la consultano di frequente” , ci ha raccontato una delle mamme che hanno partecipato al modulo, “Mi sono chiesta: come posso indirizzare miei figli se sono la prima a non sapere esattamente che cosa stanno leggendo? Quello che ho scoperto mi ha stupita: non sapevo si potesse intervenire facilmente sulle voci di Wikipedia né pensavo si potessero creare voci ex novo.”

“Una delle cose che più impressiona le persone, oltre a scoprire i meccanismi di contribuzione a Wikipedia, è vedere che “dietro” l’enciclopedia libera non c’è una redazione ma un grande numero di utenti volontari che contribuisce al suo sviluppo.” – ci ha detto Maria Pia – “Le dinamiche di scrittura collaborativa, di creazione condivisa del consenso e la comunicazione attraverso le pagine di discussione sono completamente nuove e contraddistinguono i progetti Wikimedia  da tutte le altre piattaforme online.”

“Sapere che per Wikipedia è centrale l’importanza delle fonti e bisogna sempre fare ricerca per scrivere una voce mi ha confortato e ha cambiato la mia opinione sull’enciclopedia, a cui non davo troppa fiducia” ci ha detto un’altro dei genitori che hanno partecipato al corso “Ne ho parlato con i miei figli, spiegando loro quanto è importante leggere criticamente le informazioni online e non dare nulla per scontato, nemmeno le parole dell’enciclopedia libera!”
Concorda Maria Pia, che aggiunge “spero che i genitori che hanno partecipato al corso spieghino ai loro ragazzi che il sapere non va solo consumato, ma va anche prodotto attraverso una partecipazione attiva. Questa non è un’attività banale ma implica studio e una adeguata metodologia di ricerca.“

Nell’immagine: Al lavoro su Wikipedia: consultare le fonti è essenziale! Di ProtoplasmaKid, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Si è concluso il 17 maggio il corso Wikipedia, scienza e tecnologia per tutti, sviluppato in collaborazione da Wikimedia Italia e dal Politecnico di Milano nell’ambito del programma Passion in action – il catalogo di attività didattiche integrative a partecipazione libera del noto Ateneo – aperto agli studenti iscritti alla facoltà di ingegneria nei suoi diversi indirizzi.
Seguiti passo per passo dai nostri formatori wikimediani Marco Chemello e Francesco Tarantini e dai docenti del Politecnico Guido Raos e Chiara Castiglioni nelle 20 ore di formazione in aula e da remoto previste dal modulo formativo, i 28 studenti che volontariamente hanno aderito al corso in poco più di un mese hanno ampliato o tradotto 19 voci dell’enciclopedia libera e ne hanno create 2 ex novo, producendo nel complesso oltre 1400 modifiche che hanno interessato più di 100 voci. Inoltre, gli studenti hanno caricato 10 nuove immagini su Wikimedia Commons, che sono state utilizzate per illustrare l’enciclopedia libera.

Le voci arricchite riguardano campi scientifici molto diversi, dall’ingegneria dei materiali all’ingegneria nucleare, dalla fisica all’informatica, con temi assai disparati, dal polimero alla trasmittanza, al teorema dell’energia cinetica. I soggetti delle voci sono stati scelti dagli stessi studenti partecipanti e sempre a partire dalle loro materie di studio: questo ha consentito da un lato di disporre più facilmente di fonti per la scrittura (si pensi ad esempio ai libri di testo!), ma anche di valorizzare il lavoro su Wikipedia nel quadro del percorso didattico di ciascuno degli studenti.

Per molti dei ragazzi il corso è stata un’opportunità per capire come contribuire attivamente alla risorsa online che quasi ogni giorno consultano per reperire più rapidamente formule, teoremi e non solo. “Mi era già capitato di premere il tasto modifica” ci ha detto uno di loro “ma ho sempre avuto paura di fare errori oppure di non disporre di fonti attendibili. Grazie a questo corso ho potuto finalmente lavorare una voce, avendo prima appreso le regole fondamentali per farlo nel modo corretto. Sono molto soddisfatto del mio risultato, anche perché ho potuto contribuire a qualcosa che potrà essere utile a tutti.”
“Tanti argomenti che sono oggetto dei nostri studi si trovano difficilmente sul web, dunque chiunque desidera approfondirli fatica a trovare informazioni complete e attendibili” ci ha detto un’altro dei partecipanti al corso “Se ogni studente contribuisse ad arricchire Wikipedia, in rete tutti potrebbero trovare più informazioni complete su tante tematiche.”

L’attività di scrittura delle voci Wikipedia può sembrare molto impegnativa all’inizio, ci hanno detto diversi dei ragazzi che hanno partecipato al corso, specialmente nella fase di analisi e reperimento delle fonti; “Non è però impossibile!” ci ha detto una delle ragazze che ha preso parte al modulo: “La ricerca bibliografica è sicuramente un’attività che richiede tempo, ma basta poco per apprendere le convenzioni dell’enciclopedia libera e chiunque può cimentarsi a contribuire.”

A questo link, alcune delle video-interviste che abbiamo realizzato ai partecipanti al corso: complimenti a tutor e docenti, da oggi abbiamo 28 wikipediani in più!

Nell’immagine: Una delle lezioni al Politecnico di Milano. Di GioRan, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Rendere la città più accessibile e stimolare la consapevolezza dei cittadini in merito alle barriere architettoniche, ossia gli ostacoli che impediscono l’accesso o la fruizione di certi servizi da parte di chi ha una disabilità motoria o sensoriale: questi sono gli obiettivi del percorso partecipato appena lanciato dal Comune di Padova, mirato alla stesura e adozione di un PEBA, ossia un Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche.

“Il tema delle barriere architettoniche era nella nostra agenda già a partire dal 2018” ci ha raccontato l’Assessore ai lavori pubblici del Comune di Padova, Andrea Micalizzi: “Nel nostro primo anno di bilancio avevamo infatti già reso esplicita una diversificazione degli investimenti, integrando alle spese relative alla manutenzione delle strade e dei marciapiedi anche una voce dedicata ai costi per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Ci siamo però resi conto di aver bisogno di uno strumento di pianificazione efficace per allocare gli investimenti: per questo abbiamo deciso di dotarci di un PEBA”.

La stesura del Piano, che avrà validità decennale dopo l’adozione da parte della Giunta e l’approvazione da parte del Consiglio comunale, si svilupperà in tre diverse fasi: un’analisi dello stato di fatto, la progettazione degli interventi e stima dei costi e, infine, la programmazione degli interventi.
La prima fase di analisi, lanciata ufficialmente a metà aprile 2019, vedrà un coinvolgimento diretto di Wikimedia Italia come soggetto patrocinante e della comunità OpenStreetMap, che collaborerà con i cittadini e con i dipendenti del Comune alla mappatura delle barriere architettoniche esistenti nelle diverse aree della città (di questo tema avevamo già parlato qualche tempo fa sul nostro blog).
Dal 7 maggio al 12 giugno sono già programmati dieci incontri, nell’ambito dei quali i nostri OSMer – coordinati da Alessandro Sarretta e Rachele Amerini – formeranno i cittadini all’utilizzo di OpenStreetMap e di altre applicazioni utili alla mappatura e inizieranno insieme a registrare le barriere architettoniche presenti in città sulla “Wikipedia delle mappe”.
“La mappatura partecipata con OpenStreetMap ci è sembrata il metodo più adatto per creare consapevolezza sul tema.” ci ha detto l’Assessore Micalizzi “Eliminare le barriere architettoniche non significa solamente costruire rampe. Si tratta di un percorso più ampio che presuppone un cambio di mentalità e prevede che determinati servizi siano disegnati ed erogati in modo differente. Questo percorso deve coinvolgere tutte le parti: sia chi amministra la città – che deve guidare il processo – ma anche chi eroga i servizi pubblici, come l’università, l’ospedale, etc., e infine i cittadini, che devono essere sensibilizzati sul tema. L’adozione di strumenti aperti come OpenStreetMap in questo percorso è l’ideale, perché consente di lavorare tutti insieme a un bene comune, che sarà per sempre accessibile a tutti.”

Tutti gli incontri di mappatura partecipata che si svolgeranno a Padova sono gratuiti e aperti a tutti i cittadini: per conoscere il calendario completo degli appuntamenti e le modalità di iscrizione si veda questo link; maggiori informazioni sugli strumenti che verranno utilizzati e sugli elementi che verranno registrati sulla mappa libera sono invece riportate nella pagina di progetto sulla wiki di OpenStreetMap.

Nell’immagine: Pista accessibile alle persone con disabilità motorie. Di Frank Vincentz, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Per il quarto anno consecutivo, il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università degli Studi di Bologna nella sua sede di Ravenna, promuove la Summer School “Linked Data per i Beni Culturali: una formazione specialistica dedicata a tutti coloro che desiderano capire meglio come e perché utilizzare i dati aperti nel settore culturale.

Quest’anno, per la prima volta, Wikimedia Italia entra a far parte del programma dell’iniziativa, con un intervento a cura dei nostri soci Alessandra Boccone e Remo Rivelli, bibliotecari presso l’Università degli Studi di Salerno, che presenteranno ai partecipanti i risultati del loro lavoro condotto presso il Centro Bibliotecario di Ateneo in collaborazione con la rivista accademica Bibliothecae.it.

Il progetto sviluppato da Remo e Alessandra rappresenta una vera innovazione e costituisce un tentativo concreto di mettere in pratica le idee condivise a WikiCite 2018, la conferenza globale che fa il punto sull’iniziativa del movimento Wikimedia che ha lo scopo di costruire un grande database di citazioni bibliografiche in linked open data, utilizzando l’infrastruttura di Wikidata.

Colpiti dalle parole del nostro socio Luca Martinelli, che per Wikimedia Italia ha preso parte alla conferenza e ne ha restituito i contenuti all’annuale convegno dei wiki-bibliotecari in BNCF, Remo e Alessandra non hanno perso tempo e hanno subito messo “le mani in pasta”.

Grazie all’appoggio della Direzione di Bibliothecae.it e del Centro Bibliotecario di Ateneo (CBA) dell’Università degli Studi di Salerno, i nostri soci hanno deciso di inserire su Wikidata i metadati bibliografici di tutti gli articoli della rivista Bibliothecae.it dando vita alla prima esperienza in Italia (e fra le primissime al mondo) di riversamento completo di citazioni di un periodico scientifico di ambito bibliografico-biblioteconomico.

Il progetto – che ha impegnato il gruppo GLAM dell’Università di Salerno a partire da novembre 2018 – si è sviluppato in tre fasi: prima di tutto, i nostri bibliotecari hanno creato gli elementi Wikidata per tutti gli autori degli articoli, molti dei quali non esistevano. Successivamente, si è passati all’inserimento in Wikidata dei metadati descrittivi per ogni singolo articolo. La terza fase del progetto, più complessa e tuttora in corso, prevede l’inserimento dei riferimenti bibliografici di ciascun articolo attraverso la proprietà di Wikidata P2860 (cita).

Si tratta di un’attività complessa e laboriosa, che concorre però a generare un beneficio per tutti gli attori coinvolti. Come hanno spiegato gli stessi Remo e Alessandra nell’approfondimento che uscirà sul prossimo numero di Bibliothecae.it, in ambito accademico “la disponibilità di citazioni aperte può favorire la misurazione e la valutazione dell’impatto degli articoli pubblicati, sia qualitativamente, mettendo in luce le relazioni esistenti tra vari filoni di studio, sia quantitativamente, con la creazione di opportune metriche di analisi dei dati”.

Per i contributori dei progetti Wikimedia il vantaggio è invece “rappresentato dalla possibilità di utilizzare riferimenti bibliografici di alta qualità”. Inoltre, grazie all’iniziativa, “i fruitori dei progetti Wikimedia possono valutare la qualità delle citazioni relative al periodico analizzandole nel loro contesto, vedere tutte le risorse in cui vengono utilizzate, trovare e confrontare fonti simili”.   

Non da ultimo, ne sono avvantaggiate le Università, che grazie a progetti simili possono concorrere all’assolvimento della cosiddetta “terza missione” cioè “all’impegno delle comunità accademiche nel favorire l’applicazione diretta, la valorizzazione e l’impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della società”.

Se siete curiosi di conoscere tutti i dettagli su questo interessante progetto, non vi resta che iscrivervi all’incontro che si terrà giovedì 13 giugno alle 18 presso il laboratorio informatico di Via Oberdan, 1 (Facoltà di Giurisprudenza) a Ravenna.

Il corso è gratuito per gli iscritti alla Summer School ma accessibile anche agli esterni: la quota di partecipazione, comprensiva di cena, è di 25 euro, con una riduzione a 15 euro per i soci AIB e Wikimedia Italia.

Non perdete tempo: la pre-iscrizione va perfezionata inviando una mail a valentinasonzini@yahoo.it entro lunedì 10 giugno. Remo e Alessandra vi aspettano a Ravenna!

Nell’immagine: La scala a doppia spirale dei Musei Vaticani. Foto di Colin, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

È sempre colpa di Wikipedia

10:58, Thursday, 16 2019 May UTC

Per esempio, Wikipedia non spiega che informazione e conoscenza sono due cose distinte.

Informazione e conoscenza non sono necessariamente correlate (da https://en.wikipedia.org/wiki/File:DIKW_(1).png )

Grazie (?) ad Antonio Pavolini ho scoperto questo articolo di Linkiesta: «La generazione Wikipedia è ignorante. E vota politici ignoranti». Occhei: solito titolo acchiappaclic che poi viene declinato nel corpo dell’articolo con l’ormai onnipresente effetto Dunning-Kruger e la citazione di Wikipedia come simbolo del male. Di per sé nulla per cui varrebbe la pena passare una mezz’oretta a scrivere un commento, nemmeno per rimarcare come con ogni probabilità la gente non guardi nemmeno Wikipedia per farsi la propria opinione totale definitiva, ma prenda qualcosa di orecchiato qua e là. Come dicevo sopra, la parola “Wikipedia” è semplicemente usata come acchiappaclic.

C’è però un passaggio dell’articolo che a mio parere è molto più interessante per comprendere come l’intelligencija si ponga davanti alla cultura. Cito:

Sono questi gli effetti, anch’essi paradossali, dell’età dei social e di Wikipedia. La disponibilità immediata di informazioni a vantaggio di chiunque non ha portato, come si credeva, a un generale accrescimento della cultura e della capacità critica. Al contrario, ha favorito il conformismo e la chiusura intellettuale e ha reso disponibile non una conoscenza diffusa ma una nociva infarinatura un tanto al kilo.

Ecco. Una frase come quella mostra un fraintendimento tipico, di cui ho scritto con Paolo Artuso nel nostro Scimmie digitali. Perché mai avere più informazione dovrebbe portare a una maggiore cultura? Se la cosa vi pare sensata, provate a pensare alla quantità di informazione contenuta nei computer. Direste forse che essi siano acculturati? La piramide DIKW spiega molto bene il concetto. La conoscenza si basa sull’informazione, ma è separata da essa. Le informazioni sono i mattoni che noi dobbiamo prendere e assemblare per formare la nostra “casa della conoscenza”, più o meno sgarrupata a seconda delle nostre capacità e del materiale che troviamo. Ma i mattoni da soli non bastano: come minimo ci vuole della malta per tenerli insieme. Fuori di metafora, la malta è la nostra materia grigia che deve essere messa in moto per comprendere le informazioni che vediamo, confrontandole magari tra di loro per avere un’idea di quali probabilmente sono errate — per tutta una serie di ragioni, dal basarsi su dati errati all’essere state create apposta per confondere. Naturalmente azionare la materia grigia è sempre un’operazione costosa: semplicemente un tempo si tendeva a essere conformisti seguendo quello che diceva il prete o il segretario del partito, mentre adesso ci sono più conformismi tra i quali scegliere… no, il verbo “scegliere” non funziona bene, perché richiede comunque fatica. Meglio “prenderne uno”.

Quello che forse potremmo dire è un’altra cosa: che la generazione Wikipedia pensa di dover avere una propria opinione su tutto, cosa che in effetti in passato non capitava, o almeno non capitava pubblicamente. Ma anche su questo io ho dei dubbi. Mi pare che più che esprimere opinioni ci si limiti a rilanciare pedissequamente quello che si trova in giro e piace, dai gattini agli insulti contro Laura Boldrini, dalle frasi leziose in stile Baci Perugina alla foto della prima pagina del libro su Matteo Salvini. Non parlerei nemmeno di infarinatura di conoscenza, insomma: non si sta superando il livello “conoscenza”. Io sono pessimista e temo che dovremo convivere con questo nuovo modo di agire, ma in ogni caso la disponibilità o meno di informazioni è irrilevante in questo contesto. Cultura capacità critica, se proprio le volete, ve le dovete gestire da voi.

P.S.: L’articolo originale di Justin Kruger e David Dunning è del 1999: prima che nascesse Wikipedia, ma soprattutto prima che Internet diventasse così pervasiva. Non diamo proprio tutte le colpe alla rete.

E ti dovremmo anche pagare

02:04, Thursday, 04 2019 April UTC

C’è una persona (qui sul blog non faccio nomi, ma visto che uno dei tanti posti in cui ha scritto è un forum pubblico potete trovarvelo da voi, almeno fino a che non cancellerà il post) che si lamenta perché su Wikipedia hanno cancellato un testo scritto da Lui. Fin qua, nulla di nuovo, come non è neppure nuovo che cerchi qualcuno che gestisca Wikipedia Italia – anche se mi piacerebbe che questo qualcuno venisse trovato, così almeno potrei mandargli tutta la gente che fa queste domande.

Quello che è un po’ diverso dal solito, e che mi ha convinto a scrivere questo post, sono un paio di sue affermazioni:

«Tralaltro nonostante i fondi e la normativa non ti pagano neanche»

«non c’era un sito …cera la mia parola… così facendo credo sia diffamazione»

Posso immaginare che “la normativa” sia la direttiva sul copyright, spiegata benissimo dalla stampa tutta. Già comincio ad avere seri problemi a comprendere perché se non Ti si fa scrivere da qualche parte qualcosa “sulla Tua parola” Tu parli di diffamazione: io avrei piuttosto detto “censura”, ma evidentemente i Tuoi processi mentali ti fanno dedurre che se io [*] non credo alla Tua parola allora ti sto diffamando. Ma l’apoteosi è pensare che qualcuno debba essere pagato per scrivere quello che lui stesso vuole scrivere: in un sito privato, tra l’altro, ma anche se Wikipedia fosse pubblica non cambierebbe nulla. O forse no: potremmo proporre al nostro governo che attualmente si trova un po’ in difficoltà di aprire un sito italiani.gov.it e pagare chiunque voglia scriverci su. Anziché il reddito di cittadinanza avremmo il reddito di scrittura!

[*] Qui e in seguito “io” è da intendersi in senso generico: non ho mai avuto a che fare con la persona in questione, per mia fortuna.

lobbying

09:02, Tuesday, 26 2019 March UTC

Come potete leggere, finalmente il presidente dell’Europarlamento Antonio “Mussolini ha anche fatto cose buone” Tajani ha pronunciato una decisa presa di posizione contro i lobbisti che “fanno pressioni indebite” sugli eurodeputati (i “MEP”, Members of the European Parliament). Come? Dite che Tajani in realtà si riferiva agli altri lobbisti, quelli che sono contro la direttiva sul copyright nella forma in cui è stata definita? Che rimane schierato? Naaaah, non è possibile. Tajani, voi lo sapete è un uomo di onore.

Parliamo più in generale. Fare lobbying non è necessariamente Una Brutta Cosa: tra l’altro è un modo per esprimere i punti di vista dei vari attori. Quello che non va è farlo di nascosto, direttamente o indirettamente. È vero che per trasparenza le varie società devono indicare quanti soldi hanno usato per le attività di lobbying e spulciando molto attentamente i rapporti dell’Europarlamento si possono trovare questi dati. Ma non sapere come sono stati usati rende più difficile capire se si parla di attività borderline. Da questo punto di vista noi di Wikimedia Italia siamo tranquilli, perché gli unici (pochi) soldi che abbiamo messo sono serviti per mandare un nostro rappresentante a Strasburgo per cercare di convincere all’ultimo minuto gli indecisi. Inoltre noi cerchiamo di essere il più possibile oggettivi. Sono stato intervistato per Radiouno (i miei due minuti si dovrebbero sentire dopo le 10:30) e non ho avuto prolemi a dire che ci sono alcune parti della direttiva apprezzabili, come la maggior tutela degli autori e la parte sulle opere orfane: certo non è quallo che avremmo auspicato, ma è chiaro che direttive come queste non possono che essere un compromesso. Sono certo che la “fazione opposta” non sarà così equa…

P.S.: La mia profezia, a parte l’approvazione della direttiva a larga maggioranza, è che Google e Facebook non ne verranno poi molto toccate. Non ci sarà più Google News, i filtri automatici già presenti su YouTube saranno un po’ ristretti, Facebook metterà lo stesso tipo di filtri. Se arriveranno du’ spicci ai media, arriveranno dai medi-piccoli attori che saranno i veri sconfitta. Eppure i “liberisti” voteranno in massa a favore della direttiva…

Wikipedia vuole oscurare Angela Luce. Perché?

15:39, Tuesday, 05 2019 March UTC

Il titolo di questo post non è ovviamente mio: arriva nientepopodimeno che dal comunicato stampa di un evento tenutosi ieri al Palazzo delle Arti di Napoli, con un intervento di un docente di Diritto Costituzionale, di cui purtroppo non ho trovato fonti istituzionali.

Facciamo un passo indietro. Ieri nel tardo pomeriggio, dopo una di quelle sessioni estenuanti di lavoro in cui non si riesce a far funzionare nulla, scopro che ci sono stati due giornalisti di testate diverse che hanno chiesto informazioni su Angela Luce: uno è stato gestito autonomamente dallo staff di Wikimedia Italia, all’altro ho poi risposto io dopo aver cercato di capire esattamente cosa poteva essere successo; non mi era ancora chiaro che il tutto arriva dopo la conferenza stampa, e quindi avevo solo a disposizione le informazioni che potevo ricavare direttamente dalla cronologia della voce di Wikipedia.

In effetti, rispetto a quello che capita di solito – qualcuno che si ritiene importantissimo ma che in realtà non si fila nessuno e quindi viene espunto da Wikipedia – non ci sono dubbi che la signora Luce sia una persona rilevante: la voce su lei è presente sull’enciclopedia sin dal 2007. Qual è allora il problema? Cito direttamente dal comunicato stampa, presumibilmente opera di Giovanna Castellano:

Come sarà spiegato nel corso della conferenza stampa, si tratta di persone (almeno 3) che conoscono molto bene sia l’artista che il suo percorso e tuttavia, scientemente, hanno deciso di eliminare dalla sua pagina, eventi importantissimi che la riguardano. E, quel che è peggio, trincerandosi dietro l’anonimato garantito dai nick-name e forti del “potere” di controllo, potere che nel caso di Angela Luce viene usato in maniera distorta e schizofrenica.

Occhei, forse rileggendolo non è molto chiaro. O almeno a me non è chiaro come si possa sapere che quelle persone “conoscono molto bene sia l’artista che il suo percorso” considerando che “si trincerano dietro l’anonimato”. Qualcosa in più si può forse comprendere leggendo la parte fuori dal paywall dell’articolo del Mattino al riguardo:

la Luce vorrebbe inserire alcuni premi, come quello letterario di Camaiore, gli incontri con principesse e presidenti della Repubblica, serate in suo onore, i complimenti e i biglietti di stima ricevuti dai grandi artisti.

Ora non c’è nulla di male se la signora Luce viene intervistata e racconta di tutti i “complimenti e i biglietti di stima” da lei ricevuti. Ancora più naturale è che una sezione del sito personale della signora Luce riporti tutti questi complimenti e biglietti di stima. Ma voi vi aspettereste forse che una voce sull’Enciclopedia del Cinema Treccani riporti quelle notizie? E allora perché dovrebbero esserci su Wikipedia? Cosa c’entra – sempre citando dal comunicato stampa – che “tutto l’apparato di gestione della
sedicente enciclopedia è tenuto in piedi grazie a donazioni di privati”? (Ah, ricordo che l'”apparato di gestione” è in mano alla Wikimedia Foundation americana ed è la gestione tecnica del sito; la gestione delle singole voci è tenuta in piedi grazie al lavoro volontario e gratuito di chi ci scrive).

Comunque se volete scoprire “quanto è stato rimosso” per il momento non ci sono problemi: basta aprire la cronologia della voce (è un tab in alto in mezzo alla pagina) e cercare. L’ho appena fatto e ho scoperto che per esempio a fine 2017, per una decina di volte, un’utente che si trincera dietro il nick-name “Marisa roberti” voleva tra l’altro far sapere a tutti i lettori della voce che

Angela Luce ha avuto tre incontri con gli studenti: all'[[Università di Bologna]] e alla [[Federico II di Napoli]] con una lezione-spettacolo su [[Raffaele Viviani]] e la sua opera, e ancora a Napoli, nell’Aula Magna della Facoltà di Sociologia.

Purtroppo non ci era comunque dato di sapere qual è il suo piatto preferito per colazione; ma immagino che nel caso ce lo potrebbe dire la signora Giovanna Castellano, che presumo sia pagata per gestire l’immagine della signora Luce – nulla di male in questo, figuriamoci! – e quindi ha scelto questo modo per guadagnarsi il suo onorario – ecco, qui un po’ di male c’è, perché se vuoi metterti a fare qualcosa in un posto che non è tuo magari cominci prima a studiarti le regole di quel posto.

P.S.: ho scritto “per il momento” non perché Wikipedia o la Wikimedia Foundation voglia cancellare le tracce di quanto successo – non ce ne sarebbe nessuna ragione – ma perché l’articolo del Mattino lascia intuire che verrà sporta denuncia per conto della signora Luce contro la Wikimedia Foundation ed eventualmente coloro che hanno editato la voce: in questi casi la policy della WMF prevede che la voce in questione sia oscurata fino alla fine della contesa legale, per evitare ingerenze. È vero che ci saranno tanti altri luoghi della rete dove avere tutte le informazioni e notizie sulla signora Luce, però sarebbe sempre una perdita che Wikipedia non possa fornire quelle principali.

Mercoledì 13 parlo a Bologna sul copyright

03:04, Friday, 08 2019 February UTC

Come sapete, tra i miei cappellini c’è anche quello di portavoce di Wikimedia Italia: cappellino con il quale l’anno scorso mi sono attirato le critiche di SIAE, FIEG, AIE e loro amici per aver cercato di far presente che le norme previste per la nuova direttiva europea sul copyright (ma poi la voteranno? Chi lo può sapere…) non erano poi tutta quella bellezza che loro magnificavano.

Bene: mercoledì 13 febbraio alle 18 sarò uno dei panelisti dell’evento “Copyright: libertà e diritti fra nuove normative e futuro dell’editoria” al CUBO Unipol di Bologna. L’ingresso è libero ma su prenotazione a http://www.cubounipol.it/detail/agenda/p/copyright-libert-e-diritti; qualche informazione in più su Facebook a https://www.facebook.com/events/527377751105234/. Oh, tra i panelist c’è gente molto più seria di me quindi potrebbe essere interessante 🙂

Qui mihi adiuvat?

03:04, Thursday, 07 2019 February UTC

Come forse ricorderete, un paio d’anni fa c’è stata una lunga diatriba su Wikipedia in lingua italiana relativa alla cancellazione della voce su Salvatore Aranzulla. Io ne avevo anche parlato su Medium: il punto è che nonostante quanto pensino in tanti io non ho alcun potere sull’enciclopedia e il mio parere (mantenere una pagina, sia pur sfrondata da tutto ciò che enciclopedico non è: per me è enciclopedico qualunque tema che tanta gente cerca) è risultato in forte minoranza.

L’altro giorno, in un impeto movimentista, ho pensato di scrivere una (micro)voce su di lui sulla Wikipedia in latino. Il vantaggio è che essendo latino non c’è virtualmente nessun italiano che si potrà lamentare; il problema è che io il latino mica me lo ricordo, saranno quarant’anni che non mi tocca tradurre dall’italiano al latino, e quindi non sono capace di andare molto avanti. Come vedete dalla pagina che ho citato, c’è un avviso – anche in inglese, non preoccupatevi – che dice che in tre mesi la voce potrebbe essere cancellata. Qualcuno vuole darle una mano? Materiale ce n’è, ma è in italiano.

P.S.: ho scoperto che anche se Google Translate afferma di avere il latino tra le sue lingue, in realtà non sa tradurre un tubo. Sono ancora più bravo io, il che è tutto detto.

Prima che vi affanniate a cercarla su un vocabolario, la parola “sesquimilionesimo” non esiste. Prima che io scrivessi questo post, nemmeno San Google la riportava. Certo, magari qualcuno ha studiato, sa che il prefisso sesqui- significa una volta e mezzo, e quindi capisce che sto parlando della voce numero 1.500.000 di Wikipedia in lingua italiana, un traguardo che è stato raggiunto venerdì mattina. E qual è questa voce, vi chiederete? Non si sa. Il mistero è questo.

Quello che è successo è stato infatti molto particolare, e l’ho scoperto per caso. Esiste un contatore del numero delle voci, {{NUMBEROFARTICLES}}, che per esempio è sfoggiato in alto a destra nella pagina principale di Wikipedia in italiano. Di solito il contatore viene incrementato automaticamente con la creazione di una voce (e decrementato con la cancellazione…), ma a volte si perde qualcosa. Il modo pratico per ovviare a questo fatto è lo stesso che avviene nei censimenti: si va avanti con le stime, ma ogni tanto si rifà un conteggio da capo. Per quanto riguarda Wikipedia, questo capita due volte al mese: per un caso del destino, quando è partito a mezzanotte (ora di San Francisco, le nostre 9 del mattino) del primo febbraio ha scoperto che non erano state contate un migliaio circa di voci: più di quelle che mancavano per raggiungere il milione e mezzo.

In definitiva, è impossibile sapere quale è stata esattamente la voce “premiata”! Mi diverto a pensare a tutti quelli che avevano in canna nuove voci da aggiungere al momento giusto e sono stati fregati da questo assestamento: ma è anche vero che la mia filosofia preferisce la qualità alla quantità e quindi non è un punto di vista neutrale…

Dov’è la direttiva copyright?

13:04, Monday, 21 2019 January UTC

Ricordate tutta la storia sulla direttiva europea per il copyright nel mercato digitale? A settembre l’Europarlamento aveva votato un testo parecchio punitivo per gli amanti della comunicazione libera, visto che estendeva parecchio le regole attuali sul copyright – regole che, ribadisco, noi di Wikimedia Italia riteniamo corrette come principio, ma per cui avremmo voluto alcune eccezioni in casi in cui non sono lesi reali diritti economici. A quel punto è partito il trilogo tra Commissione, Consiglio ed Europarlamento per armonizzare vieppiù la normativa, e oggi ci sarebbe dovuto essere il voto a riguardo. E invece no. Il voto è stato rimandato su richiesta di un certo numero di paesi, tra cui l’Italia in variegata compagnia (Germania, Polonia, Ungheria…)

A pensare male si commette peccato, lo so: ma credo che c’entrino parecchio i soldi messi da Google che ovviamente è contro l’articolo 11, la “tassa sulle citazioni” nata esplicitamente perché gli editori possano ricevere introiti dai link di Google News verso i loro siti. Checché si dica, la censura quasi preventiva sul caricamento di file da parte degli utenti prevista dall’artiolo 13 non è per loro così importante, la tecnologia ce l’hanno: anzi forse per loro era meglio la versione originale con la censura davvero preventiva. Però è chiaro che parlare di censura fa molta più presa verso l’opinione pubblica. Certo, i lobbisti dall’altra parte, con la nostrana Siae in testa, hanno tentato qualche contromisura, come la newsletter Articolo 13, che però non mi pare abbia avuto chissà quale successo. Ad ogni modo adesso la situazione è in stallo: i tempi tecnici per approvare la direttiva prima che il termine della legislatura mandi tutto a gambe all’aria sono stretti, e non credo che si arriverà a un compromesso di direttiva monca con stralcio dei due articoli incriminati. Da un punto di vista teorico, infatti, una nuova direttiva che superi quella attuale che risale al 2001 quindi quasi alla preistoria è necessaria: ma mi pare tanto che i grandi attori siano più interessati alla vil pecunia che ad avere una legge equa per tutti.

In tutto questo, avrete forse notato l’assenza del movimento Wikimedia dal dibattito. La cosa non è casuale: noi possiamo portare idee, abbiamo anche l’orgoglio di dire che le nostre idee sono sensate: ma nonostante quanto ci sia stato rinfacciato noi non siamo al soldo di nessuno. Personalmente ritengo sia la campagna Google che quella Siae sfacciatamente di parte, nel senso che nascondono dati ufficiali per portare l’acqua al loro mulino: poi è chiaro che anche un orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta, e quindi se si otterrà un risultato positivo per un motivo negativo noi apprezzeremo il risultato, esattamente come se si otterrà un risultato negativo (sempre per un motivo negativo…) accetteremo quanto votato. Ma continueremo a ritenere che il copyright deve tutelare l’autore (non le corporation) ma allo stesso tempo non deve diventare un moloch che abbracci qualunque imprevedibile sviluppo, impedendo la creatività che è la sua vera ragione d’essere.

Wikipedia è maggiorenne!

03:04, Tuesday, 15 2019 January UTC

Sono passati diciott’anni da quando nacque ufficialmente Wikipedia, cioè il 15 gennaio 2001. Diciotto anni sono tantissimo nel mondo informatico, ed è un mezzo miracolo che Wikipedia esista ancora e se la spassi piuttosto bene nonostante tutto quello che sentite dire in giro. Fateci caso: gli alti lai arrivano sempre a proposito di personaggi, aziende, eventi contemporanei. Le informazioni su di loro si possono insomma reperire tranquillamente anche se non le si trovano su Wikipedia, quindi i fruitori non hanno una grossa perdita. (I personaggi in questione presumo di sì, ma non è un mio problema. Io mica ho una voce su Wikipedia!)

Se volete festeggiare anche voi e siete dalle parti di Roma oppure Milano potete unirvi alla comunità wikipediana!

Il giorno del Pubblico Dominio

03:04, Monday, 31 2018 December UTC

Ugo mi ricorda di segnalarvi che domani sarà un gran giorno per la cultura libera: avremo infatti il Public Domain Day. In pratica, a furia di pensare al muro alto alto fino al soffitto da fare al confine con il Messico, il governo americano non si è accorto che per la prima volta dopo vent’anni ci sarà del materiale prodotto negli USA e sotto copyright che entrerà nel pubblico dominio.

La storia è lunga e interessante, potete leggerla su Wikipedia (e dove, sennò?) All’inizio del XIX secolo, gli USA non rispettavano affatto il copyright sulle opere britanniche, che venivano scopiazzate a piacere. Scrittori come Dickens fecero tournée in America anche per rafforzare il proprio diritto a ricevere i soldi per le loro opere. Poi col tempo le cose cambiarono e il copyright si allungò sempre più, fino al Sonny Bono Act del 1998 – noto anche come Mickey Mouse Act – che portò il copyright a 70 anni dopo la morte dell’autore oppure a 95 anni nel caso di opere di “corporate autorship”. Il nomignolo della legge è dovuto al fatto che Disney ha fatto lobbying per salvare le opere di Topolino, che sarebbero state presto nel pubblico dominio. Per il momento mancano ancora cinque anni prima che Steamboat Willie, il primo corto con Topolino, entri nel pubblico dominio; non trattenete il respiro. (Che si possano creare storie con Topolino senza il permesso della Disney è improbabile, visto che il nome è un marchio registrato. Però sarebbe interessante scoprire cosa succederebbe con un’opera derivata).

Insomma, godiamoci per una volta una bella notizia e cerchiamo di non pensare al domani!

Eppur si muove!

15:10, Wednesday, 07 2018 November UTC

Stamattina ho raccontato dell’articolo della Stampa direttamente copiato da una voce di Wikipedia. Se ora andate a vedere l’articolo, potete vedere che è stato modificato, inserendo il link alla voce di Wikipedia (scrivendo “Qui la storia completa sul sito di Wikipedia […]”) e soprattutto indicando alla fine “(abbiamo corretto la precedente versione dell’articolo con il link a Wikipedia)”.

Proprio come stamattina ho stigmatizzato il comportamento del quotidiano piemontese, adesso esprimo pubblicamente il mio apprezzamento per l’inserimento della citazione ma soprattutto per avere esplicitato che l’articolo è stato per l’appunto corretto. Ricordo benissimo che un tempo nemmeno troppo lontano era impossibile ottenere una modifica a un testo pubblicato online, per la sacralità dell’articolo. Se proprio capitava di dover correggere qualcosa, il massimo che veniva fatto era aggiungere la postilla “modificato il xx-xx”. Giungere a spiegare cosa è cambiato è un passaggio epocale, e a mio parere un modo per aumentare la fiducia nella testata. Speriamo che il trend continui!

Scopiazzatori senza vergogna 2

06:31, Wednesday, 07 2018 November UTC

Aggiornamento: (ore 15:55) Ora La Stampa ha modificato l’articolo, indicando esplicitamente Wikipedia come fonte. Leggi anche qui.

Per non dire che l’usanza di copiare spudoratamente da Wikipedia dimenticandosi di copyright e licenze non è solo appannaggio del Corsera, provate a leggere l’articolo della Stampa sulla chiusura della Pernigotti (versione archivata qui) e guardate cosa Wikipedia scriveva il 26 ottobre.

Ah, sì: magari ricordatevi anche di come l’italica stampa ha trattato noi wikipediani quando abbiamo cercato di spiegare perché a nostro parere la direttiva europea sul copyright era una schifezza. Quello – chissà come mai – non è stato copiato, anzi.

Scopiazzatori senza vergogna

17:35, Thursday, 01 2018 November UTC

Il Corsera…

… e Wikipedia

Nella prima immagine potete leggere un paragrafo di un articolo apparso martedì sul Corriere della Sera, articolo che potete anche trovare salvato su archive.org per i posteri. Nella seconda immagine potete vedere invece parte della voce di Wikipedia “Galleria Adige-Garda”: rectius, la versione del 7 ottobre scorso, tanto per mettere le cose in chiaro dal punto di vista dei tempi. Un raffronto interessante, nevvero?

Detto in termini forse più comprensibili: abbiamo quello che sarebbe il quotidiano italiano più autorevole, nella persona del suo giornalista Ferruccio Pinotti, che copia senza alcun pudore paragrafi di Wikipedia – e per fortuna che il copincolla è automatico, perché quando ha aggiunto il titoletto “L’mpatto sul Garda” non si è nemmeno accorto di aver fatto un refuso. Non solo una flagrante violazione di copyright (e di diritti intellettuali, visto che Pinotti non ha nemmeno avuto il buon gusto di aggiungere una frasetta “come spiega Wikipedia”), a cui si aggiunge la classica ciliegina sulla torta: il Corriere della Sera, come sempre, termina il suo articolo con le paroline magiche “© RIPRODUZIONE RISERVATA”.

Ricordatevi: questo è lo stato odierno del giornalismo italiano.

E poi vi lamentate della scarsa cultura di Di Maio!

17:17, Monday, 29 2018 October UTC

Come potete vedere, non solo il vicepresidente del Consiglio sa usare Wikipedia, ma sa anche cambiare qualche parola qua e là! (il suo post è qui, la voce che c’era su Wikipedia stamattina qui).
P.S.: Una manina buontempona oggi pomeriggio aveva poi ufficializzato la relazione.

Belle cose

02:04, Monday, 22 2018 October UTC

Mercoledì scorso i quotidiani locali veneti, a partire dall’Arena, hanno scritto che “il sindaco di Terrazzo [un comune del veronese] era il serial killer Gianfranco Stevanin”. Il tutto perché “Google dice che lo dice Wikipedia”. Come l’ho saputo? Perché un giornalista del Corriere del Veneto ci ha scritto chiedendo maggiori informazioni, visto che sulla pagina di Wikipedia non c’era traccia del nome. Io gli ho risposto spiegandogli cosa è probabilmente successo: a metà luglio qualche buontempone aveva cambiato il nome, il primo settembre era stato rimesso a posto, ma nel frattempo i crawler di Google erano passati e avevano preso il nome sbagliato. Il giorno dopo il Corriere del Veneto riporta i fatti con la mia spiegazione.

Tutto questo sarebbe assolutamente normale nel mondo anglosassone, ma mi lascia (favorevolmente!) stupito qui da noi. Grazie ad Alessio Corazza (che mi aveva scritto per chiedere informazioni) e a Matteo Sorio (che ha firmato l’articolo) per ricordarci come dovrebbe funzionare il giornalismo!

archive.org ha “aggiustato” Wikipedia!

02:04, Wednesday, 03 2018 October UTC

Sapete tutti che archive.org, tra le tante sue iniziative, raccoglie le pagine web per salvarle in modo che non si perdano come lacrime nella pioggia quando un sito viene chiuso (oppure, per i cattivi dentro come me, per verificare cosa dicevano inizialmente…)

Ordunque, lunedì gli amici di archive.org hanno annunciato di avere completato un loro meritorio progetto. Hanno scorso le voci delle 22 edizioni linguistiche di Wikipedia più importanti (tra cui quella in italiano), selezionato i link che non funzionavano più, verificato se la pagina corrispondente era salvata da loro e nel caso sostituire il link rotto con quello funzionante. Ora, è vero che i BOFH in ufficio da me impediscono di accedere ad archive.org, ma questo è un mio problema. Immaginate però quanta roba è tornata a essere disponibile – sono stati modificati nove milioni di collegamenti – e gioite con me 🙂

Direttiva europea sul copyright: fatti e opinioni

19:12, Tuesday, 10 2018 July UTC

Smontiamo un po’ di luoghi comuni

Copywrong, di GDJ — https://openclipart.org/detail/219802

Ora è terminato tutto il cancan sulla votazione all’Europarlamento per decidere se la direttiva per il copyright sul mercato unico digitale era a posto così e pronta per il trilogo, oppure sarebbe stato opportuno discuterla in plenaria. È arrivato forse il momento di mettere qualche puntino sulle i, presentando i temi del contendere in modo spero chiaro. Ho scelto esplicitamente di separare la prima parte (i fatti, scritti nel modo più neurto possibile) dalle mie opinioni, che sono personali e non necessariamente condivisibili. In questo modo spero possiate farvi un’idea un po’ più chiara dei temi della contesa.

Cominciamo da una premessa, anzi due. È doveroso che il lavoro creativo sia giustamente rimunerato: nessuno tra coloro che hanno espresso il loro parere contrario alla direttiva afferma che si può copiare liberamente materiale prodotto da altri senza il loro esplicito permesso (ed eventualmente pagando i diritti d’autore: sono due cose distinte). In generale, quando parliamo di copyright ammettiamo implicitamente che ci debba essere stato lavoro creativo. Ricordo però che almeno in Italia gli autori non hanno quasi mai il copyright sulle proprie opere. Se non ci credete, prendete un libro, un disco o un film e vedete cosa c’è scritto vicino alla ©. Naturalmente il titolare dei diritti (quello dopo il ©, appunto) paga l’autore per avere il diritto di pubblicare l’opera: sono le royalties, il compenso per la cessione dei diritti economici d’autore (per la legge italiana, i diritti morali — vale a dire la cosiddetta proprietà intellettuale — è inalienabile). E anche nel caso in cui i diritti siano pagati a forfait una volta per tutte e non in percentuale sugli acquisti, è vero che se l’editore non guadagna abbastanza poi non potrà più pubblicare; quindi in futuro ci perderà anche l’autore. Ricordiamoci però che non è vero che il copyright è degli autori. Ah: ricordiamoci anche che “copyright” è una parola ombrello, e ci sono tantissimi diritti, economici e no, che possono essere gestiti ognuno separatamente. In Italia per esempio il diritto morale — quello che dice “quest’opera è mia” — è inalienabile: la proprietà intellettuale rimane a te e basta. Invece in teoria uno potrebbe cedere a un editore i diritti per la pubblicazione della propria opera in versione cartacea ma non elettronica, oppure tenersi quelli per un’eventuale trasposizione cinematografica o teatrale (tecnicamente “opere derivate”; anche la traduzione lo è, il che significa che non si può tradurre un libro senza che il detentore dei diritti sia d’accordo).

Passando agli articoli della direttiva, notiamo che rispetto alla sua formulazione iniziale è stata rimossa l’eliminazione di un diritto di copyright. Il cosiddetto diritto di panorama dà la possibilità a tutti (e quindi toglie al creatore dell’opera il copyright relativo) di fotografare monumenti e palazzi sulla pubblica via e fare un uso commerciale di queste foto (gli usi personali erane già ammessi). Ora il diritto di panorama è possibile solo in alcune nazioni europee — l’Italia non è uno di questi; inizialmente era stato concesso, nel testo finale non se ne parla piú. L’articolo 11 invece aggiunge un nuovo diritto di copyright (“ancillary copyright”). Lo spirito della direttiva è che un aggregatore di notizie (si prendono titolo e un pezzetto di testo su un certo tema da più fonti) cadrebbe sotto il copyright di chi ha scritto le notizie originali, anche se ciascuno dei vari pezzi può essere usato singolarmente per il diritto di citazione. In informatica esiste già qualcosa di simile, i diritti sulle basi di dati, cioè sul lavoro fatto da chi ha messo insieme un certo numero di informazioni in modo creativo. Ricordo comunque che gli articoli presenti nell’aggregatore non possono già ora contenere il testo originale completo o comunque oltre il diritto di citazione perché in tal caso si violerebbe il copyright, e che il semplice hyperlink — la stringa che comincia con http:// e che una volta cliccata porta al sito remoto — sarebbe rimasto liberamente usabile. Infine l’articolo 13 non modifica la normativa sul copyright: ciò che è lecito o vietato continuerebbe a esserlo allo stesso modo. Quello che cambia è il modo in cui il copyright viene verificato. Ora lo è a posteriori: se io titolare di copyright trovo che tu sito hai un’opera sotto copyright ti ordino di toglierla. Con la direttiva sarebbe stato per default a priori: chi riceve dei contenuti deve verificare preventivamente che non siano sotto copyright, stringendo accordi con i vari detentori di diritti. La regola avrebbe previsto varie eccezioni, tra cui Wikipedia e GitHub, anche se la sua formulazione non era così chiara: Wikipedia è sì un progetto non-for-profit ma permette l’uso commerciale del materiale in essa contenuto, e quindi non è detto che l’eccezione sarebbe stata valida.

Fin qui i fatti. Spero che su di essi possiamo tutti essere d’accordo. Da qui in poi arrivano le mie opinioni, che potete accettare o no ma vi prego di leggere lo stesso. Cominciamo dal fondo, cioè dall’articolo 13. Ho forti dubbi che un controllo a priori funzioni su tutto il materiale sotto copyright, a meno naturalmente che si parli di Google che si memorizza tutto e se lo tiene in pancia. Come è possibile per un piccolo titolare di copyright fare accordi con tutti i siti che accettano file caricati dagli utenti? Consegna il materiale preventivamente, sperando che non vada in giro? (No, non basta avere una firma digitale sui contenuti. Basta sostituire un singolo frame del film oppure aggiungere un decimo di secondo di silenzio o ancora modificare leggermente la copertina per avere una checksum diversa senza modificare in pratica il contenuto). Viene chiesto di fare un controllo sui metadati? Vale la stessa cosa che ho detto qui sopra: semplicemente i motori di ricerca per recuperare i file piratati (ce ne sono, ce ne sono…) mostreranno anche i file che hanno leggere variazioni sul nome. Si chiederà ai piccoli siti di pagare Google per il servizio di controllo copyright? Spero proprio che non si voglia dare loro i soldi per pagare la Google Tax. Resto insomma dell’idea che sarebbe molto meglio far funzionare meglio la regolamentazione attuale a posteriori. Se io con un semplice Google Alert trovo ogni settimana nuovi siti che hanno una copia piratata dei miei libri, che ci vuole a un editore per fare la stessa cosa? Un’ultima cosa: immagino che i nostri giornali elimineranno tutte le foto “prese da Internet” nelle loro gallerie, il che in effetti non sarebbe un male… oppure pagheranno Facebook per il diritto di usare il nostro materiale. Ho controllato le condizioni d’uso: «Quando l’utente condivide, pubblica o carica un contenuto coperto da diritti di proprietà intellettuale (ad es. foto o video) in relazione o in connessione con i nostri Prodotti, ci concede una licenza non esclusiva, trasferibile, conferibile in sottolicenza, non soggetta a royalty e globale per la trasmissione, l’uso, la distribuzione, la modifica, l’esecuzione, la copia, la pubblica esecuzione o la visualizzazione, la traduzione e la creazione di opere derivate dei propri contenuti». Se non lo sapevate, sapevàtelo. (Se volete il mio parere, le frasi in grassetto non dovrebbero esserci. Ma visto che ci sono mi guardo bene dal pubblicare su Facebook qualcosa che valga davvero la pena. Per quanto riguarda questo specifico post, l’ho lasciato apposta con una licenza libera che permette anche l’uso commerciale, quindi non ci sono problemi di sorta.)

Ah già, questa non era la direttiva contro le fake news, quindi un testo come questo non sarebbe comunque stato toccato

Per l’articolo 11, io ritengo idiota che una raccolta automatica di brani di news senza nessuna creatività — è fatta automaticamente, in fin dei conti… — sia considerata un’opera protetta da copyright e quindi si vogliano chiedere soldi a Google News. Presumo che a questo punto Google farebbe come in Spagna e saluterebbe tutti, ma questo non è un mio problema. Detto questo, non ho nulla in contrario a priori al fatto che gli editori cerchino di farsi dare qualche soldo dagli Over The Top per concedere loro il privilegio di mandare traffico verso i loro siti. Sappiamo tutti che lo spirito della direttiva era questo. Bene. Allora scrivete questa direttiva in modo più specifico, e soprattutto indicando specificatamente cos’è un aggregatore di notizie e non dicendo “non si può fare nulla tranne queste nostre benigne eccezioni” (vedi il testo dell’articolo 13). Per quanto mi riguarda un aggregatore (a) contiene qualcosa in più di titolo e catenaccio della notizia stessa — quindi tutti i giornali che vivono di clickbait possono tirare un sospiro di sollievo — e (b) non contiene un testo originale. Quest’ultima parte serve per distinguere una rassegna stampa di approfondimento (per me ok) da una mera raccolta (che è sì fuori copyright, ma per cui gli editori possono chiedere soldi all’aggregatore). Poi resto dell’idea che se Google e amici dessero metadati invece che soldi saremmo tutti più felici, ma questa è un’altra storia.

Resta il punto più spinoso e proprio per quello generalmente messo sotto il tappeto dai media: il diritto di panorama. Io non riesco davvero a capire perché se c’è un edificio pubblico che tutti possono vedere mentre passano per la strada non sia possibile fotografarlo, quindi farne un’immagine a scopo didascalico e non artistico, senza il permesso di chi ha progettato quell’edificio. Come direbbe Magritte, “Ceci n’est pas un palais”, non foss’altro che perché è a due dimensioni e non tre —è qualcosa di diverso da un modellino, tanto per dire, e la foto ha comunque un contesto. Eppure non è così. Bontà loro, i nostri governanti al momento permettono le foto senza fini di lucro, di cui però Wikipedia non se può fare nulla. Altre nazioni sono molto più generose e ammettono il diritto di panorama, anche se a dire il vero l’europarlamentare Jean-Marie Cavada e i suoi amici avevano già tentato nel 2015 di abolirlo ovunque nell’UE, per evitare «che i monopoli americani come Facebook e Wikimedia sfuggano al pagamento dei diritti ai creatori» (lo ha detto lui, al limite potete lamentarvi della mia traduzione fatta ad occhio senza che io parli francese). Detto in altri termini, il concetto di diritto d’autore per queste persone è qualcosa del tipo “se vuoi regalare il tuo lavoro creativo, fa’ pure, non te lo impediamo; ma devi avere la possibilità di impedire qualunque riuso anche indiretto del tuo materiale senza che ti paghino per il disturbo”. Il mio concetto, e credo quello della maggior parte dei wikipediani, è “il lavoro creativo è sacro, ed è giusto che chi lo faccia abbia il diritto di farsi pagare per il riuso; ma la documentazione del lavoro creativo dovrebbe essere libera per chiunque, e se qualcuno riesce a farci dei soldi buon per lui”. (Nota a margine: Arnaldo Pomodoro ha dato a Wikipedia una licenza esplicita per postare immagini di una qualunque sua opera esposta in un ambiente pubblico. Presumo che abbia compreso che è tutta pubblicità). Per la cronaca, il concetto degli Over The Top dovrebbe essere qualcosa tipo “regalaci il tuo materiale: a te non serve, ma noi sappiamo come farci dei soldi su, soldi che ci teniamo tutti noi”.

Se siete arrivati fin qui, dovrebbe esservi chiaro che il problema per me non è il concetto copyright, ma la sua applicazione attuale, che non è più a favore dell’autore salvo in pochi casi eccezionali. Sarebbe per esempio interessante sapere quanti iscritti alla SIAE ricavino più di 13000 euro l’anno (mille al mese più tredicesima, come un operaio specializzato) di royalties. Il guaio è che la narrazione è nelle mani di chi in effetti sul copyright ci guadagna eccome, anche se autore non è, e quindi non vuole che si stia a pensare a cosa succede davvero. Ecco, cercate invece di azionare il cervello.

Il grande giornalismo d’inchiesta

07:42, Tuesday, 08 2018 May UTC

Tutto pur di pubblicare qualcosa di diverso

Ieri Valentino Di Giacomo ha scritto sul Mattino, vale a dire uno tra i principali quotidiani italiani, un articolo il cui incipit è

«Angelino Sempreinpiedi», ministro dei record. Il titolare della Farnesina, Alfano, con 1836 giorni consecutivi alla guida di un dicastero comanda infatti questa particolare classifica nella storia della Repubblica italiana. Mai nessuno ci era riuscito per così tanti giorni.

Come capita spesso nel Belpaese, gli altri giornali si sono affrettati a copiare la notizia, perché vuoi mica rimanere dietro gli altri e perdere preziosi lettori: ecco così Il Giornale, TGCom, Tiscali News, Il Fatto Quotidiano, HuffPost, TodayTPI

Quest’ultimo in realtà non deve fare parte di questa lista della vergogna: è l’unico infatti il cui redattore ha azionato il cervello e ha specificato “della seconda Repubblica”. Vi ricordate del divo Giulio? Andreotti è stato ministro nei seguenti governi (courtesy of Wikipedia, naturalmente):

Totale: 4909 giorni consecutivi (4910 se contiamo anche l’ultimo), di cui 2565 consecutivi allo stesso ministero. (Angelino è passato dagli Interni agli Esteri con Gentiloni).

Tra l’altro, già l’anno scorso Salvo Toscano sul Foglio scriveva

Due certezze in questi anni: Alfano e la sua poltrona. Sempre al governo, ministro più longevo della Repubblica.

La mia domanda a questo punto è molto semplice. Abbiamo un certo numero di italici giornalisti che non è capace di fare quello che sarebbe il suo mestiere, cioè scrivere notizie non dico importanti ma almeno suffragate da dati nemmeno poi difficili da trovare, oppure siamo solo di fronte a un banale caso di piaggeria nei confronti di Angelino Alfano?

P.S.: mi segnalano che già venerdì scorso, su Propaganda Live (trasmissione de La 7) era stato segnalato questo “record”. Ci sarà bene un motivo perché da anni io non mi fido di qualunque cosa venga raccontato dai nostri media: per fortuna non sono un complottista e non credo che sia tutto un diabolico piano per rimbesuire i cittadini. Lo sono già lo stesso.

Se non hai problemi con l’inglese, il testo originale (di Achille) si trova a https://lyrics.az/douglas-hofstadter/godel-escher-bach/sonata-for-unaccompanied-achilles.html . Non ho capito perché sta in un sito di testi di canzoni, ma fa lo stesso :-)

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